Diario di Bordo

Diario di Bordo



E infine sono morto. Sì, avete capito bene. Esanime, stecchito. Mentre leggete queste righe sono steso ed esatto, in un punto indeterminato del non-mondo. Basta coi cambi di rotta. La voglio lunga e diritta. E me la voglio far scivolare dentro come se fosse slitta e io la direzione sua.
All’inizio non ci credevo mica tanto. Eh già, perché all’ombra del mio ego smisurato mi sono sempre creduto eterno. Povero stupido! E poi così, senza sofferenza di sorta, senza un pensiero di svolta, senz’arrangiarmi sui fili tesi della disfatta, ho soltanto chiuso le palpebre per l’ultima volta. Un solo gesto e il destino s’è compresso e dissolto; una scarica e nient’altro.
Prima ho mentito. A dire il vero, un po’ me lo aspettavo. Di morire, intendo. La verità è che ci ho convissuto a lungo con quest’immagine di definitiva immobilità, d’irreversibile defezione dall’umanità, di candido affrancarmi da tutto il resto per godermi secoli e secoli di riposo intatto.
E poi, all’improvviso, è accaduto. Tutto qua. In un attimo il futuro si è ritratto, arricciato in se stesso, circonfuso soltanto dall’alone della sua possibilità d’essere, che non è più. Questo alone me lo sento ancora cucito addosso. Lo so, mi terrà compagnia in quest’ultimo vaniloquio prima del definitivo spegnimento. È un gioco di prestigio, l’ultimo, e presto sparirà anch’esso. Forse avrò il tempo di finire il mio discorso, scriverò la parola “fine” e di me non resterà che un lieve tremore, condotto in circolo dal vento, a spirale.

In fondo morire non è così male. Niente pensieri che ti fanno soffrire, complicazioni sotto le quali galleggiare a stento o affondare, odi incompiuti da serbare; niente di niente, solo una minuscola bolla di passato che non si decide a esplodere. La tiene sospesa una volontà ostinata, più mia che divina, e che vorticando dentro questa cecità acquisita mi mostra un sentiero a ritroso che so appartenermi, e che posso finalmente guardare con distacco, libero dalle passioni che annebbiano, o dall’abitudine che svia. Sì, libero. Libero di non essere. Questa bolla di sapone traslucida, trasparente come un vetro passato allo smeriglio, sospesa in un punto indecifrato di questo oblio di cartapesta, mostra istantanee della mia storia in fila disorganica. 

Vedo che vi brillano gli occhi. Ed è un luccichio che conosco, perché le mie pupille lo hanno ospitato per lungo tempo. Cupidigia di gazze. Cercate i monili delle mie rimembranze. Su, ammettetelo. È questo che volete? Che vi lasci con un’ultima storia: la mia? Avrei bisogno di una proroga. Sicuri di volermela concedere? Lo so, sembra quasi stia facendo il prezioso, ma in fondo ho già deciso che farò il vostro gioco. Mi metterò a nudo perché possiate vestirvi di quel panno logoro che è la mia vita passata. Cominciando dalla fine perché così mi sento più libero di riepilogare. Come se la premessa mi affrancasse dall’obbligo del finale.
La situazione adesso dovrebbe essere chiara. Io che giaccio esanime nella bara che mi contiene.

Bene.

Mi chiamo Gabriele. Sono morto, eppure sto ringiovanendo. Un’illusione, senz’altro. O forse dipende dal quadro che ho nascosto in soffitta, quello che da anni invecchia al mio posto. Oppure, ancora, è tutto merito di questo quadrifoglio che non ricordo di aver trovato ma che da tengo sempre in tasca, a portata di tocco.
Comunque sia, adagiato su questo feretro fissato su un mesto catafalco, con l’imbottitura che mi dà prurito al naso, non trovo di meglio da fare che valutare il trascorso. Cosa ne traggo? Che è stato solo, sempre, un’incessante rincorsa al pareggio. Appena nato, l’ammontare del mio debito nei confronti della vita era già enorme. In pratica le dovevo una morte prima ancora di emettere un vagito iniziale, quand’ero una pagina spoglia d’inchiostro, ferma nell’attesa di principiare. Un passivo cresciuto progressivamente con il trascorrere degli anni, si capisce.

Mia madre patì un parto per darmi alla luce e da allora ho avuto tutto quello che non può bastare. Un’insoddisfazione strutturale, un’inguaribile tensione verso ciò che ha da venire.

Il mio primo ricordo risale ai tempi dell’asilo. Avevo appena tre anni. Sono certo dell’età perché con me c’era anche mio fratello, di due anni più grande. Ero in giardino, affascinato da Teresa, la tartaruga sbucata dal nulla che da qualche giorno stazionava nel cortile. L’asilo confinava con la chiesa del paese. La rete metallica tra i due edifici era leggermente sollevata nel punto che divideva il retro della chiesa, pieno di erbacce e rovi, dal cortile pieno di giochi dell’asilo. Il mio era un interesse di bambino, fugace come un occhiolino, destinato ad essere rimpiazzato dalla prima cosa intrigante che avesse catturato nuovamente il mio sguardo. Voltandomi indietro, notai un gruppo di bambini tutti presi da un gioco. Mi avvicinai. Erano in quattro. C’era mio fratello Federico, con altri suoi coetanei. Aprivano le braccia e facevano strani suoni con la bocca, come per imitare il rombo dell’aeroplano. Era questo il nome del gioco, “l’aeroplano”. Non mi sembrava una missione impossibile e avrei voluto tentare, ma quelli erano grandi e di me se infischiavano altamente; mio fratello, poi, non era ancora una garanzia affidabile contro i soprusi, e sospetto che un po’ li assecondasse pure. Insomma, stetti un po’ lì a guardare, in attesa dell’occasione, movendo le braccia come fossero state ali pennute da spiegare al volo. Nessuno mi degnò di uno sguardo infinitesimale: ero il paria da schivare, lo sbarbatello di cui liberarsi seduta stante.
Eppure provai ancora, caparbio, cercando di farmi sempre più vicino, sperando, letteralmente, di essere “inglobato” nel gioco. Non funzionò. Ero troppo piccolo, dissero infine, e quella era una cosa da “grandi”. Mi assalì una tristezza incredibile, odiai loro e la mia età, però non volevo mi vedessero piangere, giustificando così ai loro occhi la mia natura di “moccioso”. Mi nascosi in un angolo poco frequentato del cortile e sbottai in lacrime.
Prima lezione dalla vita: “All’asilo due anni di differenza sono un divario incolmabile”.

Per il resto avevo fidanzatine e qualche amichetto piscione con cui giocare a quello che capitava. Immagino di essere stato più o meno felice. Il mio più grande timore consisteva nel dover condividere l’edificio chiave della mia infanzia con il diavolo in persona. Già, Lucifero in carne e ossa, seppure leggermente camuffato. Me lo ricordo a rimestare il pentolone del riso.

La cuoca dell’asilo era in realtà il signore dei demoni, giuravo e spergiuravo di averle intravisto la coda galeotta scudisciare da dietro il lungo camice bianco. Il fatto è che più d’uno ci credeva. Le mie fantasie avevano aperto gli occhi pure ai miei compagni, o perlomeno gli avevano insinuato il dono del dubbio. La cuoca era una vegliarda dai capelli grigiastri e scombinati, simili alle penne di piccione. Se non era il diavolo, era comunque un cesso.

Crescendo ci ho ragionato sopra. Ammesso che la scarsa femminilità mi abbia potuto fuorviare, c’era pure la questione che da piccolo, e per lungo tempo, non mangiavo praticamente niente. Vivevo il momento della mensa come una gogna pubblica. La Prova Suprema. Ero sempre preda di una formidabile ansia. Chi faceva troppe storie sul mangiare andava incontro al dileggio, a un infame ostracismo, all’irriguardoso sberleffo. Il confronto sull’estensione del pistolino non era ancora il territorio privilegiato per gareggiare e si cercava la canzonatura in un altro dove. Atri aspetti di vita in comune, come il mangiare, per esempio, dove per giunta erano incluse le femminucce. La cuoca era il perfetto capro espiatorio su cui scaricare la colpa delle mie mancanze. Chiaro. Non mangiavo perché il cibo era opera del diavolo. La nostra mensa era infestata dal demonio. Che gli altri si gustassero pure a forchettate il preludio all’inferno! A me non sarebbe successo.

Quando all’asilo arrivava la preside, era sempre un giorno speciale. Ci chiamava uno a uno nel suo ufficio, al secondo piano dell’edificio, e aveva sempre un sacchetto pieno di ginevrine assortite, quelle caramelle di zucchero tonde e piatte, tutte colorate. Al tempo, le mie preferite. Così per me lei non era proprio una preside, non sapevo nemmeno bene cosa significasse, ma la “spacciatrice” del mio peccato di gola prediletto. Io, in cambio, non avevo molto da offrirle, se non uno sguardo sulla mia vita infantile. Una volta le portai un disegno di case. Sì, al tempo disegnavo quasi solo quelle. Le facevo grandi, raramente abitate. Non erano case per famiglie, erano case “per sé”. Ci mettevo le antenne sui tetti e le bandiere. Oh, le bandiere. Quelle sì mi piacevano. A casa avevo un atlante con tutte le bandiere del mondo e quando riuscivo ad agguantarlo non lo mollavo più. Paziente, cercavo di riprodurle tutte fedelmente. Così ne imparavo le forme e i colori, e all’asilo potevo sistemarle sulle mie case.

Con le tinte non ero un granché. Mi piacevano i cieli, sui quali investivo grandi quantità di blu. E anche i giardini non mi dispiacevano, perché erano verdi e abbellivano le mie case. I tetti rossi, poi, erano veramente il top. A volte, se ero proprio ispirato, ci mettevo sopra un comignolo. E nelle mie case c’erano sempre finestre. Era semplice, disegnarle. Facevi un rettangolo e lo riempivi con una croce.
I miei amichetti, ricordo, erano specializzati nelle persone. Disegnavano padri, madri, sorelle. A volte anche i nonni dai capelli ingrigiti. Anche gli animali domestici avevano un discreto successo. Pamela, una delle mie fidanzatine di allora, un giorno mi aveva mostrato la riproduzione del suo gatto. Per compiacerla, le avevo detto che era un disegno bellissimo. Per amore, avrei mentito su qualsiasi cosa.

Ero romantico, all’asilo. Romantico e monogamo. Sceglievo una regina da incoronare al trono delle mie fantasie amorose e la facevo regnare per molto tempo. Quando ero mano nella mano con la mia fidanzata di turno, ero “l’insuperabile”, mi sentivo il re del mondo. Amori veri quelli, non viziati dal testosterone. Del pene, ovviamente, non sapevo bene che farne, oltre a pisciare, intendo.
C’era però chi aveva ben compreso l’avvenire di quella piccola appendice sub addominale e rincorreva le compagne di scuola con la verve del maniaco sessuale. Si chiamava Massimo, e quello con la sua vita è stato un carteggio incompleto, finito allo schianto contro un’auto speculare.
A volte penso a lui e lo rivedo così, con le braghe calate sul piazzale interno all’asilo, davanti a tutti perché serva da lezione. Alcune bambine protestavano da tempo perché massimo alzava loro le gonne, e quando una maestra lo colse in flagrante gli ingiunse la vergogna di uno spogliarello pubblico. Quella volta pianse, nonostante fosse un duro. Cacciò fuori tutte lacrime che aveva. Provai pena per lui. Le maestre sbagliarono. Esagerarono. L’asilo può essere crudele, a volte.

In seconda elementare, arrivò in classe nostra una biondina molto carina. Veniva dal sud, aveva un accento che non avevo mai sentito. La maestra ce la presentò. Era figlia dei proprietari del circo appena arrivato in paese. Sarebbe rimasta in classe nostra per quella settimana, fin quando non fosse arrivato il momento di disfare le tende e spostare il carrozzone verso un altro posto.

Me ne innamorai subito. Era seduta vicina a me, sul banco a fianco, e con lei accanto non riuscivo a spiccicare parola. Da una parte avrei voluto guardarla per imparare ogni tratto del suo viso delizioso, dall'altro avevo un certo timore d'incontrare i suoi occhi. Mi si seccava la bocca. Non riuscivo a rivolgerle parola, al contrario di alcuni miei compagni più spigliati. Solo dopo un paio di giorni riuscii a dirle qualcosa, probabilmente una sciocchezza. Di ritorno da scuola, non facevo che pensare a lei. Avevo paura che qualcun altro dei miei compagni fosse andato al circo a trovarla, nel pomeriggio, mentre io dovevo rimanere a casa. Ero in preda a quel tipo di struggimento. Miserrimo.

Il giorno prima che andasse via, la maestra ci portò al circo, per farci vedere gli animali e le prove dello spettacolo. Ricordo che uno dei miei pensieri era: "Piacerò ai suoi genitori anche se non so fare niente di circense?". L'ultima sera del circo mi feci portare dai miei genitori. Speravo di vederla. Contavo di trovare le parole per dirle che ero innamorato e che avrei voluto restasse per sempre. Volevo scongiurarla di non partire. Ovviamente non la vidi. Il lunedì mattina, accanto al mio banco, il suo non c'era più. Era stato rimesso nello sgabuzzino. Ogni anno delle elementari, quando arrivava il circo, speravo sempre che fosse quello dei suoi genitori. Ma non tornò più.


Continua.... 


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