Blog nov-dic 2011

Blog nov-dic 2011

30/12/11

Io credo fermamente nelle fasi. Non ne faccio una regola generale, perché di certo altri ragionano per episodi, però per me funziona così. Io attraverso cicli. La mia vita non si snoda per singoli brani, ma per periodi, e anche discretamente lunghi, significativi. Un episodio, per me, acquista un determinato senso solo in quanto inscritto in una determinata fase. E queste fasi sono pressoché alterne. Ogni volta che tocco il fondo, nelle mie cicliche recessioni personali che al momento sembrano infinite, inanellanti, non invertibili, c’è sempre il riscatto, così come per ogni fase positiva c’è da attendersi l’inevitabile rovescio. Ora è un po’ che gira bene; se arriverà lo schiaffo, se non altro mi troverà pronto.

29/12/11

Mentre leggevo il libro postumo e incompiuto di David Foster Wallace, “Il re pallido”, continuavo a provare questa sensazione da voyeur, come avessi un’illegittima occasione di sbirciare nelle appartenenze altrui. Mi sentivo un po’ in colpa. Una certa vergogna da privilegio. Voglio dire, il libro non era finito, ed è anche difficile dire quanto mancasse alla fine, un autore come Wallace esce da qualsiasi schema, e conoscendo la sua vena perfezionista sono assolutamente certo che tante cose sarebbero cambiate, dalla struttura, alla scrittura, alla definizione dei personaggi, alla trama. Si capisce che sarebbe stato un capolavoro, forse non all’altezza dell’inarrivabile “Infinite Jest”, ma comunque un qualcosa di unico. Sicuramente una bella sfida e un’affascinante impresa, per il curatore, l’editing di questo incompiuto romanzo, ma mi sono chiesto quanto abbia messo mano sul libro, quanto abbia realmente modificato, aggiunto, sottratto. Quanto ci sia di suo in tutto questo. Quanto abbia “corrotto” l’opera. Dovrei solo ringraziarlo, per avermi data la possibilità di leggere questo “Re pallido”, eppure non posso fare a meno di odiarlo, solo un pochino.

28/12/11

Delle amicizie perdute, quelle che hanno segnato una certa fase della vita e poi non si sono esaurite naturalmente ma hanno subito una recisione volontaria, capisci che ti sono mancate solo quando ti ci imbatti di nuovo, a distanza di tempo. Se hai un carattere eccessivamente passionale e orgoglioso certe amicizie si lasciano andare con troppa facilità. A me è capitato spesso, purtroppo, soprattutto tra i diciotto e i vent’anni. Per motivi che poi, a distanza di anni, fatico sempre più a ricapitolare. E se c’è una cosa di cui sono contento è che alla fine, una volta rinsavito, le ho riallacciate quasi tutte, queste amicizie. Ci vuole così poco, a perdonare o farsi perdonare, e si ottiene così tanto in cambio. A farsi fregare dall’orgoglio, invece, ci si rimette soltanto.

26/12/11

Un incubo. Non di quelli che fanno urlare, semmai il tipo che ti fanno alzare di soprassalto con una grande inspirazione di bocca, come se provassi a inghiottirlo prima che si disperda nella stanza. Ho sudato nonostante il freddo. In effetti a quest’ora del mattino una coperta in più non guasterebbe, e invece io non accendo nemmeno il riscaldamento. Quest’ora del mattino? Quale, di preciso? Controllo. Le sei meno cinque. «Cazzo, è presto», dico, distendendomi di nuovo. Poi realizzo. «Minchia» dico alzandomi di scatto. La notte del 25 mi sono scordato di rimettere la sveglia e sono in turno di alba. Dovrei essere a lavoro alle cinque e mezza, massimo alle sei. Sono, le sei. Merda. Una delle sensazioni peggiori al mondo è accorgersi di essere in ritardo a lavoro perché non ci si è alzati in tempo. Mi vesto in fretta come neanche superman, corro svelto, prendo l’auto, sgommo, incurante dei semafori sfavorevoli. Parcheggio davanti alla redazione, scendo, scatto, entro, salgo le scale e sento lo squillo che stavo aspettando. È la segretaria. Mi chiede dove sia. «Proprio davanti alla tua porta» le dico salutandola con nonchalance. Sono le sei e cinque minuti. I miei colleghi: «Pensavamo non ti fossi svegliato». «Io? Figuriamoci». Quasi puntuale, grazie a un incubo.

25/12/11

Non è vero che la gentilezza è altruistica. Può diventare il massimo dell’egoismo, se è fatta per ottenere contraccambio, o solo perché si ha bisogno di sentirsi gentili. In pochi sarebbero disposti ad ammetterlo, ma la gentilezza è fatta soprattutto per esaudire se stessi. L’altro c’entra ben poco. La generosità è spesso maschera e riflesso ingannevole dell’individualismo. Diceva bene Marcel Mauss, l’etnologo, che descriveva il dono come un atto di violenza, perché obbliga chi ha ricevuto il dono nei confronti di chi glielo ha donato. Natale, la festa più violenta.

24/12/11

Il miglior regalo di Natale che mi sono mai fatto, e ormai risale a qualche anno fa, è stato il cd doppio degli Smashing Pumpkins, il capolavoro assoluto di questa grande band, “Melon Collie and the infinite sadness”. Una rivelazione, a quei tempi, ma anche stasera, che me lo sento in sottofondo, antico eppure nuovissimo. Non so se c’è ancora chi fa musica così, non voglio fare il solito nostalgico dei propri tempi musicali che non vede altro che la musica che ha segnato la propria giovinezza, però lo considero un disco irripetibile, per molti versi. È esagerato, quasi. Archi, distorsioni, testi toccanti, melodie perfette, sperimentazioni elettroniche. Tanta qualità, e anche la quantità non scherza. L’anno dopo, per il Natale successivo, mi feci regalare il cofanetto con i vari singoli, ognuno corredato da almeno cinque b-side. Si chiamava “The aeroplane flies high look left turn right” ed era fantastico, chiamarlo un cd di scarti sarebbe stata un’eresia. Gli Smashing Pumpkins da allora non ne hanno più imbroccata una. Troppa grazia, forse, tutta in una botta sola. Restano però il mio gruppo di Natale, e non solo.

22/12/11

“Tesoro, siamo in default”.
“Ma come, amore, credevo che il nostro fosse un amore obbligazionario”.
“Lo era, tesoro, ma perché tu cartolarizzavi anche i sentimenti”.
“Amore, dici così perché c’è troppo spread tra quello che desideri e ciò che ti offro, ma cambierò”.
“Tesoro, non farne una crisi greca”.
“Amore, ti comprerò una borsa di Milano”
“Tesoro, neanche se ti dividessi in «buoni del» otterrei il rendimento che cerco”.
“Dimmi la verità, amore, hai ripreso a uscire con quel tedesco là, quel Bund?”.
“No, tesoro, ma i tuoi continui prelievi sul conto corrente del cuore mi hanno svuotata dell’amore”.
“Amore, non declassarmi come un’agenzia di rating”.
“Tesoro, lo hai sempre saputo che sono volubile. Il mio è un amore a tasso variabile”.

21/12/11

Una gran conquista, anche se sembrerebbe ovvia, è capire che la vita non ti deve nulla. Ma proprio zero. È vero che crescendo si comprende a poco a poco di non essere il centro dell’universo e che non si è la ragione stessa dell’essere al mondo, ma dalla vita uno si aspetta sempre un po’ di giustizia, il risarcimento per i patimenti subiti, una svolta improvvisa che scriva un lieto fine, l’occasione imperdibile che dia un senso a tutto il nostro vivere. E invece no. Non sta proprio scritto da nessuna parte. Al patimento può seguirne un altro, all’ingiustizia idem. Insomma, la vita non ti deve niente. Lo so, diamine. Eppure, quando allento un poco la stretta ferrea della razionalità, tutto ciò non mi pare per nulla equo, vorrei fare ricorso, e in fondo in fondo, lo ammetto, continuo a illudermi che in realtà qualcosa ti debba sempre.

20/12/11

Mi ritengo un automobilista abbastanza attento, eppure, in due mesi, è già la seconda volta che poco ci manca carichi un passante sulle strisce. Attraversano velocemente, al buio, e li vedo solo all’ultimo istante, e così inchiodo, li salvo salvandomi, e poi sento il cuore che pompa come un ossesso per lo scampato pericolo. E capita sempre quando sono più rilassato, mentre canticchio una canzone pertinente, in umore assolutamente ideale. La verità è che in strada, quelle linee disegnate dall’uomo che prendiamo come rigorose barriere, riparano solo fino a un certo punto dal disastro possibile. In strada, come poi nella vita, sei sempre alla mercé di forze preponderanti, e anche della stupidità degli altri. Quei due passanti convinti che lo avessi visti, che avrei prestato deferenza alle strisce, non avevano considerato che in realtà non li avessi visti affatto. Ed è così anche quando guidi sulla tua corsia e dall’altra carreggiata ti divide solo una linea bianca. Tu puoi essere pure ligio alle regole stradali, ma se l’altro non lo è il frontale lo fai lo stesso. Vabbé, cazzate a parte, bisogna davvero che stia un po’ più attento.

19/12/11

Ho creato un mostro. Quando sono arrivato qua, a giugno, in redazione non si giocava più a calcetto già da diverso tempo. Anni. Diversi anni. Con enorme fatica, da buon Filini, riuscii a organizzare la prima sfida giornalisti/montatori per inizio agosto. Pregando, corrompendo, supplicando. Per farne un’altra ci sono voluti altri due mesi. E poi, come tutte le creature da letargo, dopo un sonnolento risveglio la macchina è ormai in moto inarrestabile.
In fondo me lo immaginavo. Il calcetto è il calcetto.
La cosa buffa è che proprio quelli che si erano fatti più pregare sono ora quelli che spingono per giocare regolarmente.
Da ottobre non c’è stata settimana senza che organizzassimo una sfida. Sempre contati, sempre con formazioni variabili fino all’ultimo momento, però incredibilmente costanti.
Stasera avrei passato volentieri, perché abbiamo avuto defezioni, siamo solo quattro contro quattro, e poi piove, ed è pure un gran freddo. Insomma, per stavolta ne avrei fatto a meno, magari per organizzare meglio nei prossimi giorni, ma come detto, ho creato un mostro. E così, quando ho provato a dire che forse era meglio rimandare, mi sono scontrato contro un muro di scandalizzato rifiuto al rinvio. E dunque, mentre fuori piove a dirotto, con il maestrale che prende a sonori schiaffoni chiunque abbia l’avventatezza di farsi trovare in giro, io m’infilo il k-way e vado a raggiungere gli altri mostri. Contento, in fondo. Perché il calcetto è il calcetto.

18/12/11

Non sarebbe Natale senza la corsa al regalo dell'ultimo momento, senza il cruccio per quel parente o amico a cui proprio non si sa cosa donare, e poi, infine, senza il senso di liberazione quando sotto l'albero c'e' un pacchetto infiocchettato per ognuno. Il portafoglio e' un po' piu' vuoto ma vince la sensazione di avercela fatta per un altro anno.
Oggi ero ai mercatini cagliaritani a intervistare gente che cercava tra le bancarelle qualche regalo per lo shopping natalizio dell’ultimo istante, in cerca del risparmio. La verita’ e’ che anche senza soldi si cerca comunque di accontentare tutti, anche se si parte con l’idea di non fare regali affatto. Esemplare, in questo senso, l’intervista con questo tipo.
Io: “Ultimi regali di Natale?”
Lui: “Quest’anno sara’ un problema”.
Io: “Qualcuno restera’ senza?”.
Lui: “Almeno ai bambini bisogna farli”.
Io: “Solo ai bambini?”.
Lui: “Vabbe’, anche alla moglie”.
Io: “Stai a vedere che alla fine li farai a tutti”.
Lui: “Come ogni anno”.

17/12/11

Certe volte capita di solidarizzare più con chi fa le truffe, che con chi le subisce. Mi è capitato per esempio con questo fruttivendolo di Quartu Sant’Elena che bidonava con gratta e vinci falsi soggetti benestanti che credevano di bidonare lui. Falsificava i tagliandi dopo averli recuperati dalla spazzatura. Incollava la striscia di numeri vincente accanto a quelle perdenti passandoci sopra il ferro sa stiro, e poi, fingendosi uno sprovveduto, cercava il “pollo”. Andava da questo con una fotocopia del biglietto “vincente” dicendo che a causa della scarsa vista non era sicuro di aver vinto o meno. Se la vincita era di cinquecentomila euro, il truffato di turno, pensandosi furbissimo, diceva al fruttivendolo di Quartu Sant’Elena che questa era di soli cinquemila. Si offriva di riscuoterla, ovviamente. Alla fine la truffa è saltata fuori perché si può fregare un “pollo” ma non Lottomatica, ma chissà quanti ci sono cascati e non vogliono denunciarlo, ammettendo la cosa, per non fare la figura degli approfittatori e dei fessi. E sono proprio approfittatori e fessi, costoro. Io, in ogni caso, sto col fruttivendolo.

16/12/11

Una cena delle medie. Avrei sempre voluto farla ma non mi sarei mai preso la briga di organizzarla. È una di quelle situazioni orribilmente affascinanti, magari anche un po’ patetiche, del tipo che esercitano un’attrazione quasi disarmenate. Così, ora che è stata effettivamente proposta e organizzata da altri, con l’aiuto di Facebook come nell’uso di questi nostri tempi, mi è sembrata subito un’idea intrigante, uno di quegli eventi che mi dispiacerebbe perdere. Non che mi aspetti granché, che queste cose vivono più di attesa che altro, ma tant’è. Io non ho più contatti con i miei ex compagni delle medie, gli unici sono forse quelli che ho ritrovato alle superiori e poi in certi casi all’università. Con alcuni ci incrociamo in sbrigativi “ciao”. La verità è che con il mio paesello non ho questo tipo di legami. Però sono curioso. Una curiosità quasi letteraria. Nel senso che il ritrovo con gente che non vedi da una vita e di cui nella maggior parte ignori le attuali fattezze, la professione se c’è, lo stato famigliare, e quant’altro, è un incipit che ben si presta a una creazione letteraria, a una storia. Mi viene in mente quel film con Verdone e altri dove Benvenuti fa finta di essere ridotto in carrozzella e alla fine ci finisce davvero. “Compagni di scuola”, forse il titolo. Quello si che descriveva una situazione assai triste e patetica. Magari, se alla fine andrà in porto davvero, lo sarà anche la nostra.

15/12/11

La verità è che dei partiti non sento proprio la mancanza. Anzi, considerato il disamore che ho per qualsivoglia partito - l’ultima tessera che ho avuta era dei Ds e dopo averla stracciata per delusione non ho neanche lontanamente pensato di prendere quella del Pd o simili - ben venga un governo di professori, ovviamente disinteressati, possibilmente non sospinti dalle lobby. L’assenza dei partiti al governo è già bastevole per uscire dall’impasse del “Non lo faccio altrimenti non mi rivotano”. L’immobilismo della politica dell’ultimo decennio è il fallimento totale dei partiti. E quando sento che i leghisti fanno tutte quelle scene da partito di opposizione, ponendosi come soluzione al problema che loro stessi hanno creato, giusto per riguadagnare un paio di voti in vista delle prossime elezioni, impipandosene del destino del nostro Paese, attaccati alle poltrone romane che dicono di disprezzare come fossero cozze aggrappate a uno scoglio, allora dico che per quanto mi riguarda, per quello che conti, Monti e company possono pure continuare a gestire la cosa pubblica fin quando in Italia non avremo partiti veramente preoccupati dell’interesse nazionale e non solo affamati di potere e prebende.

13/12/11

In questi ultimi anni mi sono reso sempre più conto di sperimentare una tensione ambigua e complessa fra due sentimenti inconciliabili. Da una parte c’è la voglia impetuosa che il tempo passi velocemente, di volta in volta, perché si avvicini una scadenza agognata, arrivi presto un momento atteso. Dall’altra c’è il desiderio ingenuamente incrollabile che il tempo rallenti all’inverosimile, così che la giovinezza non passi, gli anni migliori non lascino il posto a stagioni incerte, le responsabilità non si accumulino in modo sempre più incalzante, il dio dei contrappesi non disponga una fase negativa dopo una positiva che permane da un po’, le persone e il cane che amo in là con gli anni non si avvicinino pericolosamente alla fine. Galleggio fra queste due sensazioni antitetiche come un naufrago di piccoli naufragi quotidiani.

12/12/11

Che morbide sembrano quelle nuvole viste dall’alto dell’aereo, viene quasi voglia di abbracciarle, come fossero creature domestiche. E invece sono selvagge, altroché. Amo i cumuli, specie se frammisti. I nembi con i bianchi, intrecciati o giustapposti. Così soffici, i cumuli, mica come i noiosi strati, o gli impalpabili cirri. Viene quasi voglia di caderci dentro, in tuffo dall’alto. Davvero. Poi, dal posto, guardi bene il primo vetro del doppio finestrino, volo della Ryanair. Una piccola crepa sull’oblò. Minuscola. Ma c’è. Riguardi quelle nuvole, quasi di sottecchi, e scopri che quell'incauta voglia di abbracciarle se ne è proprio decollata altrove.

10/12/11

Il calzolaio del mio paese si chiama Elido. Dal suo negozio sono arrivate praticamente tutte le scarpe che ho avuto dall’asilo alle scuole medie. Un buco di locale di scatole assiepate. O meglio, il locale sarebbe anche grande il giusto, ma le pile di scatole di scarpe hanno lasciato sgombro solo un piccolo corridoio che conduce alla cassa. Era così quando ero piccolo, ed è così oggi, che sono tornato in loco per farmi aggiustare una cintura dal poliedrico calzolaio del paese. È impressionante la mole di scarpe di bruttezza inarrivabile sopravvissute ad ere che si perdono nella memoria. È impensabile il lavoro psichico che Elido deve fare ogni giorno per ricordarsi dove si trova la scarpa compagna di quella “esposta” su una qualunque delle molteplici pile dal profilo vagamente animalesco che incombono sulla stanza in un modo leggermente oppressivo, incombente, come se quell’arredamento fosse un castello di carta in balia del vento. Tra le varie, orrende scarpe che ho comprato da Elido, alle medie, proprio quando sulla credibilità delle scarpe si giocava anche buona fetta della tua credibilità sociale, ce n’era un paio da lui consigliatomi che si chiamavano Koro. Era il periodo delle Reebok. Ce n’era un paio, particolarmente in voga, le “Pump”, con una specie di mini pallone da basket che si gonfiava a pompetta. Erano le scarpe che avevano i miei compagni più all’avanguardia ma per me erano un miraggio, troppo care. Così, visto che le mie Koro avevano al posto di una O del nome una specie di palla in rilievo, mi ero inventato la balla che, premendo quella palla, l’effetto ottenuto era lo stesso delle Reebok Pump.  Ovviamente non ero stato creduto. I compagni mi prendevano per il culo. Chiamavano quelle scarpe le “Koro Koro Pump”.

09/12/11

Già è difficile deludere il prossimo, ma deludere un cane può essere anche peggio. Correndo lungofiume, al paesello, ho fatto amicizia con questo pastore maremmano che il padrone lasciava ogni tanto libero sulla strada sterrata che percorrevo. Era un cucciolo allora. Gli davo una razione di coccole quotidiana, e lui entrava in agitaizone ogni volta che mi vedeva arrivare da lontano di corsa. Mi veniva incontro, e provava a seguirmi fin quando le urla del proprietario non lo richiamavano all'ordine. Dopo un po' di tempo, ritornando là, l'ho trovato cresciuto, cinquanta e passa chili di cane, ormai un giovanotto con dei compiti canini da svolgere, tipo fare da guardia alle pecore che pascolavano lungo l'argine del fiume Chiani. Le prime volte che stava a "lavoro" e mi vedeva arrivare cominciava a muovere la coda freneticamente ma per ogni passo che faceva nella mia direzione ne faceva due indietro, come per paura delle cinghiate che avrebbe potuto rimediare dal padrone. Poi, negli ultimi tempi prima che partissi dal paesello per andare a lavorare a Cagliari, si avvicinava alla recinzione che divideva la strada sterrata dall'argine del fiume e si lasciava fare qualche coccola fugace prima di tornarsene fra le pecore.
Oggi, quando mi ha rivisto dopo diversi mesi ha forzato la recinzione e se ne è uscito per seguirmi. Provavo a farlo rientrare, ma appena me ne andavo usciva di nuovo. Alla fine credevo di essere riuscito a convincerlo, e invece quando sono arrivato alla macchina che avevo lasciato poco distante me lo sono ritrovato vicino alla portiera, pronto a farsi portare via. Chissà se aveva visto in me una promessa di un futuro insieme, inconsapevole che avessi già un altro pastore maremmano casalingo e supergeloso a casa dei miei e che non avrei comunque potuto portarlo via con me sull'isola. Alla fine ho dovuto tradirlo. Dare una voce al proprietario affaccendato nelle sue stallette lungofiume perché lo richiamasse all'ordine. Mi sono sentito un verme. Eppure non potevo fare altrimenti. Se fosse scappato e finito in strada? Triste, però, tradire la fiducia e le aspettative di un cane. Scusa, simpatico amico del fiume.

08/12/11

Ci sono cose che nonostante le buone intenzioni ricorsivamente riproposte non c'è proprio verso di realizzarle. Tipo, per me, mettere su e addobbare l'albero di Natale con i miei. Era uno di quei riti che fino all'adolescenza non venivano mai disattesi. I miei che posizionavano le palle di vetro comprate durante il viaggio di nozze mentre a me e a mio fratello lasciavano qualche comprimario di plastica, che egualmente ci dava soddisfazione sebbene non esaudisse quel bisogno di avvicinarsi al proibito che invece scintillava sulla pelle levigata e rilucente delle altre palle dell'albero. Finita quella fase della vita, proprio dopo aver avuto accesso a quelle palle, luci, e addobbi tanto desiderati, non sono più riuscito a fare parte del rito. E' una cosa che proprio non mi riesce più. A livello inconscio, so che mi deprime e mi attrae allo stesso tempo, il fare l'albero. Non ho mai capito bene perché. Oggi, casualmente a casa durante il rito dell'albero - o forse vittima di un ben organizzato tentativo di coinvolgimento da parte dei miei - mi ero detto che li avrei aiutati per farli contenti. Ho avuta, insomma, un'altra occasione per spezzare questa mia disaffezione dal rito. Dopo un pranzo ipercalorico, mi sono proprio detto che stavolta era quella buona. Che mi sentivo motivato. Che sarei stato d'aiuto. Giusto il tempo di leggere qualche pagina di un libro. Massì, se non avessi partecipato al rito neanche stavolta che ero proprio lì non me lo sarei perdonato in seguito. Ovviamente non l'ho fatto. E ho vissuto il resto della giornata piuttosto bene. Quando sono riemerso dalla camera l'albero era bell'e fatto. "Uh, bello" ho detto.

07/12/11

Riflettevo sulla distribuzione dei talenti e delle attitudini nella mia famiglia. Quattro individui che condividono ampie porzioni di dna ma che eccetto la fisionomia e per tre quarti il cognome sembrano avere in comune ben poco. Mio padre è quello della manualità. Uno di quegli uomini che sanno fare tutto con gli attrezzi, che aggiustano tutto, che lavorano bene il legno, che costruiscono cose in pietra, che si adatta a ogni lavoro manuale, di quelli che riescono anche a dipingere con un certo successo. Mia madre è quella che non si perde mai nei meandri della burocrazia, è quella che riesce sempre a trovare una soluzione a questioni snervanti che hanno a che fare con l'apparato statale, la roba fiscale, gli atti amministrativi, ed è quella che ha sempre una risposta per tutto. Mio fratello è quello che risolve i problemi legati all'informatica, alla tecnologia, e ha il talento per il teatro. Io in pratica sono l'unico che non risolve un bel niente, se non lo scrivere biglietti d'auguri vari per questioni famigliari o simili, sono quello che scrive, che fa musica, e quindi che serve di meno, in fin dei conti. Sono quello che nel tempo ha creato più guai, in compenso. E fortuna che loro sono tutti bravi ad aggiustare.

05/12/11

C’era questa vecchina che ho incontrato stasera mentre uscivo dalla redazione. Spaesata. Si guardava intorno. Mi ha chiesto se sapevo dove fosse un emporio di roba cinese. Mi ha colpito molto, perché non era il tipo di persona che immagineresti far spesa in un magazzino di roba contraffatta, era una di quelle vecchine da sporta, quelle che vanno al mercato, e ai grandi magazzini. Non sapevo dove fosse questo posto ma ci ho parlato un po’, mi ispirava dolcezza. Andava là a fare i regali di Natale. Mi ha detto che là le cose costavano meno. E che non poteva fare altrimenti. Pareva combattuta tra un senso di imbarazzo e una volontà di concedere spiegazione. Ho provato per lei una gran tenerezza. Avrebbe potuto essere mia nonna. Mi ha raccontato la perdita di potere d’acquisto della sua pensione negli ultimi anni. Mi ha fatto pensare a quei vecchietti che vedo ogni tanto rovistare nella spazzatura. Cosa stiamo facendo a questi nostri anziani? Una società che li costringe a umiliarsi così merita davvero l’estinzione.

04/12/11

Non vorrei che domani si parlasse solo delle lacrime del ministro Fornero, perché le lacrime saranno di tutti.
Che servano però a riscoprirci meno ridanciani, meno sguaiati, più consapevoli, più realisti. Che aiutino a riprenderci la nostra identità di italiani scippata da quattro impostori per troppo tempo. Che insegnino il valore dell’onestà, del dire le cose come sono realmente per quanto possano essere drammatiche: abbiamo bisogno di tornare a guardarci in faccia e di provare fiducia per chi ci rappresenta.
Io vorrei che domani, fossimo anche un po’ più poveri, tornassimo ad essere, a partire proprio dalla politica, tutti un po’ più veri.

02/12/11

Che sia la calligrafia, lo specchietto retrovisore dell’anima? O meglio, uno strano incrocio tra quello e lo specchio alla Dorian Gray? Con me funziona più o meno così. A scuola, negli anni del liceo, e poi nei primi universitari, avevo una calligrafia perfetta, quasi femminile per come era precisa. Ero io a non essere preciso per nulla. Scapestrato, poco produttivo, incasinato. Ora che mi sono dato una raddrizzata, da quando ho deciso di darmela, la mia calligrafia è diventata indecifrabile, persino per me, e non dipende nemmeno dal fatto che spesso devo prendere appunti nei posti più scomodi, perché pure se sono comodamente seduto al tavolino scrivo a scarabocchi che poi fatico a interpretare. È come se la mia calligrafia si ribellasse al mio essere, come se mi volesse ricordare che oltre a quella che è la facciata principale, c’è tutto un sottobosco che, in fondo in fondo, dice pure dell’altro.

01/12/11

Cazzo, ho un tic. Me ne sono accorto questa mattina, per strada, mentre camminavo. Mi succhio l’interno delle guance e faccio la bocca a pesce quando incrocio sul marciapiede un passante che viene nella direzione opposta. Non ci avevo mai fatto caso. Eppure, nel momento in cui me ne sono accorto, quando questa roba ha avuto accesso alla consapevolezza, ho dovuto pure constatare che in effetti la replicavo con assoluta naturalezza. Uno potrebbe dire: vabbè, mica è detto che lo fai sempre, magari è una cosa sporadica, momentanea. E invece, facendoci caso, mi sembra proprio che sia un tic bello e buono. Cacchio.

30/11/11

Mi piace, ogni tanto essere in turno di alba. Se lo facessi di continuo mi peserebbe di sicuro, ma diluite nel tempo le settimane di alba passano via abbastanza briosamente. In genere mi capita una settimana ogni quattro o cinque, che non è troppo, in effetti. Mi piace entrare in contatto con il mondo che si alza alle cinque. Ecco perché se posso non prendo mai l’auto per andare a lavoro. C’è una sorta di complicità rassegnata nelle occhiate, un riconoscimento reciproco che in altre ore non si paleserebbe, una migliore attitudine alla conversazione. Si comincia con le donne delle pulizie del mio palazzo. Due chiacchiere con le voci impastate di sonno. Altre due con il barista che mi serve il primo caffè della mattina e se capita con gli altri avventori. Per strada il traffico veicolare è sporadico e inconsistente. Sui marciapiedi viaggiano solo cani al guinzaglio e padroni che se li portano dietro camminando come sonnambuli. In città i cassonetti traboccano, la nettezza urbana passerà solo un’ora più tardi. Mi piace, osservare la città che si sveglia come una creatura. E poi, essere liberi dalle due con tutto il pomeriggio davanti, è un lusso per cui che vale la pena anche una levataccia.

29/11/11

I posti dove vivi sono molto simili alle persone con cui imbastisci una relazione sentimentali. Certe volte ci rimani per sempre, per comodità o indisposizione all’avventurarti. Certe altre vorresti andare via e te ne capita l’occasione ma invece non lo fai mai. Magari stai anche bene dove sei, ma senti che ti manca comunque qualcosa. Accade nei posti in cui vivi, specie se ci sei nato, ed è proprio come quando stai con una persona con cui stai bene ma senti di essere pronto ad aprire il cuore verso qualcun altro, magari per metterti ancora alla prova, o per scoprire un nuovo lato di te stesso, perché hai paura di abbrutirti nell’abitudine.
Di certo c’è che, se sei uno che teme il rimpianto più della perdita, allora nel dubbio vale sempre la pena lasciarsi qualcosa alle spalle per quanto caro sia, sennò resti sempre un po’ infelice.

28/11/11

Avere fra le mani un nuovo libro di David Foster Wallace è francamente una festa. Ero scettico, in principio, perché non amo i libri postumi, i collage di scarti, l’ostinazione di dare una fine all’incompiuto. Mi disturba la violenza che si fa sull’autore dando in pasto al mondo un’opera che non è giocoforza quella che voleva lui. Un’opera che sarebbe stata corretta, tagliata, allungata, sviluppata nella trama, migliorata nella prosa e organizzata diversamente nel montaggio finale. Un’opera che non poteva venire alla luce senza il lavoro di selezione, correzione, rimpasto del suo editore. Un’opera “corrotta” dal tocco altrui. Però, appena si comincia a leggere “Il re pallido”, si capisce subito che non sarebbe stato giusto lasciare questo libro in un cassetto. Da fan, pur sapendo di non avere fra le mani un prodotto massimizzato e compiuto, mi accontento di scoprire a poco a poco quest’altro immenso e purtroppo ultimo capolavoro del mio scrittore preferito.

27/11/11

Risentire questa ragazza dopo tanti anni mi ha fatto pensare a quanto si può diventare sciocchi durante l’innamoramento. È stato più o meno un colpo di fulmine, allora. L’avevo adocchiata il primo giorno delle superiori, aveva un anno più di me. Abitava nel paese dove si trovava la scuola, e credevo prendesse un certo pullman per arrivare la mattina, forse perché qualcuno mi aveva detto di averla incontrata più volte lì. Così, io che dal mio paesello periferico arrivavo ad Orvieto assai presto col treno, avevo preso a fare un giro lungo col il pullman che dalla stazione portava a scuola facendo il giro del paese dove abitava lei.
Feci ‘sta roba per un paio di mesi, senza mai incontrarla. Poi, un giorno, la vidi salire. Mi ero fatto mille film su come l’avrei approcciata, e invece non riuscii non dico ad aprire bocca, ma neanche a guardare nella sua direzione. La cosa ridicola era che nel mio fantomatico approccio non le avrei chiesto di uscire o simili, ma proprio di metterci insieme. Così, sulla fiducia, come avevo fatto fin lì alle medie. Col senno di poi, mi auto-ringrazio di non essermi fatto ridere in faccia. Poi col tempo uscimmo insieme più volte, a periodi anche molto distanti, fino a non troppo tempo fa. Però mancava sempre qualcosa. Poi si è sposata. È mamma, oggi. Però, devo ammetterlo, risentirla, anche se non ci pensavo da tempo, mi ha procurato un brivido. Certe sberle che prendi a tredici anni non si dimenticano. E il brivido è la parte migliore dell’umanità.

25/11/11

Bisogna amare il rischio, quando il non correrlo ti rende anonimo o statico e il correrlo può arrecarti un vantaggio ben maggiore del possibile svantaggio. Lo pensavo osservando ieri sera, al Sant’Elia, il portiere del Cagliari che al novantesimo si è gettato nella mischia per segnare all’ultima azione disponibile e poco ci manca che la butti dentro di testa. Ha lasciato la porta sguarnita, vero, ma la partita era persa, se non ci fosse stato un gol a rimetterla in carreggiata per i supplementari, mentre subirne un altro non avrebbe cambiato di molto le cose. La forbice tra vantaggi e svantaggi era dilatata, e lui ha fatto bene a considerare la cosa. Così, ci ha pensato un attimo e poi è corso nell’aria avversaria, acclamato come un eroe dai tifosi. Sul cross ha incornato, e il collega gli ha bloccato il tiro. Sarebbe stata l’apoteosi. Però lo stadio era tutto per lui. Ha scelto di dare un calcio all’anonimato, alla paura che blocca le gambe, e si è preso il suo meritato premio. Il rischio, porco mondo, va corso.

24/11/11

Concludere qualcosa. Poter dire: «Ho finito». Credo che sia una delle più grandi esigenze umane. Non parlo di progetti di vita, o meglio, non solo. Mi riferisco fondamentalmente alla sensazione che si prova quando ti lasci alle spalle un compito. Piccolo o grande che sia. Piacevole od odioso. C’è chi suddivide la giornata in tante piccole missioni, così da replicare questa sensazione all’infinito, e c’è chi preferisce definire una missione di lungo periodo, il Progetto con la P maiuscola, in modo da procrastinare questa tensione all’infinito, a volte senza mai raggiungerla. C’è, insomma, chi preferisce alla sensazione di compimento la tensione per il suo raggiungimento. Ed io? Io mischio un po’ le carte. Ho le mie P maiuscole. Ma ne ho anche alcune straminuscole. Per esempio, in questo momento, appena finito di scrivere questo post, mi sto dicendo: «Deh, pure oggi ho finito con l’aggiornamento del mio blog».

23/11/11

Dunque, Nerone. Non il romano piromane, ma l’orvietano semi-clochard. Sigaro sempre in bocca, eppure sempre in cerca di un sigaro da scroccare, passo sciancato, pelata e barba bianca assai pronunciata. Su di lui, mille dicerie. Che fosse sieropositivo. Che in passato avesse fatto da pappone a un giro di prostitute – anche se a me pareva più un semplice puttaniere -. Che per un periodo fosse stato anche ricco, prima di sperperare tutto. Uno di quei personaggi di paese su cui tutti ricamano volentieri. Di certo, abitava in una roulotte vicino al fiume. Rivolgeva parola a tutti, quasi sempre a sproposito, scambiandoti spesso per qualcun altro. È morto in questi giorni. Mi ha colpito come in tanti, anche chi non ha avuto nulla a che fare con lui e chi lo evitava come la peste, abbia postato qua e là per il web il proprio personale ricordo. E quindi, accodandomi, lo faccio anch’io, se non altro perché negli ultimi tempi lo avevo addirittura messo nel libro che sto scrivendo su commissione di un finanziere orvietano, una specie di biografia-intervista. Sì, perché un giorno che ero nello studio di questo mio committente, uno studio affacciato sulla viuzza che conduce al Duomo di Orvieto, una giornata d’estate, mentre stavamo lavorando, questo Nerone è entrato nello studio del finanziere e si è messo a curiosare in giro, le sue scarpe sudice che affondavano sulla moquette. Il finanziere si è accorto della presenza ma non ha detto niente. Figuriamoci io, che ero piuttosto divertito dalla cosa. Dopo dieci minuti buoni, Nerone si è seduto sulla poltrona di pelle bianca e ha pure poggiato i piedi sul tavolinetto. Questo finanziere è piuttosto sanguigno e credevo che lo avrebbe azzannato, ma invece non gli aveva detto nulla. Alla fine, stufatosi di attendere che finissimo le nostre chiacchiere, Nerone ha chiamato il finanziere e gli ha chiesto un sigaro “di quelli buoni”. “E quelli che ti ho dato l’altro giorno?” ha chiesto l’altro. “Fumati tutti” è stata la risposta. “Beh, li ho finiti” gli ha detto allora il finanziere. E Nerone, alzando il sopracciglio, pensoso, ha interiorizzato a fondo ciò che aveva udito, e poi, alzando i tacchi, se ne è andato così come era venuto.

22/11/11

È sempre piacevole ricapitolare i momenti che ti legano a un gruppo musicale. Specie quando hai già in tasca il biglietto per la prossima esibizione italiana del gruppo in questione. Radiohead è una delle band fondamentali della mia vita. Il primo video che ho visto era “High and Dry”, secondo album, una pellicola in bianco e nero, loro sotto la pioggia, a suonare zuppi. Una canzone che ho sempre amato e risuonato mille volte, forse una delle prime che ho imparato. Mi stupì scoprire che i membri della band non l’amavano affatto. Ma tant’è. La canzone che mi flashò di più era però Paranoid Android, con quel video a cartone animato tristissimo e così perfettamente attinente alla musica e alle parole. Con i miei amici di quel tempo l’ascoltavamo a ripetizione. Comprai il disco, Ok Computer, e anche quello prima che era The bends, in gita in Sicilia, terzo superiore, in un negozio di Taormina. Quei cd diventarono la colonna sonora di quei tempi.
“Kid A” e il suo gemello Amnesiac furono uno shock. Così diversi dalla roba di prima, così densi e toccanti. “Idioteque” è ancora una delle mie canzoni preferite di sempre. È perfetta. Purtroppo si lega a un momento della mia vita particolarmente triste. O forse è proprio questa ragione che me la fa sentire così mia. È un inghippo che non ho mai sciolto.
Quando uscì Hail to The Thief ricordo che sentii la prima volta il cd in auto, mentre con i Nonzeta andavamo a Milano a firmare il contratto con la Urlo Music per il nostro primo cd. Sono passati otto anni. Eravamo certi che avremmo sfondato. Non vedevo altro futuro per me se non nella musica. A luglio andammo a vedere il concerto a Firenze. Io e il bassista avevamo i biglietti. Il chitarrista no ma era confidente. Non riuscimmo a trovarlo neanche dai bagarini. Non riuscimmo a farlo scavalcare. A farlo entrare di straforo. Dopo tre canzoni entrammo solo io e lui. Ricordo che a fine serata trovammo il chitarrista che si aggirava fuori dal concerto completamente ubriaco.
In Rainbows è il disco che più mi ha entusiasmato dei Radiohead più recenti. Lo trovo sperimentale, toccante, divinamente interpretato, assolutamente fantastico. L’ultimo non lo conosco molto. Mi sono fatto scoraggiare da primi ascolti e critiche. Ma conto di studiarmelo a fondo, da qui al concerto di Roma, il 30 giugno.

21/11/11

Che dire di questi spacciatori di nuvole, che per anni hanno continuato a dire che queste erano tutte lì, a portata di mano. Che ci avevamo proprio il naso dentro, se non addirittura i piedi sopra. E invece era foschia, quella che ci appannava la vista. Le nuvole, cari signori, lasciamole lassù, belle alte, e accontentiamoci di guardarle dal basso con desiderio e un filo di soggezione che non guasta. E speriamo, soprattutto, che in queste nebbie ora riconosciute per ciò che sono, non si finisca per andare a sbattere malamente.

19/11/11

In effetti, se uno si sofferma a ragionare sulla propria piccolezza, sulla propria esposizione a forze preponderanti, sulla fugacita' di questo nostro essere al mondo, sull'irrimediabilita' del trascorso, un po' di malinconia e scoramento ti prendono per forza. Poi provi a smorzare col pensiero che se non fossimo cosi' passeggeri, se non ci fosse l'orizzonte della fine, non sarebbe neanche cosi' frenetico e passionale il nostro vivere, non ci sarebbe quel forcone puntato al sedere che ci pungola all'esprimere urgenza creativa e sentimentale. Mi consola? Mica tanto. Dove sono finiti i miei trent'anni? Volati, giuro. Non sono un nostalgico del passato, assolutamente, anzi. E' che mi scoccia lasciare indietro la vita, bruciare il tempo trascorso e conservarne solo le volute di fumo del ricordo. Amo il tempo di ora e non lo riporterei mai indietro al tempo di un qualsiasi ieri. E insomma, sono d'accordo che il tempo vada avanti, e ci mancherebbe altro, pero' mi piacerebbe che lo facesse con piu' calma. Chiedo troppo?

18/11/11

Mi sentivo in vena, così, memore di tutte le ore, i giorni, gli anni, passati nella bottega di mio padre a fare pasta all’uovo, ho approfittato del mio giorno libero per darmi alla cucina. Volevo fare una roba stagionale per i mie ospiti, così ho preparato gnocchi di patate e zucca. Non scrivo mai ricette in questo blog, e mi pare il caso di metterci almeno questa, se non altro perché è venuta bene. Allora, sulle quantità io faccio un po’ a occhio, però diciamo che per quattro persone dovrebbero andare bene sui 400 grammi di zucca e altrettanti di patate. Si taglia la zucca a fette e si mettono queste in forno ad ammorbidirsi. Poi si toglie la polpa e si mette in una terrina con le patate lessate. Si schiaccia il prodotto perché non ci siano grumi. Si mischia l’impasto con un uovo, grammi di farina pari alla metà della polpa di zucca, e si aggiunge sale e pepe. Si continua a impastare fin quando il prodotto non è bello compatto. Non bisogna farlo indurire però. Si tagliano stringhe dell’impasto per farne dei bastoncini allungati, e poi ognuno viene diviso in un tot di gnocchi. Quando vengono a galla nell’acqua bollente, sono pronti. Condimento? Niente che copra il sapore. Burro e salvia va più che bene.

17/11/11

È un periodo che mi trovo sempre fra i maroni i comitati antirumore cittadini. A Orvieto, un mese fa, avrei dovuto suonare in un locale, avevo preso il biglietto dalla Sardegna quasi apposta. La serata è andata a monte una settimana prima del concerto perché il Comune ha imposto la chiusura del programma musicale su pressione del comitato antirumore. Pochi giorni fa ho acquistato il biglietto aereo per Orvieto, ancora, e sempre per suonare. Il locale dove mi sarei dovuto esibire con i Nidi di Ragno, però, è a rischio chiusura sempre per le beghe legate al “rumore” musicale e ha dovuto cancellare la serata di domani. Insomma, già ho capito che salterà anche la mia. Oggi vado a fare questo servizio sul comitato antirumore del centro storico di Cagliari. C’era questa riunione nella sala consiliare del Comune con decine di persone agguerritissime contro quelli che chiamano “gli aguzzini della notte”, e cioè gli avventori dei locali notturni e i gestori dei locali medesimi. Il capopopolo del comitato arringava così i suoi discepoli antirumore – giuro che uso le parole testuali - : “Il rumore uccide” “Dal rumore nascono le dittature”. E quelli annuivano pure! All’entrata, un solerte cittadino antirumore distribuiva un foglio di carta con disegnato l’Urlo di Munch, il simbolo della loro protesta. I cittadini antirumore avrebbero dovuto metterselo davanti alla faccia a dei segnali prestabiliti. Non l’hanno fatto, per lo sconcerto del folle arringatore. Peccato, avrei tanto voluto filmarlo con l’operatore e farlo passare al telegiornale. Amo quando questa gente si rende ridicola pensando di essere figa.

16/11/11

Ogni giorno, negli uffici postali del nostro Paese, si consumano piccole/grandi tragedie greche. Sembra che le poste condensino in una nuvola corposa, tipo cumulo nembo, le frustrazioni di ognuno. Tirano proprio fuori il peggio dell’umanità. In genere, anche gli impiegati delle poste fanno di tutto per alimentare questa grande nuvola. Con discreto successo, peraltro. Oggi però mi è capitato di solidarizzare anche con questa vituperata categoria di lavoratori. C’era questa signora, tipo basso e raggrinzito, una mummia stratruccata, occhiali da sole più grossi del viso e del tipo a montatura di tartaruga, con lenti spesse, altroché. Si era messa davanti a uno dei sei sportelli e si infuriava ogni volta che sul display compariva una lettera diversa da quella che corrispondeva all’operazione che doveva fare lei. Inveiva contro le impiegate, come se lo facessero apposta per non servirla man mano che si avvicinava il suo turno. Diceva roba tipo “A queste, basta che gli danno un posto statale e si mettono subito a scaldare la sedia”, e altre carinerie di questo tipo. Le diceva a voce alta, per farsi sentire. Cercava, con poca fortuna, comprensione negli altri che stavano in fila, a loro volta estenuati dall’attesa, ma composti, diciamo. Un signore allo sportello, un altro che aveva atteso più di un’ora per un’operazione di pochi secondi, a un certo punto, sfinito dal vociare stridulo di questa signora che gli strillava nelle orecchie per insultare l’impiegata, ha preso le difese di quest’ultima. “La lasci perdere, sta facendo il suo lavoro”. E la vecchietta, incrollabile: “Lo fa male”. E lui “Lo fa bene”. E via così. L’impiegata? Una sfinge. Quando alla fine l’occhialuta signora ha fatto quel che doveva fare e se ne è andata, tutti abbiamo tirato un sospiro di sollievo all’unisono. Un momento di pace? Macché. C’era questo sportello chiuso, o così diceva l’impiegato che ci stava seduto dietro alla gente che gli si avvicinava, ma a un certo punto una persona ha fatto un’operazione proprio lì. Apriti cielo. Un signore che stava dalla parte opposta ha cominciato a gridare che era stato preso in giro, e che in quelle Poste c’erano favoritismi nei confronti degli amici eccetera eccetera. È andato a litigare con l’impiegato che stava servendo una signora dopo averlo mandato via dicendogli che il suo sportello era chiuso. Ha invocato l’avvento del direttore per conferire. Il direttore è arrivato ed è cominciata una lunga e spossante discussione. Il direttore assicurava che l’impiegato stava facendo un’operazione interna – fanfaluca colossale, direi –. I due litiganti si sono rivolti verso il pubblico che li osservava, perorando la propria causa, cercando di portarlo dalla propria parte. Il direttore non ci è riuscito, perché in effetti la gente, che non è fessa, alle sue chiacchiere non ha dato molto credito, imbufalita dall’attesa com’era. L’altro signore è diventato per una mattina il paladino del consumatore. Il che non gli ha risparmiato un’attesa assai lunga - dietro uno sportello diverso da quello chiuso per i non amici - prima di tornare a casa a raccontare alla moglie quant’è figo suo marito. Shakespeare, alle Poste, si sarebbe molto divertito.

14/11/11

Io che a dio non credo, va a finire che ci dialoghi in modo assolutamente incongruo. Non dico spesso ma neanche così di rado. Davvero, e me ne stupisco, un poco, quando realizzo. Ma poi mi sembra tutto normalissimo. In fondo, devo ammetterlo, è il mio amico/nemico immaginario preferito.

13/11/11

Leggevo di questo pazzo, eroico atleta francese che intende attraversare a nuoto l’Oceano Pacifico. Seguito da un catamarano dove potrà riposarsi ed ovviare alle numerose difficoltà oceaniche, si farà otto ore al giorno di nuotata per coprire la distanza tra una sponda e l’altra dell’oceano. Dal Giappone agli Stati Uniti. Ci vorranno diversi mesi, per farsi la traversata. Quando sento queste cose, io che non amo le acque profonde perché non posso tollerare di non sapere quello che mi si muove sotto, ho pensato subito: e gli squali? Lui sembra ben consapevole del pericolo, e spera che basti a tenerli lontani una specie di congegno che si porterà addosso e che emette campi magnetici scaccia squali. Bel coraggio davvero. Per chi volesse seguire l’impresa, sarà in diretta su facebook.

12/11/11

Sembrano gli ultimi giorni di Pompei, all’ombra del Parlamento, e anche negli alloggi del sottopotere. Piddiellini scatenati in cerca di un salvacondotto, di una strategia di rincalzo, aggrappati a un passato di potere che se ne fugge e timorosi di finire come i vari Diliberto, o Pecoraio Scanio. Berlusconi era il garante del loro status. Senza di lui salta tutto. Ora si aprono scenari imprevedibili. Nessuno può fare previsioni sul proprio futuro politico. Come farebbe Gasparri senza rilasciare la dichiarazione quotidiana a ogni telegiornale? E la Russa, senza più un elicottero delle forze armate da usare come un giocattolo per fare il tristo D’Annunzio degli sciagurati giorni nostri.
Fra i giornalisti, fra i tanti camerieri del potere, si scalcia per un subitaneo riposizionamento. Davvero sfacciato, in alcuni casi.
La verità è che la cosa più triste, in fondo, è proprio quest’ostinazione al personalismo, ai cazzacci propri, mentre qui c’è da salvare lo Stato, perdio. La notte scura della politica italiana si vede proprio in questo attaccamento alle poltrone e ai privilegi, a questa delirante mancanza di senso del reale, al preferire la nave affondata con equipaggio e passeggeri piuttosto che abdicare al ruolo di comandante.
Al Raphael, anni fa, Craxi, nel suo crepuscolo, fu tempestato di monetine. Ai vari La Russa, Scilipoti, e Gasparri, andrebbe forse riservata una pena assai peggiore: un addio indifferente, uno sbadiglio sonante. Che se ne tornassero a lavoro, persi nel dimenticatoio, qualunque cosa facessero prima di cominciare a vivacchiare sulle spalle del popolo.

10/11/11

Una squadra di rugby si difende avanzando. E nell’andare avanti può solo passare il pallone all’indietro. Nel rugby, due giocatori che sul terreno di gioco si sono picchiati come ossessi e promessi sfracelli fino all’ultimo fischio dell’arbitro, finiscono per bere una birra insieme nel cosiddetto “terzo tempo”.
È un gioco laterale, il rugby, fatto di contraddizioni in termini e giocosi paradossi.
Oscar Wilde diceva che il rugby è un ottimo modo di tenere trenta energumeni fuori dalla città.
Oggi ero a Capoterra, nel sud Sardegna, dove si cresce come piante sul prato del campo da rugby. Lo sport del paese è quello. Punto. Negli ultimi trentacinque anni hanno calpestato quel campo generazioni intere di aspiranti energumeni. Giocano i bambini, già da piccolissimi. Giocano le ragazze. Giocano i maschi fin quando il fisico glielo permette. E si allenano tutti negli stessi spazi, dividendoli. Come se quello, prima che un campo da rugby, fosse la piazza principale del paese.
Il Capoterra, squadra di un piccolo paese, quest’anno gioca in serie A per la prima volta. È prima in classifica. Il presidente è un ex giocatore. Ora in squadra c’è suo figlio. Mezza squadra è del posto. La domenica difendono il primato nella massima serie, e durante la settimana lavorano. Si allenano quasi tutti i giorni. La loro è una vita di sacrificio, che giustificano con la passione, e l’orgoglio di far parte di un team che rappresenta tutta la comunità.
Nel rugby, i montanti delle porte non hanno traverse. Tendono all’infinito, come se non si volesse escludere la possibilità umana di poter calciare quel pallone così malandrino e ingovernabile ben al di sopra delle nuvole.


09/11/11

Sento gente che fa discorsi di questo tipo: è il momento di comprare buoni del tesoro italiani perché renderebbero tantissimo. Io dico che di gente che ha giocato e si è arricchita sulla pelle del Paese ne abbiamo avuta anche troppa. Questo, semmai, è il momento di seguire il consiglio di Kennedy e chiedersi, prima di quello che si può ottenere dal proprio Paese, a cosa si possa rinunciare e cosa si sia disposti a dare per salvarlo. Sarebbe assolutamente ragionevole, secondo me, se fossero sì gli stessi italiani – tutti e in particolare le élite – a fare incetta di buoni del tesoro, ma con un rendimento ben al di sotto di questo insostenibile sette per cento. Molto al di sotto.

08/11/11

Incarognito dal diffuso tradimento, dal continuo sberleffo, dal privato insulto di qualche fedelissimo carpito al telefono e indebitamente pubblicato da un giornalista assai poco deontologicamente corretto, questo non si schioda più neanche con le cannonate. “Sansone” non morirà senza trascinarsi dietro tutti i filistei. Non esiste evidenza, non c’è più bene pubblico che tenga, se mai c’è stato nel suo modo di intendere lo Stato e i cittadini che lo compongono. La ragione privata soppianta quella pubblica nel modo più sfacciato. Si muove sull’orlo del baratro, ma questo baratro è sempre meno il suo, che nella moltitudine stempera e diventa uno sfrigolio di fiammifero, ma diventa sempre più il nostro, che questo cerino lo teniamo nelle dita.

06/11/11

Non mi capita spesso di ciccare i libri, ma quando accade è sempre una gran seccatura. Non mi riesco a risolvere tra la tentazione di mollare tutto subito e la rassegnazione di attendere la fine prima di dare un giudizio. Così rimango invischiato in una specie di limbo. Leggo mordi e fuggi, poche pagine alla volta, fin quando non scavallo la parte oltre la quale devo almeno capire come va a finire. Una sofferenza. È come quando ti risolvi a farti crescere i capelli lunghi ma sai che dovrai trascorrere diverso tempo con un taglio assai discutibile. In questi giorni sono rimasto fregato con questo romanzo di Martin Cruz Smith. S’intitola “Lupo mangia cane”. È uno di quei noir che escono l’estate con Repubblica. Le prime edizioni della serie erano positive, e quindi mi sono fidato del selezionatore, che negli anni ha perso evidentemente smalto. In una settimana non sono riuscito a superare pagina 43. Minchia. Questo investigatore Arkady Renko è proprio un bluff. Che poi magari mi ricredo, speriamo, se arrivo alla fine, se.

05/11/11

Il tardo autunno sarà pure stagione bigia, ma ha un pregio non indifferente: i ricci di mare. In questi giorni, lungo il Poetto di Quartu Sant’Elena, i pescatori di ricci stazionano con i loro banchetti. Di solito vado là per correre lungomare, ma ieri mi sono fermato davanti a una di queste postazioni e non ho resistito a fare “colazione” con ricci freschi e un bicchiere di vino. La corsa a farsi benedire, ovvio, ma sono tornato a casa con un sacchetto pieno di queste delizie di mare, che mi pare un risarcimento congruo. Per una persona ce ne vogliono almeno una quindicina. Quattro euro di spesa, più o meno. Somigliano più a frutti che a pesce, a parer mio. Io li preferisco di molto alle ostriche. Resta il sapore di mare, certo, ma c’è un retrogusto più dolciastro, così unico e senz’altro afrodisiaco. Anche la preparazione ha il suo fascino. Si prende in mano il riccio cercando di non pungersi. Si infilano le forbici nell’apertura e si taglia una sezione circolare che scopra l’interno. Nella parte sotto restano attaccate le uova di riccio. Con un cucchiaino si staccano dalle pareti e si mangiano, innaffiati da vino bianco e accompagnati da una rosetta o da una focaccia calda. Gli esperti dicono che il top sia mangiarli sullo scoglio, appena pescati. E ti credo! Però anche a casa, come aperitivo insieme agli amici, sono fenomenali. Piaceri riservati agli déi, altroché. E alla fine, un riccio via l’altro, sopravvivremo anche a quest’autunno.

04/11/11

Ma il Bingo è davvero un fenomeno di costume rilevante? Voglio dire, non ci ho messo mai piede in vita mia, ma me ne sto facendo un’idea da quello che sento dire. Già in passato mi era capitato di sentire non dico pensionati o vecchiardi vari, ma addirittura miei coetanei parlare di serate al Bingo. Un po’ mi faceva sorridere. Parlavano di sale piene, gran giro di soldi, gente di tutte le età, opinabile divertimento. Una volta, a Perugia, chiedendo a un amico la ragione di così tante macchine parcheggiate in una via assolutamente marginale, mi era stato indicato il posto come una sala di Bingo assai frequentata. Ieri sera stavo andando a questo concerto di De Gregori, in un locale di Quartu chiamato F.B.I che si trova accanto a un Bingo. Il parcheggio è in comune. I colleghi che mi hanno accompagnato stavano cercando un posto per la macchina e stavamo commentando che ci doveva essere davvero molta gente, perché il parcheggio era completo. A un certo punto abbiamo trovato un buco dove infilare l’auto e si è avvicinato un tipo con pettorina catarifrangente. «Dove dovete andare?» ci ha chiesto. E noi: «Al concerto». E lui: «Mi dispiace, ma qui stasera si parcheggia solo per il Bingo». Cioè, in soldoni, tutto il parcheggio, che noi credevamo pieno per De Gregori, era invece pieno per il Bingo. E infatti il locale del concerto era mezzo vuoto. De Gregori ha cominciato a suonare in ritardo. Forse era andato prima a farsi una partita al Bingo.

03/11/11

E così, sono andato a vedermi De Gregori. A settembre aveva annullato la data a Cagliari per scarsità di prevendite. Triste, lo so. Ha ripiegato con un doppio concerto in un locale periferico, a Quartu, decisamente piccolo per un artista di quel calibro. Eppure non era pieno. Pubblico datato, perlopiù. Lui, sempre più a disagio con la calvizie, suona con il cappello tutto il concerto nonostante il caldo, e impone pure ai suoi musicisti di metterlo. Considero il dramma del suo cantare. Il doversi misurare con una situazione assai striminzita, lui abituato a palcoscenici di altro tenore. Il non ricordarsi le parole di tutte le canzoni senza la possibilità di sbagliare, visto che i pochi irriducibili spettatori conoscono ogni singola parola dei suoi testi. Però, De Gregori, che caspita di scaletta hai concepito? Un ensemble di pezzi minori, assolutamente marginali. E poi quando arriva il momento dei classi coni, che tutti aspettano, me le storpi? Mi fai Rimmel country, Alice in valzer, e Buonanotte Fiorellino in polka? E non mi fai nemmeno ai bis la Leva calcistica 68? Maddai, De Gregori, stai veramente fuori.

02/11/11

Del calcio, a me, piace il gioco in sé, ovvio, ma soprattutto piace quando questo si trasforma in storia. Quando espone la natura tragica di un personaggio e poi lo riscatta. Quando in quei novanta minuti più recupero l’eroe si trasforma in perdente e poi torna eroe e viceversa. Sono contento che l’Inter abbia vinto stasera, e ci mancherebbe altro, ma soprattutto sono rimasto affascinato dalla vicenda Milito. L’eroe del Triplete, quello dei due gol nella finale di Champions si è perso proprio da quel momento. Eterno infortunato, panchinaro di lusso, sfortunato cronico. Al primo minuto contro il Lille, stasera, gli arriva un assist perfetto e con un pallonetto di esterno delizioso centra la traversa. Ancora sfiga. Non se ne capacita. Ci prova senza frutto, a farne uno, e nel secondo tempo gli capita l’occasionissima. Solo a due passi dal portiere, tre metri dalla porta, completamente smarcato, si mangia un gol inverosimile, quello del possibile due a zero. I compagni e il pubblico con le mani nei capelli. Lui incredulo. Si meriterebbe forse fischi, e invece il pubblico gli dedica un lungo coro, applausi. Un momento toccante, di quelli che il calcio a volte sa regalare. Così, dopo che ci prova altre due volte e il portiere gli nega sempre il gol, il connazionale Zanetti si fa una discesa delle sue e mette in mezzo un pallone che Milito manda in rete con un tocco sapiente. È il delirio del san Siro. Lui ringrazia i compagni e il pubblico. Esce all’ultimo minuto fra gli applausi, coccolato da un pubblico che non dimentica quanto questo campione gli ha dato in passato. Piccolo grande principe ritrovato.

01/11/11

Leggevo di questo canadese, un manager che dopo il fallimento dell’azienda ha mollato il lavoro in generale per farsi il giro del mondo a piedi. Moglie e figli a casa, e per lui undici anni di scarpinata. Settantacinquemila chilometri percorsi. Sessantaquattro Paesi attraversati. Cinquantatre paia di scarpe cambiate. Un’esperienza incredibile, immagino. E un obbiettivo importante: promuovere la pace e combattere la violenza contro i bambini. Quando penso alla sua impresa, mi viene in mente la parola “sogno”. Varrebbe proprio la pena, penso, mettersi in aspettativa dal lavoro per fare un’esperienza simile, almeno per un anno. E’ proprio un peccato non avere il tempo materiale – di soldi non ne parliamo - per andarsene a scoprire il mondo.

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