Blog set-ott 2011
Blog set-ott 2011 Ma io sono molto bravo a nascondermi. Non so se eri/sei un’amante dei puzzle. In casa, quando ne tiravi fuori una scatola dopo un po’, ti accorgevi che mancava sempre almeno un pezzo. Eppure facevi sempre il puzzle nella stessa scrivania, in un fazzoletto di casa, possibile perderselo così? Poi, un giorno, facendo tutt'altro, te lo ritrovi in un posto dell'appartamento assolutamente incongruo. I pezzi dei puzzle sono così. E le persone fanno lo stesso, soprattutto nelle città che sembrano piccole ma che in fondo, a ben guardare, non lo sono affatto. 17/10/11 Mi prende un magone che non ti dico, quando vedo il Papa tutto vestito d’oro, con quel ridicolo cappello anch’esso dorato, che parla ai fedeli di povertà e simili. Questa Chiesa è fuori dalla realtà.
31/10/11
Ero ospite ieri sera a questa trasmissione radio. Si parlava del passaggio dalla gioventù all’età adulta. La domanda di fondo era se avessi oltrepassato quel confine o no. Mi viene difficile pensare alla transizione fra le varie fasi della vita come un semplice saltare oltre un confine. Forse perché do a questo termine un’accezione negativa. Un confine è una linea che separa. Mi piace più il concetto di frontiera, uno spazio aperto e promiscuo, dove si incontrano le differenze per creare un qualcosa di diverso. Latte e caffè che si mischiano dando origine al cappuccino. Tra giovinezza ed età adulta c’è una zona di frontiera non riducibile all’idea di confine. Io mi sento in questa frontiera. E vorrei rimanerci il più a lungo possibile.
29/10/11
Lungo via Nomentana, all’altezza dove si incrocia con corso Trieste, c’è un parco con un’area destinata al gioco dei cani. E ce ne erano di tutti i tipi, a scorrazzare liberi, rincorrendo e riportando oggetti lanciati, mentre i padroni giocavano con loro o si intrattenevano in chiacchiere da parco con argomento centrale l’universo canino. Così mi ha colpito, vedere in cotanto festoso trambusto un bambino col suo cane, un simpatico meticcio a pelo lungo, immobili su una panchina, seduti l’uno accanto all’latro, a fissare un identico punto che sembrava prolungarsi ben oltre lo sguardo. Le loro pose così similari, i loro umori così simbiotici. Ho pensato che la bellezza infinita di questi animali sta proprio nel loro adattarsi così fedelmente e in modo incrollabile agli umori dei padroni, a seguirne fino in fondo i dispiaceri, anche se intorno a loro è in corso un’invitante festa di cani.
28/10/11
Come far morire un centro storico che era vivo, anzi vivissimo. Come rinunciare al turismo, unica vera vocazione del territorio, per assecondare quattro pensionati d’oro che non sono neanche del posto. Come costringere i propri figli a una diaspora da weekend in cerca di divertimento, con tutti i rischi che ne conseguono di incidenti, patenti ritirate, e via discorrendo. Orvieto era il posto ideale per un turista che dopo la visita alla città, al duomo, al quartiere medievale avesse voluto trascorrere una serata piacevole, lungo il corso punteggiato di localetti sempre attrezzati per la musica dal vivo. Così come lo era per noi ragazzi, musicisti e non. Quest’amministrazione comunale, con i suoi regolamenti contro la musica dal vivo e con la sua guerra ai locali del centro storico, ha deciso di far morire la città, e ci sta riuscendo alla grande. Non a caso, Orvieto è l’unico posto dell’Umbria dove il turismo è calato di molto. I parcheggi sono ormai tutti a pagamento. La sera la città tace. Non tornavo da un po’, e vedere quelle strade deserte, i locali silenziosi, mi ha messo una gran tristezza. Domani avrei dovuto suonare in uno di questi locali. La serata è stata annullata due giorni prima per ordine del Comune. Anche tre chitarre acustiche è troppo, per questo sindaco che si vanta pure d’essere musicista. Vorrebbero che fino a marzo nei locali si esibisse ogni volta un artista singolo, e senza amplificazione. Io penso che siano davvero fuori dal mondo. Suonare senza impianto di amplificazione? Che ci accendessero pure un fuoco allora, così facciamo un bel falò del tipo “Ferragosto in spiaggia”.
26/10/11
Il fascino di perdersi, volutamente, in una città ancora da scoprire. Seguire una via principale fino a un certo punto e decidere di affidarsi ai vicoli, all’improvvisazione da turista improvvido. Le periferie, i recessi, offrono sempre scorci differenti, un aspetto rinnovato della città. Certe volte nascondono realtà sciagurate, e perché no, minacciose. Ricordo San Francisco, dove mi ero allontanato a piedi dal centro per esplorare un po’, quando senza preavviso mi ero ritrovato in un quartiere molto degradato, pieno di incasinati di vario tipo, le vie come affreschi di povertà, gente strana dappertutto. Un angolo per certi versi affascinante, in quanto spaccato vero, ma anche “incombente”. Curiosamente, ne ero uscito svoltando appena una via e ritrovandomi, come per magia, di nuovo nella parte centrale zeppa di negozi lussuosi, ristoranti, palazzi storici, banche e uffici commerciali. A Roma mi era capitato qualcosa di simile, lungo l’acquedotto alessandrino. Avevo impostato male il navigatore e mi ero ritrovato in un quartiere dove nessuno parlava italiano, pieno di casermoni fatiscenti, e dove sceso dall’auto sentivo occhi puntati su di me da ogni direzione. Anche lì c’era quel senso di minaccia, di disagio, mischiato a una specie di fascinazione masochista nel ritrovarsi in quell’angolo sconosciuto della capitale. A poche vie di distanza, c’era Tor Pignattara, una delle mie zone preferite di Roma.
A Cagliari, ieri pomeriggio, dal centro storico di Marina sono arrivato fino a Is Mirrionis, una delle aree più degradate. Palazzi decadenti, incasinati di vario tipo, ragazzetti che ti squadrano facendo i duri, lenzuola appese ai balconi con messaggi contro l’amministrazione che lascia crescere i figli di quelle famiglie fra i topi e le blatte, in case pericolanti e pericolose.
Non sono riuscito a capire dove finiva il confine di una zona, e dove cominciava l’altra. La frontiera sembrava come dilatata, con i contorni sfumati, a compenetrarsi.
25/10/11
Certe volte fra l’inconveniente e la tragedia c’è di mezzo una vasca. Mi spiego. Un contrattempo da toletta mi ha appena dato una chance di ragionare sulla sottigliezza della linea che separa l’imprevisto dal dramma. Mentre qualche minuto fa mi asciugavo i capelli con un phon, questo ha cominciato a funzionare a saltelli. Ho pensato fosse colpa del filo ed ho solo cercato di inserirlo meglio nella presa mentre continuavo nell’operazione di asciugatura. I miei sforzi non sortivano effetto. Poi, i fuochi artificiali. Dal phon sono partite scintille da cortocircuito e istintivamente l’ho lanciato, facendolo volare nel lavandino, per fortuna senz’acqua. Se davanti a me ci fosse stata una vasca, e dentro di essa un coinquilino, una fidanzata, un famigliare immerso, lo avrei stecchito di sicuro. Mai permettere ad alcuno di asciugarsi i capelli mentre ti fai il bagno.
24/10/11
Quando fai la pausa pranzo coi colleghi, il rischio è che ti trovi al novantanove per cento a parlare di lavoro. Non stacchi, insomma. E questo a dispetto della piacevolezza della compagnia. Spesso, poi, si tratta di lamentele nei confronti di altri colleghi, o meglio ancora superiori. E se infine sopraggiunge al tavolo uno dei soggetti i questione? Semplice. Si vira a parlare di un altro che sta sulle scatole pure a lui.
23/10/11
Quando si parla di questi sportivi, o di qualsiasi celebrità, ci si dimentica spesso l’età effettiva dell’oggetto di discussione. Si smette di considerarli giovani solo perché entrati a far parte dello star system. E allora la Pellegrini è una che si è montata la testa e che pensa solo ad apparire – una campionessa stratosferica di soli ventitré anni -, e Balotelli è un piantagrane immaturo – e ci mancherebbe, ne ha venti di anni -. Poi succedono cose come quella di oggi, la morte in pista di Simoncelli a soli ventiquattro anni, e allora sì che torna subito lampante come questi, prima che campioni, siano solo dei ragazzi.
22/10/11
Le condanne del talento, omesso il non possederlo affatto, sono il non riconoscerlo quando lo si ha, il non riuscirlo a esprimere, e il non saperlo gestire. Di tutte le situazioni forse la peggiore è il non saperlo gestire, perché implica la riuscita dei due step “riconoscimento” ed “espressione” ma anche il fallimento della fase decisiva, e cioè la gestione. Quando penso a questo mi vengono sempre in mente due amici che hanno avuto l’occasione di farcela nel calcio, uno alla Fiorentina e uno alla Juventus, talento adamantino e un dovere di sacrificio nei confronti di esso, ma alla fine hanno scelto entrambi di sfondarsi di droghe e altro piuttosto che di sfondare nello sport. Uno non gioca più, taglia la legna, l’altro è ormai relegato alle serie minori. Avevano riconosciuto il talento, erano riusciti ad esprimerlo, ma non hanno saputo gestirlo.
E poi c’è un’altra situazione che crea un certo scompiglio, e cioè l’avere più talenti fra i quali non si riesce a scegliere. Riconosciuti, espressi, gestiti, ma nessuno esplorato fino in fondo per paura di dover rinunciare a un altro. Il talento è figlio unico. E fratelli non ne vuole.
21/10/11
Sallusti dice che era giusto sparare a Carlo Giuliani, vittima degli scontri di Genova nel 2001. Politici nostrani che fino a ieri reggevano la tunica a Gheddafi gioiscono per la sua fine. Ci vorrebbe più rispetto per la vita, più rispetto per la morte. Carlo Giuliani era solo un ragazzo. Non era giusto sparargli. Non lo puoi mai essere. Gheddafi era un leader sanguinario, forse pazzo. Ma era un uomo, una persona che prima di morire ha implorato il suo carnefice di non sparare, un leader accusato di crimini contro la sua stessa popolazione ai quali avrebbe dovuto rispondere nel corso di un regolare processo. Il suo omicidio è una scorciatoia della storia. Quello di Carlo Giuliani è invece un pasticcio della storia. Chi giustifica o gioisce di questi omicidi è un vigliacco.
20/10/11
Il Sulcis Iglesiente sarà anche la parte più povera della Sardegna, ma a livello naturalistico, paesaggistico, ha delle risorse incredibili. L’isola di San Pietro, di cui ho parlato in un recente blog, è un gioiello, e così l’isola di Sant’Antioco. Si assomigliano, un po’, queste due isole, ma forse la seconda è più selvaggia, meno turistica. Forse è per questo che a me piace un filino di più dell’altra.
Ci si arriva superando un istmo che la lega all’area di Carbonia. Il primo centro che si incontra, di là di questa lingua di terra, è Sant’Antioco. Il borgo ha un cuore molto grazioso, con un lungo viale alberato pieno di locali. Più in alto c’è una bella piazza con una basilica affascinante e andando verso la periferia si trova la fortezza sabauda Forte su Pisu e i resti della civiltà fenicia, molto presente nell’isola. C’è la necropoli, l’ipogeo, il Tophet.
L’altro centro è Calasetta, più piccolo, a nord di Sant’Antioco, un borgo assolutamente delizioso, con la bella torre in cima al colle che domina una delle spiagge della zona. La più bella di queste si trova uscendo dal paese e andando verso sudovest. Ci sono dune molto alte, di sabbia bianchissima, il mare è incantevole. Proseguendo, su strade articolate, si arriva alla parte più scogliosa della costa, con Cala Lunga e Cala Sapone. Più a sud ancora si arriva alla punta meridionale, con Turri, che domina un bel mare con isolotto dirimpetto. Risalendo verso Sant’Antioco, la spiaggia di Coaquaddus, selvaggia al punto giusto, e Maladroxia, con un bello spiaggione ma anche calette invitanti e ben riparate.
18/10/11
In chat con una sconosciuta:
Hai vissuto a Perugia e non ci siamo mai incontrati?!
ciao Gabriele!
Gabriele Pezzodipuzzle
Il momento peggiore nella composizione del romanzo arriva quando ormai lo hai finito, corretto, letto, riletto, ri-riletto, e pensi che ormai sia da dare in pasto alle case editrici. La prima cosa è accertarsi di quali siano, in Italia, le case editrici che pubblicano libri affini a quelli che scrivi tu. Poi bisogna vedere se accettano o meno opere di scrittori non ancora affermati. Sì, perché a dispetto del valore di un’opera, le varie case editrici, specie le più importanti, o non accettano alcuna opera di autori perlopiù sconosciuti, o lo fanno sotto mille cavilli e condizioni, o comunque ti avvertono che l’attesa per lettura ed eventuale richiesta dell’opera per la pubblicazione può durare fino a sei mesi. E poi ci sono le sinossi da scrivere, le presentazioni di se stesso e dell’opera da buttare giù nella maniera più accurata e meno banale possibile, la telefonata preliminare o la lettera personale alla casa editrice – guai a farla anonima così che l’editore possa pensare sia un classico “invia a molti” – e poi ci sono le copie da stampare, da rilegare, da spedire. Un lavoraccio, insomma, talmente defatigante da farti chiedere: “Ma chi me lo ha fatto fare?”. Io odio questo tipo di cose. E proprio ora che sono in questa fase di pre-spedizione dell’opera sento di odiare profondamente il mondo dell’editoria. Poi che c’entra, pronto a cambiare idea se e quando riceverò una chiamata da una casa editrice. Vorrei trovarne una che si innamorasse del mio nuovo romanzo. O che almeno si prendesse una bella cotta.
16/10/11
15/10/11
Non sono un fan della teoria del complotto, però certe volte un pensiero ce lo faccio. Per esempio, per la vicenda indignados, mi chiedo come sia possibile mandare in vacca una manifestazione che ha coinvolto tantissime persone - in modo direi eccezionale – trasformando in guerriglia la manifestazione stessa. La domanda mi intontisce, da quanto è titillante: a chi fa comodo? Voglio dire, a chi fa comodo che una simile manifestazione sia sporcata e destrutturata del senso? Non certo alle persone che pacificamente volevano manifestare contro chi gli sta rubando il futuro con politiche inique e classiste. Non dico che siano una manica di infiltrati, seppure mi sembra evidente che ne abbiano diversi al proprio interno, ma questi black bloc non li capisco proprio.
14/10/11
Basta risparmiarsi il più dolore possibile e massimizzare le occasioni di felicità per dare un senso alla propria vita? O meglio, è questo che una persona cerca e vuole per la propria? Siamo così irrimediabilmente egoisti? O si vive magari per costruire qualcosa? E anche fosse così, lo si farebbe per lasciare questo qualcosa a chi viene e verrà dopo di noi, e cioè lo si fa sotto spinta altruistica, o fondamentalmente è solo un modo per ottenere il plauso e l’invidia degli altri, e quindi per ragioni assolutamente egoistiche? Si nasce così individualisti… Io, almeno, da bambino credevo di essere il centro assoluto dell’universo e la cosa non è cambiata di molto fino ai vent’anni. E qualche volta, anche se l’impressione si è ormai dissolta, il dubbio, in certi momenti di euforica noncuranza, mi viene ancora. Può, un essere nato così assolutamente egoista diventare altruista nei fini e nei mezzi senza farlo per ragioni che non siano di per sé egoistiche? Ne dubito fortemente, ma chissà.
13/10/11
I senegalesi che vendono roba sulle spiagge sono sensibili, o meglio ancora rispettosi, verso l’altrui concentrazione. Ho constatato più volte che se fingo uno spassionato interesse - con sguardi a base di ciglia aggrottate e fronte corrugata da pensatore provetto – verso un articolo di giornale o un particolare libro, quelli non mi si filano per niente. Passano oltre, neanche ci provano a interrompere la mia ipocrita concentrazione. Voglio dire, in genere interrompono ragazzi che flirtano, famiglie che mangiano, sbarbatelli che si scaccolano, ma se ti vedono intento in una lettura coinvolgente ti depennano subito da potenziale cliente. Così, se li vedo arrivare da lontano e non voglio noie, basta ch’io prenda in mano un giornale o un libro e che replichi la mia insincera espressione assorta. Giuro. Funziona che è una meraviglia.
11/10/11
Mi chiedeva un collega del caso Meredith, visto che ho abitato per tanto a Perugia. Gli ho detto quello che sapevo, e cioè poco. Voleva sapere se fossi colpevolista o innocentista. Io, fondamentalmente, non sono né l’uno né l’altro. Anzi, mi dà molto fastidio sentire i commenti della gente che si scaglia contro l’accusa, i giudici, o la difesa, conoscendo solo qualche spezzone di storia raccontata dai telegiornali. Nessuno, tranne i diretti interessati, sa come è andata veramente. L’unico che di certo era nella casa la sera dell’omicidio è Rudi, che non lo nega, anche perché ci sono prove a go-go. Ha provato a fuggire, il che non gli ha giovato molto. Ha ammesso rapporti di tipo sessuale con Meredith, e bisogna capire quanto consensuale possa essere stato. Dallo stupro all’omicidio ce ne passa, ma neanche troppo. Bisognerebbe anche valutare le dichiarazioni dell’assassino del piccolo Tommy, il quale dal carcere diceva di un Rudi che parlava di un altro assassino, materialmente esecutore, assieme a lui nella casa di via La Pergola. Amanda è senz’altro un personaggio particolare. Ha mentito su Patrick Lumumba, finito in carcere con l’accusa di omicidio nonostante fosse del tutto estraneo alla vicenda. Si è presa tre anni per questo, già scontati con l’aggiunta. Perché ha mentito? Per coprire il vero assassino? Perché è stata lei ad assassinare la coinquilina? Per stupida superficialità? Bisognerebbe capire questo. Sollecito, fra tutti, sembra quello meno probabile, come assassino. Anche un po’ tontolone, in certi frangenti, il che in effetti non è certo garanzia di non colpevolezza. Lui e Rudi dicevano, all’inizio del processo, di non essersi mai visti prima del processo stesso. Rudi è stato condannato per concorso in omicidio ma ora non ha più i due concorrenti, entrambi assolti in Appello. Un bel pastrocchio, come sempre avviene quando questi casi non si risolvono subito con la confessione e non si trova l’arma del delitto né un credibile movente e diventano processi indiziari. Il dna di Sollecito sul reggiseno, il dna di Meredith sul coltello. Due prove che hanno determinato la condanna in primo grado e poi, una volta contestate per la non limpidezza, hanno sancito l’assoluzione in appello. Chi ha ucciso Meredith? Chissà se riuscirà mai a saperlo per davvero.
10/10/11
La prima querela non si scorda mai? Chissà. In fondo la vedo un po' come un tributo da pagare alla professione. Prima o poi, se ci si sporca un po' le mani, capita. Peccato solo che arrivi per un'inchiesta che non posso nemmeno più seguire, da quando ho firmato l'esclusiva per un'altra testata. Peccato davvero. E' un lavoro che ho fatto per il quindicinale Primapagina, interrotto a giugno, quando sono venuto a lavorare a Cagliari. Ero arrivato alla quarta puntata dell'inchiesta. Questa: http://www.gabrielemartelloni.com/1_38_Conventaccio-l-inchiesta.html Ora affilo le armi in vista dell'udienza. E mi preparo alla battaglia.
08/10/11
Scanners, il Pasto Nudo, EXitence. Questo, avevo visto di David Cronenberg. Film sul genere horror-visionario-futuristico che ho amato. Così non mi aspettavo un film sulla psicanalisi, o come piaceva dire a Freud psico-analisi. Tra l’atro, sull’amore fedifrago tra Gustav Jung e la sua paziente e poi a sua volta psicanalista Sabina Spielrein era stato già girato il film “Prendimi l’anima”. Comunque, sono andato a vederlo.
A vent’anni ho attraversato la mia fase Freud dove divoravo qualsiasi cosa scritta da lui, e da là ero passato allo studio dei vari Jung e Adler, i due scissionisti, preferendo di gran lunga il primo. Ricordo che annotavo su un diario tutti i sogni che facevo. Ero diventato così abile, con l’allenamento, che partendo dall’ultimo riuscivo a rievocarne diversi. Poi mi sono rotto. E tranne gli esami all’università ho deciso di impiparmi di questa materia che comunque mi affascina ancora. Lo Jung del film era molto credibile, un po’ meno il Freud interpretato da Viggo Mortensen.
Le avarie fasi del loro rapporto professionale, con l’amore iniziale, la tensione che cresce a poco a poco fra i due, e poi la rottura definitiva, è invece descritta molto bene.
Ho trovato così e così l’interpretazione della Spielrein, che invece è piaciuta molto a chi era con me. Nel mio periodo “freudiano” mi aveva molto intrigato la teoria della Spielrein, la prima a parlare della pulsione di morte poi descritta da Freud. Per lei, la distruzione è la causa di ogni nascita. Ogni nuova cosa nasce dalla distruzione. Giudizio finale del film? Non un granché. La storia però è molto interessante.
06/10/11
Sai quelle scene da film in cui vedi le cose che prima di procurare danno rallentano fino al parossismo? Ho sempre pensato fosse uno stratagemma filmico, ma in realtà accade per davvero. Avevo una diretta stamane, anzi una finta diretta, visto che sarà trasmessa tra qualche giorno, e mi ero munito di camicia bianca. Arrivo in redazione in anticipo e incontro l’operatore con cui devo uscire. “Ci facciamo un caffè?” dice. “Ma certo”. Si va alla macchinetta dove i due ragazzi della segreteria stanno prendendo pure loro un coffee. Lei ha la chiavetta dentro. Ce lo offre, dice. Mi passa il mio. “Zucchero?”. “No grazie”. Nel passaggio di mano, però, qualcosa va storto. Colpa sua? Mia? Chi lo sa. Le mani falliscono l’aggancio, il bicchiere ha un sussulto verso l’alto ed eccolo, in quell’esatto momento, che comincia il ralenti. Vedo ogni goccia staccarsi dalla sezione di cono in plastica e minacciare la mia figura. Vedo il bianco accecante della mia camicia e comprendo che a breve rimpiangerò questa vista, destinata ovviamente ad essere soppiantata. Considero che nell’andare a casa a cambiare camicia arriverò tardi alla diretta e sarà un gran casino per tutto il palinsesto lavorativo. Mi dico che forse era meglio se il caffè lo prendevo al bar. Mi dico tutto questo mentre il caffè non è ancora caduto, le gocce sospese nell’aria, i visi dei miei compagni di macchinetta attoniti, in suspence. E poi, il miracolo. Quando infine il bicchiere cade in terra, dopo un tempo che sembra dilatatissimo, ne osservo gli schizzi e mi pare che manchino ogni mio punto vitale. I pantaloni sono salvi. Risalgo la camicia con terrore e anche quella, a prima vista, lo è. Eppure i fogli che avevo in mano con le indicazioni stradali e gli abbozzi di speech sono completamente marroni di caffè. Anche gli altri mi guardano sorpresi. La camicia è davvero indenne, salvo qualche macchietta sul polsino che esce dalla giacca blu e che la segretaria provvede subito a pulire con slancio commovente. In macchina, con l’operatore, ne ridiamo un po’, del riso di chi sa di essersela scampata. Finiamo il servizio e torniamo in macchina, dove avevo mollato i fogli più compromessi dal caffè che non potevo far entrare nell’inquadratura. Ma nel frattempo ci siamo dimenticati di quella storia. Mi fa, l’operatore: “Che strano, non ti pare che in macchina ci sia un odore di caffè molto forte?”.
05/10/11
L’auto-oscuramento di Wikipedia in Italia è un gesto eclatante, e mi permetto di dire assai sensato, per una protesta di questo tipo. La nuova legge sulle intercettazioni, con la rettifica immediata per i blogger, metterebbe davvero a repentaglio l’enciclopedia online più famosa del mondo. Di tante forme di protesta sciape e poco sensate – tipo quella dello sciopero delle firme che abbiamo fatto fino a pochi giorni fa alla Tgr per altre ragioni - l’oscuramento del sito è stato di tutt’altro tenore. Non passa certo inosservata una cosa simile visto che tutti, chi più chi meno, saccheggiano quotidianamente le informazioni fornite dall’enciclopedia del web scritta dagli utenti. Non è certo da prendere per oro colato, quello che passa su Wikipedia, ma di sicuro, per farsi un’idea di una certa questione, è una fonte comoda e “tuttologa”. Io stesso, proprio oggi, mi sono già imbattuto due volte nell’annuncio sulle ragioni dell’oscuramento che compare sulla homepage del sito. E poi, a pensarci bene, le proteste di noi giornalisti non sono così sentite dalla gente, che non sempre provano affinità ed empatia nei nostri confronti, così come non tutti si comprano ogni giorno Repubblica e simili; Wikipedia, al contrario, è una cosa che ogni cittadino consulta e sente “sua”, e l’indignazione per la sua eventuale chiusura potrebbe davvero divenire fondamentale per smontare e rispedire al mittente questa pessima legge-bavaglio che ci vogliono fare ingoiare. E che farebbe male davvero a tutti. Giornalisti e non.
04/10/11
Mi piacciono i sorrisi e le occhiate complici che ti scambi fra turisti, quando ti trovi in un posto fantastico come Carloforte, quasi a dirsi: “Ci abbiamo proprio preso, a venire qua”. L’Isola di San Pietro è come una Sardegna in miniatura, stagni di fenicotteri, spiagge da sogno, entroterra poco accessibile, e borghi deliziosi - anche se in fondo Carloforte è quasi l’unico vero centro -. Arrivati in traghetto, in macchina te la giri in una giornata, anche perché non tutte le strade sono asfaltate, e per i sentieri interni, con le altre meraviglie nascoste, servirebbe almeno un altro giorno. Mi piace molto la parte dove sono le Colonne rocciose, gli strapiombi con sotto l’acqua trasparente. Le calette sono deliziose, Carloforte un gioiello colorato e invitante, con la piazzetta dove i bambini giocano fino al tramonto e gli anziani seggono sulle panchine circolari che abbracciano grossi alberi. Mi fa sorridere, e molto, l’accento ligure che ha certa gente del posto, retaggio dell’occupazione genovese dell’isola. Non so come sia d’estate, con la moltitudine di turisti eccetera che magari creano qualche cortocircuito su strade e compagnia bella, però in questo principio d’autunno, con una giornata ideale, era veramente uno spettacolo di posto dove passare ventiquattro ore.
02/10/11
E insomma, il Vj di Mtv che faceva “I soliti idioti”, Francesco Mandelli, come scopro solo ora cercandone il nome su internet, suona anche in un gruppo indie: gli Orange. Ieri erano a Cagliari e così sono andato a vederlo. Mi faceva strano, vederlo in quelle pose seriose, da aspirante rocker, dopo che quelle stesse espressioni gliele avevo viste fare in parodie televisive a scapito dei rocker veri. La band è formata da lui, chitarra e voce, e da un giovane batterista. A livello musicale non sono malvagi, forse un po’ banalotti, però un paio di canzoni, l’unica cantata in italiano e quella che hanno suonato subito dopo di cui ignoro titolo e attribuzioni, erano davvero ben fatte. Insomma, non azzerderei l’acquisto di un cd, ma se capita un concerto gratis come quello di ieri sera ci si può anche andare. Solo, se posso arrischiare un’opinione sul look, per farsi prendere sul serio, dopo la fama di cazzaro che si è costruito negli anni, dovrebbe farsi crescere la barba o roba simile.
01/10/11
Trovo molto demagogica questa mossa di Della Valle di comprare una pagina sui giornali per sparare a zero contro la casta. Non perché non condivida il concetto di base, e cioè che i nostri politici si dovrebbero solo vergognare. Anzi, la penso proprio così. Come penso che si dovrebbero vergognare i consiglieri regionali della Sardegna che prima fanno passare in commissione una proposta di legge per tagliare i consiglieri – cavalcando le richieste che vengono dalla società civile - e poi in aula votano contro, affossandola per tenersi saldi alla poltrona. Della Valle esprime un pensiero condiviso, ma un po’ troppo demagogico, per uno come lui che fa parte dell’estabilishment e che questi politici li ha foraggiati per lungo tempo. Fa un po’ come Montezemolo, che attacca quando gli fa comodo e poi sparisce quando crede che non sia il momento di esporsi. I politici avranno pure rotto, ma pure questi grandi imprenditori o decidono di darsi da fare davvero per il Paese oppure la smettano con queste trovate populiste.
30/09/11
Questa cosa di Groupon è una figata, ma può anche nascondere qualche fregatura. Ti registri al sito e ti arrivano aggiornamenti sulle offerte più disparate nella tua città. Dai massaggi all’acquisto di un aspirapolvere. Da una cena superscontata a un viaggio. Qualche giorno fa ho speso diciannove euro per acquistare il coupon valido per cinque lavaggi a mano dell’auto nell’arco di sei mesi. La mia auto, in effetti, ne aveva molto bisogno. Orbene. Chiamo e mi dicono che la prima disponibilità è a metà ottobre. Avendo due giorni liberi davanti a me, spingo per infilare il lavaggio della mia auto nelle prossime quarantotto ore. Alla fine riesco, ma devo lasciare l’auto tutto il giorno all’autolavaggio. Quando torno l’auto è tornata nuova, ma la tipa mi annuncia che per quel servizio mi toglierà tre lavaggi dal coupon anziché uno. Troppo sporca, dice, la mia Peugeot. Mi accusa, fra l’altro, di essere uno sporcaccione che fa cosacce nell’auto, tanto che l’operaio, pare, abbia dovuto pulire i miei sedili imbrattati da quelle che sembravano tracce di liquido seminale. Sorvolo divertito su una simile imputazione, e sbigottito contesto che in genere, quando si porta a lavare l’auto, significa che il mezzo sia abbastanza sporco e in quanto tale necessiti di un bagnetto. Mi pare un po’ opportunista la faccenda di togliere due lavaggi dal coupon in modo così unilaterale, senza che nulla di simile sia scritto su Groupon, sulla pagina dell’offerta. Alla fine abbozzo perché tanto non avrei mai usato tutti i cinque lavaggi. Però, quella che sembrava una superofferta, alla fine si è rivelata un’offerta normalissima, e mi sono pure beccato l'accusa di fare lo sporcaccione sulla mia auto, che se anche fosse, a loro, ma che gliene strafotte?
29/09/11
Si rifanno soprattutto le venticinquenni. Vogliono seni grandi, almeno due taglie in più rispetto alla loro. Così dice questa ragazza che lavora in uno studio di chirurgia plastica. Anche lei ammette di essersi rifatta a quell’età, anzi pure prima, aveva una seconda e voleva una quarta. Si spende, per una roba simile, sui sei o settemila euro. Curiosamente, vengo a sapere che c’è un numero non indifferente di ragazze che si fanno anche l’operazione per togliere le borse agli occhi. Anche per rifarsi il naso c’è la coda, e a questa partecipano pure i ragazzi. Infine, mi dice, e visto il nome non intendo approfondire, in molti procedono a una pratica detta “sbiancamento anale”.
28/09/11
Ieri leggevo della polemica in America sulla pena di morte, l’annosa questione se abolirla in tutti gli Stati ecc… e puntualmente sogno stanotte di essere un condannato a morte. Un sogno angoscioso, poiché assolutamente reale, a livello percettivo. Non ero in carcere. Ero libero di gironzolare, ma sempre sotto sorveglianza. Consideravo piani di fuga, ma dentro di me speravo che da un momento all’altro qualcuno mi avrebbe annunciato il ritiro dell’accusa, che tra l’altro non credo fosse stata enunciata, nel sogno. A un certo punto scopro che anche un mio ex compagno di classe delle superiori, Damiano, era destinato a un’identica sorte. Se la portava molto meglio di me, questa condanna. Era sereno, assolutamente calmo, mentre io ero sprofondato nella più cupa disperazione. Mi bruciava di non riuscire a governare la mia infelicità, di avere un contegno meno forte di quello di Damiano. Ammiravo lui e detestavo me stesso. In quel momento, prossimo alla morte, avevo realizzato quanto fosse importante, prima di abbandonare questo mondo, prepararsi a lasciarlo dignitosamente.
27/09/11
Se fosse vera l’indiscrezione che circola, e cioè che la Chiesa ha lanciato il suo monito dell’ “aria da purificare” solo perché pare che Berlusconi abbia fatto indossare alla Minetti un costume da suora e l’abbia benedetta con un crocifisso infilato tra le tette, sarebbe molto triste. Mai triste come gli atteggiamenti del nostro premier, ovvio, ma c’è da dire che questa Chiesa ha davvero ingoiato mille rospi pur di mantenere alla guida del Paese qualcuno che desse sponda ai voleri del Vaticano. Ci voleva un crocifisso fra le tette della Minetti, per svegliare i vescovi dal torpore. Abbiamo una classe politica pessima, che gestisce il potere in modo vergognoso. Non sorprende affatto il monito, semmai che sia arrivato così tardi.
26/09/11
Non ho capito questa cosa del non firmare i pezzi per protesta sindacale. Per noi giornalisti televisivi, la firma è la voce. E in certi altri casi il viso, se sei in video. Che senso ha, quindi, non mettere la firma? Tutti sapranno che hai lavorato comunque. Specie in un telegiornale regionale, dove gli spettatori conoscono a menadito le voci dei vari giornalisti. Si vuole protestare contro il probabile affossamento della terza edizione serale per fare spazio a un nuovo programma d’informazione che andrà su Rainews anziché sul terzo canale? E allora si dovrebbe cercare di boicottare la nuova trasmissione, piuttosto che rinunciare alla firma del pezzo dopo averci lavorato tutto il sacrosanto giorno. Sono d’accordo che si sciopera per una giusta causa. Ma il metodo mi sembra annacquato, sciapetto. Che senso ha, mi dico, fare finta che non abbia lavorato dopo che sono stato in redazione tredici ore per realizzare cinque edizioni diverse? E sentirmi dire, dal collega più scansafatiche del mondo, che lui non avrebbe aderito allo sciopero, crumiro d’eccezione, ma intanto se ne sta a giocare a scacchi al computer e non produce nemmeno un pezzo per tutto il giorno. L’omissione della firma non mi sembra una protesta eclatante per un’azienda che va a scatafascio.
25/09/11
Ma che hanno i bambini di oggi? Certe volte, mi sembrano posseduti. Strabuzzano occhi che sembra gli escano dalle orbite, girano su stessi come pazzi emettendo suoni inquietanti, sembrano sempre su di giri come se prendessero stimolanti chimici. Per carità, non è che i bambini non siano mai stati scalmanati, e ci mancherebbe, però questi mi sembrano veramente in fase parossistica. E poi, sbaglio o sono anche diventati molto più esigenti, frignoni, e in generale cagacazzi? Non sono genitore, quindi sempre pronto alla smentita, ma mi sembra che ci sia in corso un mutamento non di poco conto. Che dipenda dal modo in cui sono cresciuti, senza genitori per la maggior parte del tempo, affidati a babysitter come alle badanti i loro nonni? Potrebbe anche essere. Come pure influirà il senso di colpa dei genitori che cercano di compensare le loro assenze ricoprendo i figli di tutti i giochi e le cianfrusaglie che chiedono loro, esaudendogli qualsiasi desiderio. Quello che vedo, spesso e volentieri, sono padri e madri completamente succubi dei desideri filiali, delle loro imprevedibili paturnie. Non che si possa crescere i figli solo a pane e scapaccioni, ma diamine, un limite ci vuole pure.
24/09/11
Ci vorrebbe sempre il coraggio, o l’assennatezza, di dire, a un certo punto, basta. Se sei un cantante affermato, con una carriera brillante, perché distruggere il ricordo di ciò che di buono hai fatto con la reiterazione di un format che ti serve solo a realizzare qualche vendita e a mettere in fila qualche concerto senza aggiungere nulla all’arte e senza soddisfare un’urgenza creativa non più presente? Prendi Vasco, o Ligabue, che copiano se stessi all’infinito senza più uno straccio di idea, stendendo sul solito tappeto musicale parole sempre più vuote e banali. Quando si comincia a discendere la china e non si riesce più a risollevarla, ci vuole uno sbotto di realismo e dire basta. Per rispetto dei fan, se non altro. Per questo, nonostante mi dispiaccia rinunciare a una grande band che amo, ho apprezzato molto la scelta dei REM di farla finita dopo una storia, come hanno detto loro stessi, assolutamente fantastica.
22/09/11
Non ricordo dove ho letto questa frase: “Certi sogni sono come l’orizzonte. Tu fai un passo e loro si allontanano di un passo”. Suona bene, ovvio. Però è anche vero che certi altri sogni sono come un abbraccio tra amici, se tu tendi le braccia lo faranno anche loro verso di te. Il sogno va stanato e provocato, per farlo uscire allo scoperto.
21/09/11
È curioso l’atteggiamento delle persone nei confronti del cambio di stagione. Soprattutto nelle aree dove il tempo resta perlopiù clemente, caldo per la maggior parte. Ricordo in Arizona, queste ragazze universitarie, a plotoni, che a ottobre, con una quarantina di gradi come media, abbandonavano le infradito per mettere degli stivaletti beige col pelo interno che fasciava anche il bordo della calzatura. La sera, se un poco si abbassava la temperatura, non esitavano a mettere cappellini e sciarpe, neanche fosse un classico dicembre nel nostro continente. La verità, oltre alla suggestione del cambio stagione, è che per queste ragazze esisteva un guardaroba extraestivo che andava assolutamente indossato, e quindi facevano il cambio a prescindere. Qui in Sardegna, non sembra molto diversa, la questione. La sera è ancora caldo, anzi, si sta divinamente in tenuta estiva, ma la gente che prima stava sempre all’aperto si rintana ora nei locali, e indossa giacchetti assolutamente superflui, maglioni anacronistici. E a te, che la sera giri ancora in sandali e calzoni arrotolati sul fondo, con magliette rigorosamente a maniche corte, francamente comodo, devoto a un tempo fondamentalmente ideale, ti fanno sentire pure un po’ picchiatello. Ah, il mondo, che meraviglioso circo.
20/09/11
Le rondini, a volte, si piazzano sui traghetti per scroccare un passaggio verso mete più miti di quelli da dove salpa il mezzo. Un po’ come faccio io, in questo momento, per abbandonare un’Umbria un po’ freddina e rincasare in una Cagliari spero meno inclemente. Solo che io, a differenza delle rondini, il biglietto ho dovuto pagarlo, eccome.
19/09/11
Ho fatto un sogno curioso. In un insulso e apparentemente insensato servizio giornalistico su un una cooperativa di ragazzi che lavorano nel settore della ristorazione, mi imbatto in questo giovane musone, che mi dice, dopo le mie domande sul perché del suo cruccio, di chiamarsi Silvio Berlusconi. Si vergognava molto di questo nome, ed era anche incazzato nero con i genitori. Sul cognome, giocoforza, c’era stato poco da fare, ma i genitori lo avevano chiamato Silvio perché quando lui era nato erano tutti pazzi del nostro attuale premier. Col tempo questo amore si era completamente spento ma il nome suo, per ovvi motivi, era rimasto. All’appello, a scuola, Silvio si prendeva sempre una gran selva di pernacchie e fischi. In giro, a tutti, diceva di chiamarsi Giulio Francesco, che erano i suoi secondi nomi. Nel sogno provavo assoluta empatia per questo sfortunato ragazzo. Ma ci pensate, dico, a chiamarsi Berlusconi Silvio?
18/09/11
Lui ha ottant’anni. Lei uno di meno. Stanno insieme da circa cinquanta. Anzi stavano, perché l’amore non ha età, ma neanche la gelosia. Lui si è invaghito di una badante straniera e le compra la spesa, l’aiuta come può, viene meno sempre più spesso alla sua partecipazione coniugale per seguire questa nuova passione. Lei non si è rassegnata alla parte della donna tradita, e lo ha cacciato di casa. “Non cercare tuo nonno, perché non c’è più” ha detto al nipote, accorso a casa per il classico pranzo domenicale. Lui ora sta nella seconda casa dell’ex coppia, sul lago, ma si sente solo. Alla moglie del nipote, con voce rotta, in modo struggente ma anche comico per l’errore grammaticale tenerissimo, ha detto: “La sera, quando viene il buio e sono solo, mi viene il paté d’animo”.
16/09/11
Al mattino, al posto del suo corpo, trovai accanto un biglietto d'addio. In auto si sentiva libera e fatale, mentre tornava a casa, spingendo sull'acceleratore. Curiosamente, le pareva che la schiena andasse a fuoco, e provava dolore nel poggiarla al sedile. A casa si tolse la maglia e scoprì la schiena piena di tagli dallo strano aspetto alfabetico. Un altro messaggio d'addio. Il mio, stavolta. Allora lesse. "Ogni cosa che ho lasciato alle spalle, aveva i segni delle mie unghie sulla carne".
15/09/11
Di questi bar che vendono anche generi alimentari e simili, mi incuriosisce la scelta di tali articoli. In genere sono assennati, o comunque standardizzati, con i loro rotoloni di carta assorbente, piatti e bicchieri di plastica, casse d’acqua minerale, schiume da barba, saponi e shampoo, qualche conserva di pomodoro, sughi e pasta. Capita, però, di trovarne alcuni piuttosto singolari. Come questo in via del Macello, a Perugia. È un piccolo baretto, con un angolo dedicato agli alimentari. Vende, di frutta, banane verdi e manioca, che è un tipo di patata che si trova soprattutto nel Sudamerica. Non vende casse d’acqua ma solo di una bevanda dal colore di cedrata che si chiama Inkka o qualcosa di simile. Ha scatoloni di quelle caramelle piuttosto grandi e supergommose che non credevo esistessero più se non nei Blockbuster, non vende pasta ma riso in quantità industriali. E speriamo che almeno quello sia buono, perché il caffè faceva davvero schifo.
14/09/11
Liberarsi delle cose che non si utilizzano, del superfluo, ci fa sentire bene. L’evidente soddisfazione da viso illuminato, il puro piacere di mio padre dopo che avevamo smaltito un po’ di oggetti ingombranti e ormai pieni di ragnatele ammassati in un angolo dell’orto, era il chiaro esempio di questo tipo di sensazione. Capita spesso anche a me. Se mi libero di un peso morto, di un’incombenza stagnante da tempo, di un capo di vestiario che non uso, di un qualcosa che mi butta ansia col suo continuo richiamo “Usami, ti prego”, mi sento subito meglio. Provo un piacere terso. Immagino sia un po’ la compensazione dell’altro istinto umano, che per qualcuno diventa compulsione, del continuo ammucchiare roba superflua, circondandosi di cose inutili o in sovrappiù. Più che ammucchiare, però, personalmente preferisco sbarazzarmi delle cose. Sì, in quello sono proprio bravo.
13/09/11
Sto leggendo questo ottimo racconto di Wallace “Il canale del dolore”, dove un giornalista è alle prese con un articolo su un artista che evacua, letteralmente, le sue opere d’arte. Caca opere d’arte. Si poggia sulla tavoletta del bagno ed esprime capolavori di merda, che vengono poi messi nelle teche di vetro per le esposizioni senza ritocchi, se non un fissativo che ne preservi le fattezze. Sembra solo un racconto, di cui peraltro non conosco ancora il finale, eppure, per curiosa coincidenza, vengo a conoscenza di questa curiosa rassegna in terra sarda, che si dovrebbe svolgere a ottobre, dal titolo “Festival della Merda”. Il sottotitolo, ancor più evocativo, è: “Uno sforzo collettivo per liberarsi e librarsi”, oppure "l'unico festival a impatto zero e ultrabiologico". Non ne ho capito bene il contenuto, non ho approfondito, ho preferito immaginarlo per non correre il rischio di scoprirlo diverso da ciò che spero sia, e cioè una bella rassegna di stronzi perfettamente rifiniti, magari in competizione tra loro per il primato assoluto, sulla scia del racconto di David Foster Wallace.
12/09/11
Seduto su una panchina del paesello, a leggere il giornale come fanno certi anziani al mattino, guardavo questa giovane madre col pancione e mi chiedevo, con curiosità semimorbosa, come sarebbe addormentarsi la notte stringendo forte quella sporgenza.
11/09/11
In fondo ero andato solo perché avevo l’accredito. A me Jovanotti non è mai piaciuto troppo, tutte quelle S senza scopo nonostante le pronunci in modo grottesco, tutti quei testi buonisti del cazzo. E invece, devo ammettere, il concerto è stato un vero portento. Fiera di Cagliari strapiena, umanità variegata. Energico, lui, un po’ pinocchietto, un po’ tarantolato, un po’ confidente di più generazioni a confronto. Anche l’approccio molto dance-elettronico, alla Planet Funk per capirci, mi ha sorpreso. Musica moderna, ben interpretata. La scenografia, poi, era davvero all’avanguardia, con proiezioni futuristiche e ottime idee grafiche. Due ore di musica e passa, canzoni nuove, vecchie, e tormentoni ben inframmezzati fra loro. Insomma, roba vera, un concerto che lascia il segno. Anche su di me, che tutto sono fuorché un fan di Jovanotti.
10/09/11
Come cambia, la percezione della distanza, quando cresci. Da piccolo credevo che il viaggio da casa mia a quella dei miei nonni, una decina di chilometri verso la collina, fosse tipo la traversata totale, una distanza imponderabile. La mia relazione con lo spazio era alquanto confusa. Per esempio immaginavo Roma, Milano, e tutte le altre città raccolte in un fazzoletto raggiungibile in massimo mezz’ora. Ricordo che d’estate andavamo a volte dai miei zii che avevano la seconda casa in una frazione del mio paese, la Bandinella, e io credevo fosse non dico in un altro Stato, ma in un’altra regione sì. Che shock, quando poi, cresciutello, scoprii trovarsi a cinque minuti da casa mia ed essere, anziché un paesone, blocco di quattro case di campagna. Oggi, dopo tanti anni, fare duecentoottanta chilometri in macchina per andare da Cagliari a Olbia mi sembra un’inezia, o comunque non un viaggio troppo impegnativo. Così come mi sembra assolutamente naturale spostarmi da uno Stato all’altro su una nave o un traghetto. Chissà se da vecchio, poi, questo mondo mi sembrerà troppo piccolo, o se io, rimpicciolendo come fanno gli anziani, lo vedrò ancora più sconfinato.
08/09/11
Questi dicevano che non avrebbero mai messo le mani nelle tasche degli italiani. Inveivano contro la patrimoniale che colpiva i ricchi, e ora aumentano l'Iva che invece va a scapito di tutti. Povera patria, cantava Battiato.
07/09/11
Certe stelle, quelle di massa simile al sole, anche dopo la morte continuano a brillare come nane bianche per miliardi di anni prima di diventare fredde e scure. A volte, molto raramente, possono anche resuscitare. Se vicino a loro si trova una stella rossa, per esempio, ne succhiano materia in quantità industriale, vampiri spaziali che usano la gravità come canini affilati, e si rimpinzano di elio e idrogeno ingrassando a dismisura fino a generare un’esplosione detta nova.
La nana bianca, che sembrava spacciata, si riconfigura dopo il boom e diventa una piccola e compatta stella di neutroni.
Anche per gli esseri umani certi sentimenti seguono percorsi simili; morendo e risorgendo sotto nuova forma. E capita, pure, che gli amori si trasformino, dopo la loro fine, in amicizia. All'inizio sembra sempre impossibile, ma a furia di vivere, si impara a non sottovalutare le risorse illimitate del tempo guaritore.
06/09/11
La verità è che non tutti hanno il senso della proiezione di se stessi. Non si vedono ad abitare in un posto specifico, in un futuro prossimo, non immaginano se stessi in un alcun tipo di scuola, poi università, infine lavoro. La verità è che spesso, nelle cose, più che arrivarci per coerenza del percorso intrapreso, ci si inciampa sopra per puro caso, e solo allora ci si prende la briga di considerarle come possibilità di avvenire. E l’amore non fa eccezione. C’è chi si comporta così per irresolutezza congenita, chi per profonda fiducia nel destino giusto. Certo è difficile, immaginarsi al passo successivo, se non si è capito ancora quello che lo ha preceduto.
05/09/11
Ho capito al primo sguardo che quel tipo mi avrebbe dato soddisfazione. Ne ho seguito le gesta fiducioso, convinto che non mi avrebbe deluso. In fila, al gate d’imbarco, volo Roma-Cagliari della Ryanair, questo tipo scuoiato dall’alopecia con polo verde e occhiali da sole Gucci si stava appropinquando dalle mie parti in modo assai felpato. Atteggiamento finto indifferente, telefonino portato di frequente all’orecchio nonostante non sembrassero esserci telefonate intercorrenti, e occhiate panoramiche sulla fila di gente, come a cercare fidanzata, amico o roba simile, insomma, l’ipotetico compagno di viaggio. Non cercava questa persona nella coda del lungo serpente umano, bensì vicino alla testa, dove mi trovavo anch’io. Con nonchalance si è incuneato nella fila giusto davanti a me, e ovviamente, appena preso posto, ha interrotto quella sciocca pantomima sul finto partner e ha liberato un bel sorriso di soddisfazione. Ci è rimasto malissimo, invece, quando si è accorto che non era il gate che ti fa salire direttamente sull’aereo ma uno di quelli da cui si arriva a un bus che ti porta fino all’uccello metallico. Non si è dato per vinto, e si è piazzato davanti alla porta, in piedi, pronto allo scatto, attento a occupare tutto lo spazio che poteva per avere vantaggio su ipotetici rivali. Il bus stava per arrivare all’aereo e lui si guardava intorno, circospetto, per annusare la sfida degli altri centometristi dell’imbarco. All’apertura delle porte è partito a grandi falcate verso la scaletta e si è garantito la prima posizione nonostante di rivali, in effetti, ce ne fossero eccome. Quando sono salito anch’io, lo ho trovato in prima fila, sul sedile accanto al finestrino, espressione da padrone del mondo in viso, finalmente scaricata la tensione accumulata in precedenza. Poco ci manca improvvisasse pure un balletto, tipo Bolt all’ultimo mondiale. Era il primatista dell’aereo. Un uomo assolutamente felice. Un pirla mica da ridere.
04/09/11
Leggere un racconto scritto da un romanziere morto suicida che parla in prima persona, seppure nella finzione romanzesca, di suicidio, ha un che d’inquietante. Leggi e ti sembra assolutamente evidente che quella persona aveva già portato a compimento l’intero percorso mentale di chi intende porre fine, sua sponte, all’esistenza. Quelle pagine sembrano quasi una richiesta d’aiuto, un’esposizione della parte più nera della propria vita interiore che reclama soccorso tempestivo. David Foster Wallace, nel suo racconto “Caro vecchio neon” della raccolta “Oblio”, peraltro entusiasmante e divinamente scritto, sembra mettere nero su bianco tutto l’insieme di riflessioni, considerazioni, timori e in generale sensazioni che accompagnano gli ultimi giorni di un aspirante suicida. Un diario toccante e beffardo, ironicamente tremendo, da leggere, perdio.
02/09/11
Non avevo mai visto l’Umbria dall’alto e mi ha fatto un effetto strano. Era la prima volta che volavo fino all’aeroporto di Sant’Egidio e quando ho intravisto dal finestrino la mia terra ho provato un sentimento di sollievo e rallegramento. Tutto quel verde, quei costoni appenninici così familiari, quei piccoli e deliziosi borghi incastonati fra le pieghe della campagna umbra. Uno spettacolo toccante. Peccato solo che come un fresco abbia confuso il lago di Bolsena con il Trasimeno.
01/09/11
Si fanno le cose perché ci rendono felici o perché speriamo che offrano agli altri, nel concretizzarsi, l’immagine che vogliamo esportare al pubblico? Cerchiamo l’applauso del momento o aspiriamo davvero a un duraturo appagamento interiore? Essere amati, o invidiati, ci risarcisce del non seguire le nostre reali aspirazioni? Quanto si può diventare, infine, impostori del proprio essere prima che la vita ti presenti il conto?