Blog Mag-Giug 2011

Blog Mag-Giug 2011

30/06/11

Lui è nero, lei bianca. Portano lo stesso cognome perché sono fratelli. I genitori sono entrambi bianchi, i nonni pure. Uno potrebbe pensare alla classica storia di tradimento, come per quel siciliano che nove mesi dopo la luna di miele in Africa ha scoperto che la moglie lo aveva cornificato con un capotribù. E invece no. Niente corna. Tutta colpa della fecondazione eterologa. L’ovulo della donna, irlandese, è stato fecondato con lo sperma di un uomo sudafricano, bianco. Lui sì, che aveva antenati neri, e il fenotipo si è manifestato nel bimbo nato in provetta. La famiglia vive in una comunità quasi esclusivamente bianca, così il bambino è vittima di razzismo, e la gente mormora che sia figlio di un tradimento. Insomma, un bel casino. Ancora peggiore, se si pensa che la sorella, nata dallo stesso seme, potrebbe un giorno avere figli neri…

29/06/11

Ricordo che fino ai venti, ventidue anni, ogni volta che seguivo l’istinto, praticamente sempre, mi trovavo a sbagliare. Prendevo dalla vita sberle sonore. Adesso se vado d’istinto, come spesso ho fatto nelle scelte fondamentali, azzardate che fossero, dolorose che sembrassero, non me ne sono mai pentito. È forse questa la maturità? Oppure è solo culo?

28/06/11

Pensavo che i bangla avessero in pugno il settore vendita delle rose solo a Perugia e dintorni. E invece è una cosa nazionale, sto scoprendo. Una fetta di mercato interamente occupata da immigrati del Bangladesh. Se vuoi entrare, devi fingere di venire da là. Gli indiani, per esempio, fanno così.
A Perugia, di mattina, non li si vede mai in giro: dormono. A meno che non sia sabato, quando si svegliano di buon’ora e si ritrovano tutti in piazza del mercato per acquistare i loro “ferri” del mestiere: i mazzi di rose. Ne comprano sette, uno per ogni giorno della settimana, a dieci euro l’uno, ma non sempre riescono a piazzarli tutti. Vengono tutti, infiltrati a parte, dalla repubblica popolare del Bangladesh, paese tra i più densamente popolati e che possiede un elevato tasso di povertà. Hanno in media quarant’anni e prima di diventare venditori di rose sono stati operai in fabbrica o lavoratori stagionali nelle colture di tabacco e pomodori. Spediscono in Asia i loro risparmi.
Anche a Cagliari le rose le vendono gli immigrati del Bangladesh. Giovani che si fanno tutto il centro in cerca di romantici acquirenti, il più delle volte incassando dinieghi netti. Loro vanno avanti, indefessi e sorridenti. Se non le vuoi, allora ti dicono: «Domani?». Sono speranzosi, invadenti ma non seccanti.
Io non gliele compro mai. Preferisco parlarci.

27/06/11

L’occasione fa l’uomo ladro, si dice, e i grani tondeggianti di quarzo della spiaggia di Is Arutas risveglia senz’altro cleptomanie, come per le gazze gli oggetti luccicanti. Il posto sta nella penisola del Sinis, vicino Oristano, e ogni anno pare sia depredato della sua sabbia inimitabile a forma di chicchi di riso. All’aeroporto cagliaritano di Elmas gli ufficiali ormai avvezzi al controllo riportano nel comune di Cabras le bottiglie piene di questi sassolini al quarzo, che i turisti carpiscono dalla spiaggia a mo’ di souvenir nonostante i divieti e le multe. Oggi ero andato a fare un servizio a Is Arutas, che ieri c’era stato il primo tentativo di furto dell’estate, sventato dagli stessi bagnanti. Solo che, al mio ritorno in sede, sento un fastidio nelle scarpe. Me le tolgo. Dentro c’era un pezzo della spiaggia di Is Aretus. Un bicchiere di grani di quarzo.

25/06/11

Spiaggia di Tuerredda. Sabbia bianchissima. Un isolotto davanti alla spiaggia che ci si arriva a nuoto. Un’insenatura da sogno, circondata dal verde. Acqua limpida, cristallina. Un altro posto da favola in quest’isola fantastica che è la Sardegna.

24/06/11

La Scopa del SistemaNella lettura attraverso fasi, in genere. E questa è la mia fase David Foster Wallace. Mi sono letto il suo capolavoro di milletrecento pagine “Infinite Jest” e l’ho ricominciato daccapo, convinto che mi fosse sfuggito qualche passaggio fondamentale. Così era. Quel libro è qualcosa di incredibile. Ora ho finito di leggere “La scopa del sistema”, il suo primo romanzo. Scritto a ventiquattro anni. Non all’altezza di “Infinite Jest”, come era scontato che fosse, ma davvero un buon libro, intrigante e a tratti molto ispirato, ricco dei wallaciani personaggi limite, che lascia intravedere che razza di scrittore sia lì per venire. Fra l’altro, per uno come me che legge Repubblica ogni mattina, e il suo inserto del venerdì dalla prima all’ultima pagina, ho anche sgamato dove Bartezzaghi abbia preso l’idea del dialogo fra psicanalista folle e paziente che usa per la sua rubrica. È lui, infatti, ad aver firmato la prefazione del romanzo per Einaudi, e il suo psicanalista assomiglia un po’ troppo al dottor Jay di Wallace. Comunque, Bartezzaghi resta un mito. E Wallace, purtroppo morto suicida di recente, resta uno scrittore assolutamente impareggiabile.

23/06/11

Ecco una storia tragicomica cagliaritana. Mi ci sono fatto un sacco di risate questa mattina, ma in effetti, pensando al sistema sanitario del nostro Paese, ci sarebbe poco da ridere.
Nel principale nosocomio del capoluogo sardo, i bisturi venivano affilati da un soggetto che aveva un camper parcheggiato fuori dalla struttura, e che tutti chiamavano “lo Zingaro”. Di origini andaluse, era il classico arrotino che gira per le vie dei nostri centri abitati con il messaggio registrato sparato dall’altoparlante che fa “Donne, e’ arrivato l’arrotino”. Questo curioso personaggio, di cui non ci sono foto ma che immagino con capelli lunghi e unti, vestiti gitani eccetera eccetera, ha presentato, dopo quattro giorni di lavoro in camper ad affilare bisturi, una parcella di un miliardo e mezzo di vecchie lire. Neanche in una commedia di Tot’. Solo che questa e’ reale.

22/06/11

Ci vuole una vita per diventare giovani, diceva Picasso. Ma una vita non basta per diventare vecchi, dico io.

21/06/11

Certe cose del mondo giornalistico mi sbigottiscono. Tipo, nel televisivo/radiofonico, il rapporto tra tecnici e giornalistici. Due mondi che si incontrano per forza ma in modo davvero poco entusiasta. Un odio vicendevole, pare. Il primo giorno qua, a Cagliari, tutti a dirmi di quanto i tecnici della Rai avessero un pessimo carattere e di quanto fosse complicato lavorarci assieme. Bufale, perche’ invece, se ci si rapporta con loro senza spocchia e in modo corretto, sono tutti stradisponibili e ti aiutano a ottenere il miglior risultato possibile col tuo servizio, anche sotto pressione.
A pranzo, nonostante si vada tutti negli stessi ristoranti convenzionali, c’e’ una separazione netta tra gli uni e gli altri. Mai tavoli misti. Giornalisti da una parte, tecnici da un’altra, segreteria in un’altra ancora, stagisti a mangiare un panino in redazione. Questa divisione in caste mi pare davvero ridicola. Ma non mi sembra che qua intorno se ne diano una gran pena.

20/06/11

In Italia le filosofie marine cambiano con la geografia.
I napoletani arrivano in spiaggia e montano una rumorosa tendopoli, con maxiombrelloni e accampamenti, cucinano con fornelletti e apparecchiano improvvisati deschi su pezzi di spiaggia che sembrano latifondi. Le signore piu’ grasse restano all’ombra tutto il tempo, mangiando e tenendo d’occhio i bambini.
I bauscia milanesi invece entrano coi motoscafi anche nelle calette che gli sarebbero precluse, ignorano le riserve faunistiche, trasferiscono le loro arroganze dalla citta’ alla spiaggia senza soluzione di continuita’.
I sardi si avviluppano in discussioni prive di fondamento, dicendo le stesse cose ma ognuno contro l’altro, montano casi puor parler facendoli sembrare questioni di vita o di morte. In generale sono tranquilli e poco caciaroni, anche se fra loro non mancano i classici truzzi. Quelli col costume a mutanda firmato; tatuaggi in posti strategici con scritte in inglese tipo “non vivo senza surf”; piercing ai capezzoli, capelli lunghi con le punte schiarite. In spiaggia fanno capriole e giravolte, camminano a testa in giu’ e se giocano a pallone o racchettoni provano solo le figure piu’ ardite, sulle quali si sono allenati tutto l’inverno, e spettacolari.
Gli umbri? Io parlo per me. Leggo il giornale, faccio un bagno, bevo qualcosa al chiosco, gioco un po’a pallone, mi tuffo, chiacchiero, leggo un libro. E soprattutto guardo e commento quello che fanno gli altri.


19/06/11

Una domenica di prime volte. Primo giorno nel nuovo appartamento. Primo giorno libero e quindi primo tuffo nel mare di Sardegna, a Chia, caletta Duna di Campana, una spiaggia da sogno incastonata fra il mare caraibico e uno stagno dove i fenicotteri nidificano senza darsi troppa pena per la presenza dell’uomo. Primo avvistamento, in strada, delle orride blatte americane trapiantate in Sardegna dalle navi, uno scarafaggio lungo una decina di centimetri che non disdegna il volo e che avevo rivisto solo in Arizona, a Tucson, dove lo chiamavano “coachroach”. Lo stesso insetto tanto temuto da uno dei personaggi principali del capolavoro di Foster Fallace “Infinite Jest”. Primo sole e quindi prima scottatura integrale. Peccato, maledizione, che sia arrivata anche la prima multa della municipale perche’ davanti alla spiaggia non avevo trovato posto nel parcheggio e avevo messo l’auto fuori dalla strisce

17/06/11

il bacio di VancouverCaschi il mondo ti amerò. Così intitolerei questa foto che sta facendo il giro del mondo con il nome di “Il bacio di Vancouver”. Ha tutto per diventare un’icona. Un contesto di guerra con un dettaglio d’amore. Il potere logoro sfidato dall’incoscienza giovanile. A prima occhiata mi sembrava un fotomontaggio. Non lo è, ma è forse una di quelle foto che indicano un qualcosa in più rispetto all’accaduto, che creano plusvalore. La spiegazione di quel bacio potrebbe infatti essere molto meno romantica dell’effetto che fa a vederlo. In fondo, chissenefrega. Non sarà il giovane che sfida il carro armato a Tienanmen, però è davvero una grande immagine.

16/06/11

A Cagliari, gli accattoni ti fregano con la simpatia. Non ti fanno incazzare come dalle mie parti. Non sono assillanti. La mattina, nel parcheggio libero, c’è sempre qualche ragazzo africano che mi indica un posteggio vuoto prima ch’io faccia in tempo ad adocchiarlo. Mi ci accompagna come fosse un parcheggiatore, e non mi chiede denaro quando io infilo l’auto nel posto da lui indicato, però non riesco a non dargli qualche spiccio. Quando esco da lavoro, mi indica nuovamente il mio posto, tante volte l’avessi dimenticato. Questo servizio è gratis.
Quando la sera ceno in centro, c’è una sgangherata banda musicale rumena che gira per i tavoli armata di fisarmonica e violino. Sorride, dice battute, ti scuce euro con un contagioso buonumore. Anche i poeti improvvisati ti fanno ridere, perché ti dedicano versi e intanto ti fanno le supercazzole. Avere a che fare con queste persone è come sottoscrivere una tassa indiretta quotidiana. Che in verità pago piuttosto volentieri.

15/06/11

Piccolo diario di un nuovo principio. Quattordici ore di traghetto, cabina singola, lettura e relax. Arrivo a Cagliari alle dieci e al porto la finanza mi tiene in standby mezzora per il controllo, tanto per darmi il benvenuto. Neanche il tesserino da professionista e il lavoro in Rai li ha impressionati. «Cominciamo bene» mi sono detto. Firmo il contratto, pratiche di rito, e mi insedio in redazione a mezzogiorno. Mi mostrano il sistema, la sede, faccio la conoscenza dei miei nuovi colleghi. Conosco il sindaco Zedda, il vendoliano che ha vinto le comunali a Cagliari. Alle quattro, alla riunione, il vice-caporedattore mi chiede se mi va di fare un servizio per il Tg delle 19.35. «Sono qui per questo» dico. Un sequestro a Porto Rotondo, roba di cronaca. Battesimo di fuoco. Esco alle sette e solo alle otto trovo un bed and breakfast per la notte. Scrivo da qui. Stasera sono andato a vedere un po’ il centro, fin su al bastione antico dove mi sono goduto la vista della città e l’eclissi di luna. Da domani cerco un appartamento. Dice che qui è pieno di fenicotteri. Il mio uccello preferito. Spero di vederne presto uno.

13/06/11

Oggi che a Orvieto, nei paraggi del duomo, giravano questo film “Le stragi del sabato sera” o qualcosa del genere, e vedevo i miei amici impegnati a fare le comparse mentre io costringevo i miei compagni di band a fare le comparse in un video che andrà allegato al mio nuovo romanzo, ripensavo all’ultima volta che ho fatto una comparsata televisiva. Giravano “Carabinieri” a Montepulciano. Ricordo un Roncato in condizioni discutibili, un paio di ex Grande Fratello sfuggiti presto da ogni appiglio di memoria, altrettante attrici da capogiro, una trama inconsistente e delle battute alla tirar via, e soprattutto ricordo che mi fecero recitare con l’inganno. Mi avevano chiamato come cantante per una scena dove avrei dovuto canticchiare una canzone. Mi sembrava una cosa figa. Ovviamente ho accettato. Ho poi scoperto che la canzone era scritta da loro – due versi senza musica con un testo orripilante -; ed ero con una band che però faceva solo finta si suonare. Alla fine ero riuscito a convincerli che senza accompagnamento di chitarra sarebbe venuta male. Così me ne hanno portata una, e ho provato a buttare là un pezzo mio, per vedere se passava. È passato, solo che non mi avevano detto che a un certo punto avrei dovuto stonare. Così, mentre già avrei avuto da ridire nel dover fare la parte del cantante fesso, ho fatto pure il cantante fesso che sbaglia un proprio pezzo. E che si fa prendere per il culo da un Roncato in discutibilissime condizioni.

12/06/11

Al seggio siamo assediati dalle temibili zanzare tigre. Arrivano in stormi, in moltitudini sciamanti, a caccia di giovane sangue di scrutinatori, presidenti, segretari di seggio. Qualcuno deve avere lasciato qualche pozza d’acqua, oppure si è scordato di vuotare un secchio, o ha lasciato acqua nel sottovaso nei dintorni. Quando abitavo a Perugia, per due mesi di estate casa era rimasta vuota. Al ritorno, nel condominio c’era un cartello che spiegava come l’edificio fosse stato conquistato da plotoni di zanzare tigre e spiegava quali fossero le possibili cause. Rientrati nell’appartamento, notando nel terrazzo la piccola piscina delle tartarughe piena d’acqua stagnante, avevamo capito di chi fosse stata la colpa.

11/06/11

Trovo sia davvero vile, per un politico, invitare i cittadini a non votare a un referendum. In una delle rare occasioni in cui la democrazia torna da rappresentativa a diretta, perché un cittadino dovrebbe rinunciarvi e astenersi dall’unico momento in cui la sua volontà non è più mediata da quella classe ignobile che in genere delibera per lui? I governanti non devono sperare che le loro decisioni passino perché non si è raggiunto un quorum. Se vanno a votare il 49 per cento delle persone, e quasi tutti votano Sì, ma il referendum non è valido, non significa certo che tutti quelli che non sono andati a votare erano d’accordo con il governo. Magari avevano visto il Tg1 che gli aveva detto una data diversa da quella reale, oppure facevano parte del venti per cento che a votare non ci va qualunque sia la posta in gioco, per svogliatezza, disinteresse, o principio. Non è detto che tutti questi vogliano una centrale nucleare sotto casa, o regalare l’acqua al primo speculatore che passa. Insomma, se stai legiferando per tutti, e non solo per una cricca o una minima parte della cittadinanza, devi confrontarti con quella che è la vera volontà popolare e accettarla anche se è contraria alle tue aspettative. Vuoi il nucleare? Vota e fai votare No, non lo vuoi? Vota e fai votare Sì. E poi, alla fine, contiamoci per davvero, non con i numeri che vengono fuori usando certi mezzucci.

08/06/11

Non se provo più sollievo o più sconcerto nello scoprire che anche gli efficientissimi tedeschi possono toppare a ripetizione come i più scapestrati italiani. Con questa storia del batterio killer stanno facendo davvero una figura di pupù. Col valzer di dichiarazioni: “È colpa del cetriolo”, “È colpa del seme di soia” eccetera eccetera, una sorta di tiro al piccione democratico, nel senso che se la sono presa a turno con un po’ tutti i vegetali del pianeta, hanno in pratica affossato tutta l’economia di frutta e ortaggi dell’Unione Europea. Il prossimo tedesco che si bulla della propria efficienza gli dedico una bella pernacchia.

07/06/11

 Leggevo di questa storia del portiere Marco Paoloni, mediocre atleta, provetto avvelenatore di compagni di squadra, e scommettitore pasticcione, uomo chiave della recente vicenda giudiziaria del pallone. Leggevo di come un giorno, nonostante avesse promesso ai suoi sodali di farsi infilare da diverse pappine, si sia ricordato d’essere portiere. Ne doveva prendere un capagno, e invece non ne ha fatta passare una, parando l’impossibile, prendendosi un bel sette in pagella, fra l’incredulità ottusa di quelli che lui stesso aveva spinto a scommettere contro la sua stessa squadra. Eroe rinsavito o fesso terminale? Nessuna delle due. Solo un povero atleta a intermittenza, uno scapestrato antieroe, un inconsapevole incosciente, uno di quelli che per quanto male causino ti fanno solo provare compassione.

06/06/11

Questa mattina mi sono svegliato con un’inquietudine da sogno. Di quelle potenti. Non sono ancora riuscito a scrollarmela di dosso. Che poi non era neanche un incubo riconoscibile, ma quasi subdolo, mascherato. C’era dentro roba reale, tranci di passato, ricordi contraffatti, ipotesi di futuro. Finché non mi sono svegliato, ero assolutamente convinto fosse tutto vero. Al risveglio, ero inquieto, sudavo.
Ho pensato che il sogno è quanto di più personale possa esistere. La tua vita sarà esaminata, spulciata, giudicata, qualcuno tenterà pure di avere empatia nei suoi confronti, ma nessuno potrà mai comprendere l’irrazionale personale che si cela dietro un sogno che hai appena fatto, e del quale rammenti solo l’inquietudine che t’ha lasciato, come me stamattina al risveglio, ma che fino a qualche secondo fa era ben vivo, e tutt’altro che invero. Io i sogni me li faccio girare intorno, durante il giorno, come fossero ricordi, e solo a volte tento di espellerli se non consoni alla moralità o allo stomaco. Mi arrabbio se un sogno mi abbandona nell’immediato risveglio, e mi costringo a rinvenire un filo per riavvolgerlo indietro, chissà che non nasconda un importante messaggio al suo interno?, mi dico. Se non li considero vita a tutti gli effetti è solo perché gli trovo il bandolo, un senso, non conosco la chiave in grado di forzarli alla comprensione.
Credo fermamente che il sogno non vada sottovalutato. Non dico che sia necessario assecondarlo, ma sono certo che nasconda spesso dei segni, come nella vita reale. E i segni, come i sogni, non vanno sottovalutati.

05/06/11

L’accendino è un gran giramondo. Nessuno riesce a tenerselo per più di un tot di sigarette accese, e quello cambia mano e situazione in modo imprevedibile. Ci si stupirebbe, a contare quanti diversi padroni riesca a collezionare un accendino. Certo, con lo zippo è diverso, perché quello te lo tieni stretto, mica lo lasci in giro o lo dài in mano all’altro perché accenda. Con lo zippo sei tu stesso a pretendere di far accendere. Lo zippo è casalingo. Un oggetto monogamo. L’accendino, il Bic per esempio, è invece un soggetto tragico. Addirittura eroico, in certi frangenti. Merita un’epopea. Altroché. 

04/06/11

Per capire – che non significa affatto giustificare - come possano scoppiare casi simili a quelli di Signori e delle scommesse clandestine nel calcio, basta guardarsi intorno. Questa mattina, al paesello, vado a comprare i sigari a mio padre. Alle otto e mezza la tabaccheria-ricevitoria del paese era già strapiena di gente. Tutti fumatori? Macché. Si sentiva il cling cling ininterrotto delle due slot machine e lo scroscio delle monete che scendevano dalla macchinetta per cambiare i soldi di carta. Nella mezz’ora trascorsa là dentro, un signore ha cambiato cinquanta euro in spicci per giocare alle slot machine, mentre altri personaggi osservavano da dietro il separé aspettando il loro turno, impazienti, scalpitanti. Una signora era in piena foga agonistica da gratta e vinci. Ne comprava a ripetizione, e il tavolino dove stava grattando era pieno delle schede grattate. Presto a quel modo, ci aveva già buttato mezza pensione. Non era l’unica impallata coi gratta e vinci, anzi, ma stava di sicuro una spanna sopra agli altri, quanto a dipendenza manifesta. Intanto, un altro signore si era giocato quasi cento euro al lotto, mentre altri aspettavano dietro di lui con le giocate in mano. Ognuno che cercava in ogni modo di passare davanti all’altro, come se quella fila stesse rubando tempo allo spazio dedicato alle scommesse. Dall’esterno, mi sembravano tutti invasati, in preda a una compulsione da gioco vorace e totalizzante. Mi sono immaginato stipendi interi gettati a quel modo, pensioni bruciate, e ho ringraziato di non aver mai avuto, fra i vari vizi che pure ho frequentato, quello del gioco.

02/06/11

Parole che odio con B. Balaustra; Buriana; Brochure; Bagordo; Buvette; Babordo; Benché; Bambagia; Bermuda; Badge; Bagnomaria; Beneamato; Bisboccia; Birifrangente; Bollilatte; Brioche; Buonanima; Blusa.

01/06/11

Non so se sono fatto per gli origami. Sono assolutamente affascinato da queste riproduzioni di oggetti e animali con la carta piegata, senza l’uso di forbici e colle. Un’arte, più che un gioco. Rilassante, senz’altro, anche se un po’ stressa quando ci si perde in un passaggio complicato. Gli aeroplani e le barchette non mi sono mai venute, se non in modo patetico. A me piace fare gli animali. In questi ultimi giorni ho provato a fare gli origami di un fenicottero, che però somiglia in maniera inquietante a uno pterodattilo, e una cicala che invece sembra in tutto e per tutto una riproduzione dell’odiatissima cimice. Devo affinare un po’ la tecnica, ovvio.

31/05/11

Anche se l’Organizzazione mondiale della Sanità dice che i telefoni cellulari possono provocare il cancro, nessuno smetterà di usarli, e tanto meno se ne farà un uso più parsimonioso. Ormai sono un fatto culturale, hanno soppiantato la telefonia fissa e resistono a qualsiasi tipo di social network o mezzo di comunicazione altro. Il numero degli sms che le persone si scambiano è spropositato.
Le persone accettano una certa dose di rischio, se ha a che fare con qualcosa che ritengono irrinunciabile. Chi fuma sa che fa male, anzi malissimo, ma lo fuma lo stesso, senza troppo pentimento. Lo stesso accadrà con i telefonini.
Chissà se d’ora in poi, sulle scatole dei telefoni cellulari, ci sarà un avvertimento simile a quello del tabacco: «I telefonini provocano il cancro» e roba simile. Per coerenza dovrebbe essere così, ma ci credo poco.

29/05/11

Condensare un’annata in un fotogramma. Dieci mesi da addetto stampa dell’Orvietana. Vedo la fine, un getto di spumante che mi raggiunge senza che io cerchi di schivarlo, mentre sul prato del nostro stadio comincia la festa. Eccolo, il fotogramma. L’ultimo di dieci mesi intensi, complicati, con picchi di entusiasmo e scivoloni verso il fondo. Le cose vere, in verità, non vanno mai dritte imperterrite, ma seguono un andamento altalenante, fuggono per poi farsi riprendere, scendono e risalgono come fanno le maree. Tante domeniche di gole arrochite, con il retrogusto di Borghetti, sotto le peggiori intemperie, in giro per le cittadelle umbre e toscane. Di certo arrivare primi è esaltante, ma anche salvarsi all’ultimo respiro, dopo che hai annusato a lungo il baratro, può esserlo. E la prova è che stasera, anche se l’Inter perderà la finale di Coppa Italia, giuro che me ne sbatterò altamente. O quasi.

28/05/11

Parabola delle cinquanta euro. Io non uso portafogli. Metto i soldi nella tasca davanti dei pantaloni. Accartocciati, sì, spesso. Comunque, ieri sera un amico che mi vede tirare fuori i soldi al bar per pagare una bevuta mi fa: «Ma così te li perdi, va a finire che quando tiri fuori la chiave della macchina dalla tasca ti cascano pure quelle cinquanta euro». Gli ho detto che in verità, in tanti anni, non mi era mai accaduto, sbagliando, certo, perché chi si loda s’imbroda. Questa mattina vado al bar per un caffè e poi a lavoro. A un certo punto mi accorgo di non avere più il pezzo da cinquanta euro in tasca. Possibile, mi dico? Al bar c’era un noto clochard fabrese, che si chiama Baba, del quale sto facendo un documentario non autorizzato, nel senso che appena mi capita a tiro lo riprendo con la videocamera del telefonino perché è un personaggio assai interessante. Penso che i soldi li abbia trovati lui e si sia preso il giusto compenso per il suo ruolo d’attore. Legge del contrappasso, ci sta. Mi metto l’anima in pace. Più tardi lo trovo per strada che mette in tasca il resto delle sigarette, guarda caso due pezzi da venti e qualche spiccio. Il quadro della cosa mi sembra chiaro. Chiamo il mio amico e gli dico che ha la responsabilità morale per la perdita delle cinquanta euro. Insomma, me l’ha gufata. Torno a casa per pranzo e trovo, vicino al cancello, le cinquanta euro stropicciate. Mi sono cadute quando ho tolto le chiavi della macchina dalla tasca. Finito di pranzare torno al lavoro. Ho il computer, devo scrivere cose, ma il cavo dell’alimentazione non funge più. La batteria è finita. Non posso lavorare. Vado dall’unico rivenditore fabrese, dal quale in genere mi tengo alla larga per la rinomata esosità, e quando mi vede col cavo resiste a stento allo sfregarsi le mani dalla gioia. Mi dice che ne ha uno solo, di cavo come quello. Gli chiedo quanto costi, pensando a una quindicina. Mi dice cinquanta euro. In una situazione normale lo avrei mandato a cagare, il ladro, ma lì c’era poco da fare, il destino aveva deciso che dovessi liberarmi di quelle cinquanta euro. «E sia» mi sono detto, e ho pagato. Il destino, quando si fa insistente, va assecondato.

27/05/11

Quella dei vecchi dittatori, dei persecutori, degli stragisti rintanati in qualche grotta fuori porta dopo l’esilio è una gran bufala, ormai non ci fregano più. Se ne stanno tutti al calduccio, in fortezze cittadine, ville mozzafiato, addirittura scorrazzano liberi allo stadio, vanno al mercato. Mladic andava a vedersi le partite di calcio, da quanto si sentiva tranquillo. Karadzic finché ha potuto ha vissuto da re. Bin Laden diffondeva video con sfondi desertici, rocciosi, evocando l’idea dell’uomo in fuga, di colui che erra nell’errore. E invece se ne stava nel fortino pakistano, protetto dai servizi del Paese amico e doppiogiochista, con le sue pasticchette di viagra e i suoi filmetti porno. Mladic andava al mare in Montenegro, anche lui protetto dall’apparato segreto dello Stato. Questi non cadono mai se non c’è dietro un tornaconto che consente il tradimento, se non diventano infine merce di scambio. La Serbia vuole entrare nell’Unione europea e si vende il mostro di Srebenica dopo avergli dato asilo protetto, incondizionato. E le vittime dirette o indirette esultano, certo, ma sotto sotto credo che s’incazzino ancora di più al pensiero di quanto sono state prese per il culo.

26/05/11

Il momento più esaltante in un romanzo che stai scrivendo è quando scavalli la metà e hai già in testa la fine. Sei sicuro, insomma, che lo finirai. Già, perché l’insidia di lasciarlo incompiuto, finché la trama non è a posto, è sempre dietro l’angolo. Oggi mi sento sicuro che finirò presto il mio secondo romanzo. Mi voglio dare anche una scadenza, va’. Diciamo entro il 31 luglio. Ok, ormai l’ho detto.

25/05/11

C’è il pericolo, eccome. Il rischio che il raggiungimento di quello che ti eri prefissato non si tramuti in modo automatico in un valore interiore assoluto. C’è il rischio, ma vale la pena correrlo. E poi, se anche non avviene lo scatto automatico, proiettarsi verso un obiettivo nuovo. Stiamo al mondo perché ci sono cose che vanno fatte, o no? In fondo è la solita vecchia storia di quanto sia emotivamente più coinvolgente desiderare una cosa, che raggiungerla, averla. Ed è così, non ci piove. Proprio sempre.

24/05/11

E alla fine l’hanno trovato. Un pianeta gemello alla nostra Terra. Distante, per carità – per arrivarci ci vorrebbero venti anni viaggiando alla velocità della luce -, con una gravità doppia rispetto alla nostra, ci mancherebbe, però davvero simile. Nuvole, piogge, oceani, la base della vita c’è anche in questo pianeta, che gli scopritori francesi hanno ribattezzato Gliese 581d. Cazzo, un pianeta abitabile. Ora bisognerebbe solo capire se lo abitano già, e soprattutto chi.

23/05/11

Conversazione - vera - tra un padre e una figlia.

«Una sorellina? Io voglio un fratellino».
«Mi dispiace amore. I fratellini sono finiti, ci sono solo le sorelline, che facciamo, ne prendiamo una?».
«Che ti devo dire, e prendiamola. Le insegnerò a utilizzare il water. La farò sedere lì e farò ben attenzione quando scarico, altrimenti addio sorellina».
«Vada per la sorellina allora?
«Ma sì papà, vedrai che alla fine le vorrai bene anche tu».

22/05/11

Mi fa sempre un certo effetto quando sento qualcuno parlarmi in maniera entusiasta di una catena di negozi. Oggi un mio amico mi spiegava come per lui Euronics fosse il top, e un altro gli faceva eco tessendo le lodi degli outlet e addirittura del McDonald’s. Fondamentalmente, i negozi li odio. Mi mettono ansia. Non vivo l’acquisto con serenità. Gli unici posti che veramente mi esaltano sono alcuni punti vendita di dischi usati e certe librerie. In questi ci passerei interi pomeriggi. Con i supermercati, invece, ho un rapporto ambivalente. Odio la troppa scelta, ma mi piace fare il ficcanaso indovino, quello che guarda in un carrello della spesa e prova a indovinare che tipo di persone siano i proprietari del carrello, dando uno sguardo a quello che comprano. E poi, soprattutto a Roma, mi piacciono perché in fila c’è sempre qualche sconosciuto che si mette a raccontarti aneddoti privatissimi. In proposito, un amico di un amico di un amico ha trovato la definizione perfetta del romano: «Uno che vive per raccontarti la sua esistenza in fila al supermercato».

21/05/11

Il massimo sfoggio di ricchezza da parte di un facoltoso cliente di ristorante può essere questo che mi ha raccontato un mio amico cameriere. Un episodio accaduto a Orvieto, qualche giorno fa. Una coppia ordina due pizze margherite e una bottiglia di Brunello di Montalcino da centocinquanta euro. Già è clamoroso che uno “sprechi” una bottiglia di Brunello con la pizza, ma se poi ne beve appena un dito, mezzo bicchiere in due, e lascia l’intera bottiglia sul tavolo, allora è proprio uno sfregio bello e buono.

19/05/11

Molti cd li tengo in macchina, e dopo un tot mi si rigano. È fisiologico. Oggi ho provato un esperimento per eliminare quei graffi tanto odiati. Beh, in gran parte, tranne nei casi più disperati, ha funzionato alla grande. Su suggerimento di una rivista davvero ottima, Wired, ho preso una banana e l’ho aperta lasciando intatte le sezioni verticali della buccia. Ho tagliato il frutto in quattro parti con sezione orizzontale. Ho preso il cd graffiato e con movimenti circolari ci ho strofinato sopra prima la banana e poi la buccia. Con un panno morbido, sempre a movimenti circolari, ho ripulito il cd dai residui di banana e poi ci ho spruzzato un po’ di spray per vetri. Asciugato anche quello con un altro panno morbido, gran parte dei cd che prima saltavano in continuazione nello stereo ora si sentivano benissimo. Con due pezzi di banana ci ho pulito una decina di cd. Gli altri due avanzati, invece, li ho mangiati.

18/05/11

 Leggevo che a casa di Burgess – quello che ha scritto Arancia Meccanica – sono stati ritrovati diversi testi inediti. Perlopiù racconti, forse un romanzo, e diverse sceneggiature. Non ho fatto troppa fatica a immaginare che questi scritti saranno presto pubblicati. Si tratta in fondo di una miniera d’oro, per gli eredi. Solo, mi deprime il fatto che, se questi non sono stati pubblicati dall’autore, un motivo ci deve essere stato. Magari li considerava talmente marginali e forse malriusciti da chiuderli in un cassetto in attesa di rielaborarli meglio. O forse si era solo dimenticato di averli scritti, da quanto gli facevano schifo.
Lo so perché anch’io, nel mio piccolo, conservo nel computer racconti finiti che però non vorrei mai pubblicare, esperimenti di cui quasi mi vergogno ma in fondo in fondo qualcosa di buono ce l’hanno e potrebbero tornarmi utili anche per una singola frase, idee da sviluppare, incompiuti, racconti abbandonati per disperazione, roba così. Se qualcuno me li pubblicasse, mi incazzerei un bel po’, anche da morto!
Per questo, nel mio piccolo, esprimo tutta la mia solidarietà e il mio dispiacere per la violenza postuma che sarà presto fatta a scapito del grande e purtroppo defunto Burgess.


17/05/11

Il risultato di queste elezioni amministrative mi ha davvero sorpreso. Non mi aspettavo un simile tracollo del centrodestra, Lega compresa, e francamente, se avessi dovuto fare previsioni, le avrei sbagliate quasi tutte. Pisapia, area sinistra radicale, che surclassa la Moratti e se il Milan non vinceva lo scudetto domenica scorsa sarebbe diventato sindaco al primo turno. Il candidato del centrodestra a Napoli che non vince al primo turno e soprattutto non va al ballottaggio col candidato del Pd ma con De Magistris dell’Idv. Zedda, vendoliano, che a Cagliari va al ballottaggio in vantaggio su Fantola del centrodestra, strafavorito alla vigilia. Fassino che doppia il suo avversario. I grillini che diventano un importante ago della bilancia, a Bologna prendono quasi il dieci per cento, a Torino superano il Terzo Polo, e a Milano prendono più del tre per cento.
A Latina, l’esperimento del fascio-comunista Pennacchi è stato un flop assoluto – uno per cento – nonostante alla vigilia qualcuno lo vedesse come possibile sindaco. Insomma, sono state elezioni imprevedibili e sorprendenti.
Il fatto politico molto importante è che Berlusconi aveva trasformato l’elezione di Milano in un referendum sulla sua persona, candidandosi anche al consiglio comunale, ma ha preso poco più di venticinquemila preferenze, la metà rispetto a cinque anni fa. Nella sua città, la sua presenza in lista diventa deleteria, anziché trascinante.
I suoi attuali alleati di governo avranno ancora tanta voglia di candidarlo alle prossime elezioni nazionali? La Lega, che ha perso una valanga di voti a Milano e non solo, pagando secondo me anche la chiamata del pluribocciato Trota a fare l’assessore regionale, resisterà alla tentazione di far cadere il governo Berlusconi per riprendersi i voti del proprio elettorato deluso?
Berlusconi dovrà considerare che anche se in Parlamento puoi comprare qualche deputato quando vai in minoranza, non puoi fare lo stesso con gli elettori.
La strategia della campagna elettorale urlata non funziona più, e lo dimostra la manciata di voti che ha preso Lassini a Milano – quello dei manifesti “Fuori le Br dalla procura” – mentre il sexy gate del premier ha lasciato strascichi, come dimostrano le molte preferenze a Milano per la giovane moralizzatrice della destra milanese, Sara Giudice, detta l’anti-Minetti.
Queste elezioni non sono solo comunali, ma hanno un significato importantissimo anche a livello nazionale e aprono scenari imprevedibili sulla tenuta del governo Berlusconi. Se Milano andrà davvero al centrosinistra dopo il ballottaggio, di sicuro ne vedremo delle belle.

16/05/11

Ultimamente soffro di uno strano male. Sento un cinguettio e mi struggo perché vorrei doti di ornitologo, e capire subito quale sia l’uccello chiacchierone; faccio una passeggiata per l’orto botanico, come oggi al Gianicolo, e mi sento un incompiuto perché di tutti gli esemplari di piante ne riconosco un numero infinitesimale. Sento, insomma, una sproporzione fra quello che la natura offre alla mia conoscenza e quello che riesco a conoscere effettivamente.
Passeggera paranoia da primavera, una di quelle leggere che ti affliggono quando non ne hai di serie? Può essere.
È che la natura mi affascina. Davvero. Uno sbotto. Ora sorrido, perché mi viene in mente che Oscar Wilde, al contrario, diceva: «La natura è quel luogo orribile dove gli uccelli volano crudi».

14/05/11

Conversazione estemporanea con una conoscente che non vedevo da tempo. Pressappoco, per come la ricordo il giorno dopo.
«Tu che sei uno scrittore, mi descrivi il momento in cui ti accorgi che l’amore finisce?»
«Beh, non so, posso provarci. Dunque: ti accorgi che tutto quello che potresti fare con la persona che amavi è molto meno importante di quello che puoi fare per conto tuo, da solo o con altri. Non hai più voglia di scoprirla, il periodo dell’esplorazione è finito. Non hai più l’esigenza di piacerle, di dimostrarle ogni giorno di essere degno del suo amore. Non guardi più oltre».
«Insomma, metti insieme queste sensazioni e lo capisci».
«Per alcuni in principio ci può essere un momento di rigetto. Anche se è chiaro che non ami più ti trascini dietro la tua storia per incredulità, perché non accetti che sia finita così, specie se ci hai investito tanto a livello emozionale e non solo. Le cose importanti si comprendono sempre in differita»
«E la gelosia? Quella resta?».
«Se c’è, non è detto che scompaia insieme all’amore. È piuttosto una scoria di un processo inquinante. Sopravvive al processo stesso, e a volte per molto tempo, anche quando l’oggetto dell’amore è stato sostituito».
«È possibile amare senza essere gelosi?»
«Può anche succedere che qualcuno scambi la gelosia per l’amore. Penso che capiti molto più spesso di quanto si creda. L’ambizione al possesso. Il bisogno di sentirsi l’unico amato dalla persona “prescelta”».
«Non hai risposto».
«Non credo che la gelosia sia in sé una componente dell’amore, penso solo che l’accompagni spesso».
«A me capita sempre. A te?»
«A ondate. È capitato. Poi non più. Magari ricapiterà».
«Ho una figlia con un uomo che per me è molto importante. Ma non credo di amarlo più. Eppure mi sento pronta ad amare. Ho trentatré anni e sono in attesa dell’amore. Non lo sto cercando, piuttosto aspetto che sia lui a trovarmi».
«Giusto. Se vuoi trovare l’amore devi smettere di cercarlo. Come per il sonno, che quando smetti d’invocarlo arriva».
«Ma io vorrei essere preparata, quando arriverà».
«Ci si può allenare all’amore?»
«Pensavo di essere io a fare le domande».
«Non pensavo volessi risposte, ma impressioni»
«Appunto».

13/05/11

Certe aziende si rendono protagoniste di sprechi assurdi. Si curano del packaging, dell’immagine, e tralasciano spesso le conseguenze di questo surplus di estetica. Per esempio, oggi stavo prendendo un caffè al bar di un amico. Ha svuotato un grosso contenitore cilindrico di alluminio pieno di polvere di caffè della Illy e lo ha poggiato per terra. «Lo passano a riprendere i fornitori?» gli ho chiesto retorico, convinto che mi avrebbe risposto «Sì». Credevo, insomma, che funzionasse un po’ come per l’acqua di Nepi, che mi portano a casa in bottiglioni di vetro di cui ogni volta riprendono i vuoti. «Macché», mi ha detto il barista «dobbiamo smaltirlo noi e non entra nemmeno nel secchione del misto». Ho fatto due conti su quanto caffè vende la Illy ogni giorno in questi fustoni di alluminio e ho provato un forte senso di rabbia e impotenza. Il barista mi ha raccontato che il proprietario di un altro bar aveva un magazzino, e per un paio di anni vi aveva stoccato questi cilindri di alluminio. Un giorno, quando questo cumulo era diventato troppo ingombrante, aveva telefonato alla Illy chiedendo se potevano venire a riprenderselo, convinto che così funzionasse. Beh, gli hanno risposto che si sbagliava, e che lo smaltimento toccava a lui.

12/05/11

Ieri mi è capitato di provare una sensazione che mancava da un po’, e che potrei descrivere così: “Sentirsi responsabile del paesaggio”. A Orvieto faceva tappa il Giro d’Italia, con arrivo a piazza Cahen, dopo che i ciclisti avevano percorso chilometri di sterrato insidiosissimo. Un’oretta prima dell’arrivo, osservavo da un maxischermo i corridori che sfrecciavano in mezzo a una nube di polvere, sbagliando traiettorie, cadendo, frenando con i piedi, rischiando la pelle. Non ero emozionato dalla gara quanto preoccupato da un eventuale incidente. Solo due giorni fa era morto il ciclista belga Weiland. All’arrivo, quando vedevo i corridori che superavano il traguardo sporchi da far schifo, impolverati di tutto punto, non mi veniva da applaudire, ma da chiedere scusa, scusa, e mille volte scusa per quella strada maledetta. Quel paesaggio così familiare.

10/05/11

C’è chi fa, e chi commenta. Chi fa, lo fa per soldi o per gloria, oppure per entrambi, o per urgenza creativa. Chi commenta lo fa per incapacità al fare, per attitudine al criticare, per svogliatezza allo spendersi per creare. Chi fa, dovrebbe sentirsi superiore al commento solo per il fatto dell’aver fatto, mentre chi commenta può avere interesse a mettere in cattiva luce chi fa, può voler mettere in luce un proprio ipotetico spirito d’osservazione annacquando così inattitudine o inettitudine al fare; può cercare rivalsa nel commento per rifarsi su chi ha fatto. Il commento è spesso meschino, se non disinteressato o spassionato. Io sono per fare. Che gli altri commentino pure, si cimentino nell’esegetico, io faccio.

09/05/11

 Non è un mio fotomontaggio al Photoshop. Questa è la vera fotografia, in esclusiva, di Osama Bin Laden che dal suo rifugio pakistano gioca a Soccer Evolution contro Barack Obama appostato nella situation room. Fonti dei servizi americani mi hanno assicurato che il presidente americano ha dato l'ordine di uccidere il terrorista più famoso del mondo dopo che quest'ultimo lo aveva battuto per la terza volta di fila alla Paly Station.


08/05/11

Il giro d’Italia passa in questi giorni per Orvieto, anzi, come si dice, fa tappa. La carovana si ferma. Arriva, pernotta, riparte. Saranno due giorni colorati e intensi. Eppure, nonostante il fascino della corsa in rosa, a dispetto dell’amore di sportivo che provo per i “tapponi” di montagna, per le fughe impossibili, per gli sprint supersonici, e per le grandi imprese in generale, ormai mi sono disamorato del ciclismo in sé e di queste corse illustri in particolare. Sì, perché ti affezioni a un corridore che ti fa sognare, e dopo qualche settimana dalla fine del Giro scopri che si dopava e che per un paio d’anni non correrà più. Dietro ogni impresa, ormai, non c’è più il sogno di chi guarda, ma l’alone del dubbio su come questa impresa sia stata costruita.

06/05/11

Il momento migliore del matrimonio di un amico, dopo l’addio al celibato, è senz’altro l’organizzazione e la messa in atto degli scherzi per il giorno della celebrazione. Ce ne sono davvero di sfiziosi. Meglio evitare quelli troppo cattivi, se l’amicizia non si vuole perderla, però ce ne sono certi che sono divertenti e poco dispendiosi. Uno che mi piace particolarmente è quello della torta finta, realizzata in gomma e del tutto simile a quella vera, che verrà cosparsa di farina e fatta cadere da un complice mentre si porta al tavolo degli sposi per il taglio, con grande spaio di polvere bianca. Anche quello della finta sposa è terribilmente spassoso. Un amico si traveste da sposa, con il velo davanti al viso, ed entra in chiesa dopo essere stato portato lì da un’auto credibile prima che arrivi quella vera. Certo, qui qualcuno potrebbe arrabbiarsi, ma lo scherzo vale il rischio, come quello di scrivere con l’uniposca bianco la parola “aiuto” sotto le suole dello sposo, così che quando si inginocchi in chiesa tutti vedano la sua inopportuna richiesta. Il finto menù è un altro bello scherzo da rinfresco matrimoniale. Si scrive sul menù falso  roba tipo: pane, acqua, cavallette arrosto, spumante della Coop ecc.. e si sostituisce con quello vero. Gli scherzi da casa sono una marea, e ci si può sbizzarrire su come far dormire il meno possibile gli sposi stanchissimi. Si può mettere la chiave della camera, chiusa, in una bottiglia d’acqua e mettere questa nel freezer. Si possono mettere bicchieri e piatti di plastica pieni d’acqua a coprire l’intero pavimento; si può gonfiare palloncini in camera da letto tanti da non far aprire la porta senza cominciare a scoppiarli uno a uno. Ce ne sono in quantità industriale. Domani si sposa il mio socio musicale. Il comitato scherzi è attivato. Sono cazzi suoi.

04/05/11

 Qualcuno potrebbe stupirsi di quanto invasiva sia la pratica del messaggio subliminale nella comunicazione commerciale e nell’intrattenimento fumettistico o televisivo. Walt Disney, rinomato massone, era un campione di questa pratica. Messaggi satanici e sessuali, perlopiù, ma anche qualche simbolo della massoneria. I temi a volte si combinano. In “Bianca e Bernie nella terra dei canguri”, per esempio, due personaggi sono a bordo di una slitta, e sullo sfondo, mentre il mezzo passa veloce, si vedono delle finestre. Rallentando l’immagine, focalizzando, si vede una donna nuda col volto del diavolo. Simboli fallici appaiono un po’ ovunque: nella “Sirenetta” un granchio assume la forma di un pene sopra la torta nuziale dei due sposini, e anche nella locandina c’è un fallo distinguibile fra le colonne del castello; anche nella locandina di “Miss Mermaid” si usa lo stesso stratagemma. La parola “Sex”, poi, appare davvero in molte diverse situazioni, nel Re Leone della Disney, ma anche in molte campagne pubblicitarie. In una del Gin, per esempio, o in alcune della Coca Cola, come nella barba di un babbo Natale sull’etichetta della bottiglia di plastica natalizia. La Coca Cola è riuscita anche a mimetizzare in un cubetto di ghiaccio una bocca femminile che sta per ricevere un pene. Qualcuno ha anche provato a doppiare l’etichetta e metterla sotto una luce e sembra che appaia, bel distinguibile, la figura del diavolo. Per chi cercasse altri esempi di questo tipo, su Youtube c’è un bel repertorio. Basta cercare “messaggi subliminali”.

03/05/11

Non capita tutti i giorni di inciampare in tre modi di fare oltremodo odiati. Oddio, a volte ne capitano anche di più, ma per quello ci vuole di solito una certa predisposizione d’animo al puntiglio e al negativo. Comunque, vado in ordine di apparizione. Odio quelli che giocano a tennis e a ogni colpo, fosse anche una innocua smorzatina, liberano urla di sofferenza inaudita, come faceva il grande re della terra battuta Muster. Odio quelli che a domanda precisa, in ambito lavorativo dove la precisione è d’obbligo, si fanno sfuggenti e divaganti. Odio quelli che fanno un lavoro tecnico e ti parlano come se tu avessi fatto gli stessi studi loro e fossi esperto quanto loro. In particolare i tecnici informatici che dal loro studiolo ti chiamano per aggiustarti una connessione ballerina e ti dicono cose tipo: «Provi a digitare un pling»; «Cambi browser e provi a staccare il router»; «Provi a riconfigurare il DSN». Giuro, li odio.

02/05/11

 Falsa morte Bin LadenLa  prima foto che è circolata sulla morte di Bin Laden era un falso davvero imbarazzante, eppure per qualche ora ha fatto il giro di tutti i più importanti network come fosse reale. Poi i nodi vengono al pettine, chiaro, perché saremo sì nell’era del Photoshop, ma soprattutto in quella di internet e della ricerca superveloce. Su un argomento di un simile interesse è difficile che una fanfaluca o un artefatto durino per più di mezza giornata senza essere sbugiardati. Comunque, resta il fatto che oggi chiunque abbia una certa dimestichezza col Photoshop può reinventare e modificare la realtà a suo piacimento. Si possono ritoccare le ragazze da copertina per renderle praticamente perfette; inventare gossip; far circolare false informazioni; creare immagini ad hoc per dare sostanza a una tesi poco credibile. Si può, insomma, praticare varie forme di inganno.
Mi viene in mente un personaggio limite della modernità. Un maniaco tecnologico morbosamente fissato con una particolare donna che si crea un album fotografico tarocco dove lui si trova con lei sotto la Tour Eiffel, a New York, davanti il Colosseo, un po’ dovunque. Il suo appartamento è tappezzato di queste foto-bufala. Magari ci scrivo una storia.

01/05/11

Il problema di fare regali, è che poi chi lo riceve si sente in debito di rifartelo. O anche se lo fa di sua sponte, ti sembra comunque che l’abbia fatto per una sorta di legge della compensazione. Il dono, come lasciava intendere l’antropologo Marcel Mauss, è quasi un atto di violenza da questo punto di vista, perché ti costringe al ricambio. Se io voglio offrire un aperitivo ai miei amici per festeggiare un evento lieto non voglio in cambio un regalo, non voglio che il mio gesto sia in qualche modo restituito, vorrei che il mio fosse un atto unilaterale. Punto. Il dono di ritorno mi mette quasi in imbarazzo. Poi, certo, mi commuove anche un po’. Il biglietto soprattutto. Gli amici smuovono sempre cose dentro. Alla fine gli si può perdonare anche il dono restituito, perché in fondo la colpa è di chi ha donato per primo.
 
Qui i
vecchi blog


Bookmark and Share