Blog marzo-aprile 2011
Blog marzo-aprile 2011 http://mag.wired.it/svegliaitalia/cari-sindaci-wired-porta-il-wi-fi-gratis-in-150-piazze-prenotatevi.html
29/04/11
Prima conversazione telefonico/operativa tra me e il nuovo mister dell’Orvietana.
«Mister, sono Gabriele, l’addetto stampa».
«Ohi, come andiamo?».
«Sempre meglio. I giornalisti scalpitano, che formazione gli diamo per domenica?».
«Allora, dì loro che giocheremo in undici».
«…».
«Anzi, in dieci perché avremo anche un portiere».
«Vogliamo parlare di schemi?».
«Conosci Oronzo Canà? Userò il suo, il 5-5-5».
«Mister, anche lo Sporting Terni gioca così».
«Meglio, almeno nessuno si arrabbia».
«Mister, abbiamo infortunati?».
«Sì, Pepe, Nuccioni, e Proietti. Però me li devi mettere in formazione, così l’allenatore avversario non ha vantaggi».
«Mister, scherza».
«No, dico davvero. Anzi, fammi un favore, Gabriele, scrivimela tu la formazione».
«…».
«Solo mi devi mettere titolari i tre infortunati. E mi raccomando, fai attenzione a mettere i quattro fuoriquota».
«Insomma faccio io».
«Te ne prego».
«E sia, mister, ci vediamo domenica».
28/04/11
I corpi vanno trattati con considerazione. Gli oggetti, mai sottovalutati, per quanto insignificanti. La fisicità, animata o inanimata che sia, va rispettata, è comunque degna. E le idee? Andrebbero assecondate quando promettenti e rifuggite quando perniciose. Ci vorrebbe un cazzo di interruttore geniale. Un filtro che dirottasse le une e le altre verso il giusto canale, così da riconoscerle quando arrivano. Si farebbero molti meno danni. Si coglierebbero più occasioni. Si lascerebbero meno cose intentate.
27/04/11
Perché la videochiamata non batterà mai quella solo audio? Fondamentalmente per una questione di stress. Quando telefoniamo, di solito, non riusciamo a mantenere la concentrazione al cento per cento nei confronti dell’interlocutore. Disegniamo, ci tagliamo le unghie, navighiamo su internet, se maschi ci grattiamo gli zebedei, se zotici ci ispezioniamo le froge del naso in cerca di tesori, se traditori chattiamo l’amante mentre parliamo con la ragazza, e in genere assumiamo posizioni che mal si conciliano con l’attenzione dovuta al nostro interlocutore. La videochiamata non permette tutto ciò e finisce per stressarci. Se al telefono poi c’è uno che sopportiamo a malapena, amiamo fare boccacce al suo parlare, ma con la videochiamata questo non è possibile. Insomma, la cosa diventa alla lunga stressante. Ecco perché la normale telefonata sopravvivrà alla videochiamata.
26/04/11
Ora che in paese ci sono le giostre, come per ogni periodo pasquale da quando sono bambino, mi viene da pensare che le ho sempre odiate. Ricordo che alle medie i miei compagni erano sempre in fibrillazione quando si avvicinava questo momento dell’anno. L’autoscontro era considerato il top. Io invece lo odiavo. Solo una volta salii sopra a una di queste auto biposto con la base di gomma e ricordo d’essere stato talmente impacciato che mi vennero addosso da tutte le parti senza che riuscissi a muovermi. Non tentai una seconda volta. Odiavo anche il cosiddetto calcinculo, la giostra rotante coi seggiolini, su cui ero salito un paio di volte con risultati scoraggianti. Neanche mi avvicinavo a prendere il pennacchio sospeso. Non mi ci sentivo proprio. In queste cose, rispetto ai miei compagni di classe, alle medie, viaggiavo con una marcia in meno. Per i motorini era lo stesso. Loro non parlavano d’altro, io non ne avrei mai avuto uno e conoscevo giusto tre/quattro frasi da buttare là per fare conversazione, tipo “il Booster se non lo stappi non rende abbastanza”, “Il Califfone è il più brutto motorino di tutti i tempi”. I motori, che occupavano buona parte del tempo libero dei miei compagni di classe, per me erano tabù. Preferivo la musica, proprio come oggi.
24/04/11
Si parlava, con questa mia ex compagna di classe delle superiori, delle tresche di gita. Avvicinandosi alla maturità, le gite diventavano, in effetti, un gran troiaio. Quella settimana era zona franca, era tempo sospeso. Le mie compagne di classe, anche quelle strafidanzate e perlopiù santarelline, finivano sempre per concedersi scappatelle extrarelazione.
Il momento che mi aveva sempre colpito era quello del pullman al ritorno. Loro sedute accanto al compagno di gita, quello che durante quella settimana aveva preso il posto del fidanzato ufficiale, ovviamente a insaputa di quest’ultimo. C’erano tenerezze, e anche tante lacrime, perché col passare dei chilometri era chiaro che l’incantesimo era destinato a spezzarsi. Davanti a scuola, in attesa, c’era il loro fidanzato. Cosa avrebbero provato nel rivederlo? Sarebbero scoppiate a piangere? Avrebbero ammesso la colpa? Avrebbero interrotto la relazione? Sul pullman, al ritorno, certe tensioni emotive erano palpabili; avevano sostituito la tensione sessuale della partenza.
Un momento così potente, così straordinariamente denso, il ritorno in pullman dalla gita.
22/04/11
Parole, parole, parole. Il volume delle parole, di questi tempi, è impressionante. È un’era faconda, la nostra. Eppure, il linguaggio è più stringato, la lingua è disarticolata, la comunicazione è criptica, e viaggia perlopiù in chat o negli sms, mentre si parla molto meno a tu per tu. Questa è la generazione dalle migliaia di risultati google per parola digitata, ma è anche la generazione del TVTB. Oggi le parole cadono in disuso senza contraccambio. Oppure vengono sopraffatte dalla rispettiva sigla, dalla sua versione tronca.
In verità, non tutti vedono la cosa in modo negativo. Per i seguaci di Lao Tze - «Quello che il bruco chiama fine del mondo per il resto del mondo è una farfalla» - tutto ciò è un passaggio necessario. Una mutazione dovuta. Se il pensiero viene ridotto a una manciata di sillabe è per mantenere un contatto maggiore con la realtà, perché l’azione non sia ritardata da troppo lavorio mentale. Il nostro è un tempo veloce, inadatto alla macchinosità del pensiero.
Il vocabolario è sempre più povero, sempre più vicino alle cento parole necessarie allo straniero per vivere in una terra altra. Le abbreviazioni, le sigle, invece, sono sempre più ingegnose, e più infestanti. Ma questa è logorrea sterile, è la fretta della parola contrapposta alla pazienza della riflessione. Così come l’intrattenimento, nella sua degenerazione odierna che lo vede ormai privo di ambizione intellettuale, è fine a se stesso. Non produce cultura, se non quel ciarpame ossuto e senza polpa che qualche spiritosone chiama cultura di massa, ma che è in realtà omologazione al ribasso.
A guardare un bruco, si potrà pure speculare sul fatto che diventerà farfalla, ma intanto, davanti ai nostri occhi, bruco rimane.
21/04/11
Le domeniche che la caccia è chiusa, gli aficionado, gli irriducibili della doppietta, girano comunque con i pantaloni della mimetica, come non si rassegnassero alla chiusura della stagione venatoria. Per loro, cosa meglio del soft-air? Ne avevo sentito parlare la prima volta durante il praticantato giornalistico, perché un mio collega aveva fatto un servizio su questi tipi che la domenica si incontrano nei boschi per approntare una guerra simulata. Mi erano parsi tutti invasati. Un mio amico si sposa e aveva buttato là che gli sarebbe piaciuto organizzare un soft-air. Così, per l’addio al celibato, la mattina seguente ai festeggiamenti, dopo aver dormito in uno di questi agriturismi che offrono anche giocate di soft-air, ci siamo buttati nel bosco per questa guerra simulata. Tuta e cappello mimetici, maschera, fucile a pallini biodegradabili, scarponi da funghi. Nessuno cacciatore, tutti inadeguati, guidati dal proprietario dell’agriturismo, unico invasato, il Rambo de noantri. Ci spiegava strategie ovviamente disattese, mentre noi sparavamo per errore ai nostri compagni di squadra, riuscivamo a concentrare nei passi tutto il rumore del bosco, ci appisolavamo durante le sessioni di difesa della postazione. Divertente, per carità. Ma non credo che lo rifarei. Io odio la caccia.
19/04/11
Non ero mai stato in un sexy shop. Siamo andati con questo mio amico a cercare regali scemi per il mio socio musicale che si sposa. Il tipo dietro il bancone era esattamente come avrei immaginato un commesso da sexy shop. Bianco cadaverico, il viso assai butterato. Il collo, addirittura era butterato. Le classiche bolle di chi si fa troppe pippe e il colorito di chi passa le giornate in casa davanti a un pornazzo via l’altro. Ovviamente, ci ha presi per una coppia gay e provava a venderci ogni tipo di oggetti che, diceva, facevano proprio al nostro caso. Quando gli abbiamo chiesto un paio di manette ha cominciato, con entusiasmo, a parlarci di tutti i vantaggi dell’una rispetto all’altra. Descriveva le evoluzioni tecnologiche delle manette come un qualcosa di estremamente serio, ogni accorgimento in più su quei ferri da polso era la soluzione definitiva ai problemi dell’umanità. Intanto, continuava a parlarci di nuove diavolerie che ci avrebbero fatto impazzire di piacere. Non so se ero più imbarazzato o divertito. Alla fine ci ha regalato un paio di preservativi per uno. «Divertitevi stasera» ha ammiccato.
18/04/11
Appena finito di leggere il capolavoro di David Foster Wallace, quel tomo di milletrecento pagine intitolato Infinite Jest, mi sento un lettore prosciugato. Nel senso che il libro mi ha preso talmente tanto che quando è finito mi sono sentito come un tossico senza sostanza. Ho ricominciato a rileggerlo dall’inizio, per mettere a fuoco dei dettagli che sicuramente mi erano sfuggiti lungo il poderoso volume. E infatti era così. Ora dovrò sfogliarlo per una seconda passata chiarificatrice. Infinite Jest è un romanzo atipico, decostruito e poi ricostruito, strutturato in maniera inusuale, con una potenza descrittiva impareggiabile. Ogni capitolo è scritto con uno stile diverso, tanto che sembra opera di mani diverse, tutte abilissime. Me ne sono innamorato dopo poche pagine. È ambientato in un futuro prossimo che somiglia terribilmente al nostro presente, dove è apparso un film che costringe chi lo guarda a non desiderare altro che continuarne la visione all’infinito, fino alla morte. Una serie di personaggi assurdi cerca di recuperarne l’originale per motivi diversi. Non è forse un libro per tutti, perché molto impegnativo – ci sono circa duecento note che vanno lette assolutamente – e di una lunghezza che potrebbe scoraggiare molti, però, chi vuole scoprire uno scrittore fantastico e un romanzo inarrivabile deve leggerlo per forza.
16/04/11
Al Festival del Giornalismo di Perugia, ieri sera, ero all’incontro dove si ragionava sul progetto di una radio europea legata al servizio pubblico. Il direttore del giornale radio Rai Antonio Preziosi ha lanciato questa idea di un canale radiofonico multilingue che interessi i vari Paesi dell’Unione Europea. Una cosa diversa dal consorzio di radio europee Euranet, perché in questo caso sarebbe un progetto interamente pubblico. Mi è tornata in mente quella radio che qualche geniaccio scapestrato aveva ideato dalle nostre parti, diversi lustri fa, con trasmissioni solo in esperanto, quella lingua artificiale che voleva essere espressione di una democrazia linguistica e unire il mondo intero proteggendo gli idiomi più deboli e rendendo più semplice l’intercambio tra i popoli. È un peccato che la filosofia dietro la creazione dell’esperanto non abbia attecchito nei cuori delle istituzioni europee. Oggi, forse, anziché parlare di un canale radio multilingue, potevamo discutere di un progetto di radio pubblica europea in una sola lingua onnicomprensiva.
14/04/11
Sono passati esattamente quindici anni da quando una ragazzetta americana inventò il reality show. Posizionò una webcam sul computer e permise agli internauti che visitavano il suo sito di vedere ventiquattro ore su ventiquattro quello che faceva nella stanza del suo dormitorio. Spogliarelli compresi. Jennifer divenne una star del web, e poi anche nella vita reale. Le affidarono ruoli da attrice per qualche comparsata, da conduttrice di talk show, mentre il suo sito diventava sempre più cliccato. Milioni di visitatori giornalieri. Alla fine si stancò e scelse una vita normale, con grande delusione dei fan, che però, in questi anni, hanno trovato certo altri modi per sopperire a quella parentesi voyeuristica improvvisamente chiusa. Sono passati quindici anni. Siamo nell’era del Grande fratello. E un po’, senz’altro, è anche colpa di questa Jennifer.
13/04/11
Leggevo della querelle fra Vasco Rossi e Ligabue. Sai, quelle notizie estive, classiche da ombrellone. Il Blasco dice al collega/rivale che troppa polenta deve mangiare prima di essere al suo livello, perché dovrà prima scrivere quante canzoni ha scritto lui eccetera eccetera.
Ma è proprio qui che Vasco Rossi prende una cantonata. La quantità, in effetti, ha rovinato sia lui sia Ligabue. Potevano smettere quando ancora avevano la vena artistica, e invece si sono ridotti entrambi a copiare le proprie canzoni all’infinito, così che ormai le vecchie dalle nuove sono praticamente indistinguibili, un unico blob sonoro. Dei testi poi non ne parliamo. Sono diventati entrambi banali e ripetitivi. Si sente che non hanno più “messaggi” da far passare. Questa rincorsa alla quantità ha distrutto una qualità che in fondo all’inizio c’era, eccome.
Peccato sia tornato il freddo. Sarebbe stato bello, discuterne a profusione, unti di crema abbronzante, sotto l’ombrellone.
12/04/11
Mi pare che negli ultimi tempi la smorfia sia diventata corrispondente inflazionata della fotografia non artistica. Fateci caso. Con la pioggia di foto che invadono i social network, ormai i sorrisi e le pose da profilo migliore hanno lasciato campo alla smorfia, soprattutto alla linguaccia. Quest’overdose di foto porta gli innaturali ad avere album assai controversi. O ridono sempre, con lo stesso identico sorriso in qualsiasi situazione si trovino; oppure fanno di continuo linguacce, occhi strabuzzati, o ambedue le cose. Automi da fotografia. Parte il clic e anche se al momento dello scatto stavano parlando di massimi sistemi i loro muscoli facciali si comprimono in boccacce e ghigni estemporanei ma ben allenati, per poi distendersi nuovamente una volta che il bagliore del flash si è affievolito. Diventa come un tic, la smorfia da foto, anzi un riflesso, e poi non riesci più a farne a meno.
10/04/11
Ecco un esperimento sociologico che ognuno può provare ora che comincia la bella stagione. Il tema è: un fuoco da accendere per una grigliata notturna nel bosco; come si organizzano tre maschi? Dunque, se sono solo loro, lo fanno insieme, di comune accordo. Un gran bel fuoco dalla brace invitante, per rosolare ventresca, salsicce e bistecche. Se ci sono anche delle ragazze, e tre bracieri diversi, allora ne faranno uno per uno, rubandosi a vicenda la legna migliore, sprecando risorse, rischiando di non farne nemmeno uno buono. Sfido chiunque a dimostrare che non andrebbe esattamente così.
09/04/11
La rivista Wired ha lanciato un’iniziativa assai interessante. Ai sindaci dei Comuni che ne faranno richiesta, sarà portato il kit necessario per avere il Wi-fi - connessione internet senza fili - nella piazza del paese. L’azienda che si occuperà della parte operativa si chiama Unidata. Il progetto prevede che possano prenotarsi al massimo 150 Comuni. Finora, sono arrivate 200 richieste, di cui nessuna – almeno fino a qualche giorno fa – dall’Umbria. Un triste dato per la nostra regione. Le candidature restano aperte, perché non tutti i Comuni che hanno inviato la propria prenotazione possono usufruire del Wi-fi.
I sindaci devono mandare la richiesta all’indirizzo e-mail info@wired.it
08/04/11
A spasso con Zac, appena pranzo, stavo giusto considerando come la vegetazione, in questi giorni, non è che diventi più florida, ma proprio sembri scoppiare tutto d’un botto. Così, con l’occhio su un pezzo di prato, ho scorto una falena stupenda, a pancia in sotto, di quelle con gli occhi disegnati sulle ali e le antenne a pettine, che stava aggrappata su un ciuffo d’erba. Mi è sembrato strano vederla a quell’ora, perché le falene non si mostrano mai prima tardo pomeriggio se di sesso maschile o del crepuscolo se di sesso femminile.
Cercando poi su internet, ho visto che l’esemplare che avevo di fronte era una saturnia pavoniella, un tipo di falena che si trova tra febbraio e maggio. Era un maschio.
Un filo di vento ha inarcato il ciuffo d’erba e me la sono ritrovata a pancia all’aria, con il corpo tozzo e peloso in bella vista, le zampette che stringevano forte un singolo filo d’erba.
Non mi spiegavo perché non si muovesse nonostante mi fossi molto avvicinato. Credevo si stesse riposando, o avesse trovato del cibo, poi ho capito. Un pezzo d’ala era tagliato di netto. Non riusciva più a volare. Sembrava un mozzo aggrappato all’albero di una nave durante la tempesta, solo che l’albero era un sottile filo d’erba, in balia del vento e del peso della falena. Si capiva, dalla stretta delle zampette, che non l’avrebbe mollato.
Ho pensato che forse non voleva adagiarsi sul terreno. Se non poteva morire in volo, lo avrebbe fatto sospesa sopra il suolo.
07/04/11
Continuo a seguire, trepidante, le nuove avventure dello gnomo Domenico Scilipoti, l’uomo dal cognome che riempie la bocca, l’ex dipietrista passato ai gruppo dei cosiddetti “Responsabili”, ovvero le stampelle del governo Berlusconi. Avevo trovato spassoso il fatto che avesse pagato una manciata di cingalesi ed extracomunitari vari per organizzare una manifestazione in suo favore; avevo riso di gusto alla foto che lo ritrae mentre corre come un pazzo nell’aula di Montecitorio per arrivare al suo scranno in tempo per la votazione sul processo breve. Sono addirittura caduto dalla sedia nel leggere che il suo “Manifesto di responsabilità nazionale”, e cioè la linea guida del movimento di cui è segretario, è copiato parola per parola dal “Manifesto degli intellettuali fascisti” di Gentile del 1925. Non oso immaginare la sua prossima sortita, ma l’aspetto con trepidazione massima.
06/04/11
La mia settimana calcistica merita un post per quanto è stata pessima. Dunque, l’Inter ne ha prese tre nel derby e ha detto addio al campionato e dopo tre giorni ne ha prese cinque dallo Shalke e ha detto addio alla Champions. Il Venezia, precipitato in serie D, era a due soli punti dalla vetta, e quindi dalla promozione diretta in C, ma ha pareggiato in casa lo scontro diretto con la prima, il Treviso, per poi perdere col Rovigo, e dicendo così addio al possibile primo posto. L’Orvietana, che sembrava uscita dal pericolo play out ne ha perse tre di fila e ora rischia la retrocessione diretta. Ah, ho perso pure a calcetto, e male, senza segnare neanche un gol. Ma io, da buon sportivo, vedo il bicchiere mezzo pieno. Sì, di piscio.
05/04/11
Qualche tempo fa mi avevano segnalato questo personaggio che si chiama Spitty Cash, un rapper rumeno che prova a cantare in italiano con scarsi risultati. Il suo video “Difficoltà nel ghetto” era addirittura esilarante http://www.youtube.com/watch?v=8U5xR9_fWsc . Tutti lo sfottevano per quanto faceva schifo, ma intanto era cliccatissimo su Youtube e anche qualche media cominciava un po’ a interessarsene. Ieri volevo farmi due risate e ho cercato altro materiale suo. Immaginate il mio stupore quando mi sono imbattuto in questo nuovo singolo, “La bomba”: http://www.youtube.com/watch?v=Cm0Gp3vV7Uw . Spitty Cash, in pratica, aveva preso tutti per i fondelli. Non era rumeno, e non era una pippa, ma una trovata commerciale. Il dubbio ora è: una volta che ti comprometti così con un personaggio che tutti credono sia uno sfigato, basta dire che gli sfigati sono quelli che ci hanno creduto e produrre un buon singolo per sfruttare in positivo quella che era una fama negativa, o comunque sei sputtanato a vita? Staremo a vedere.
04/04/11
Arriva la primavera e con le rondini tornano anche, puntuali, i risultati taroccati delle partite di calcio. Uno pensa sempre alle serie maggiori – vedi Brescia-Bologna e Chievo-Samp – ma anche in quelle minori e nelle giovanili non si scherza. Parlavo ieri con l’allenatore di una squadra di quindicenni iscritta a un campionato regionale. Gli ho chiesto come era andata la partita quella mattina e lui, candidamente, mi ha risposto: «Persa, gliela abbiamo venduta. Loro dovevano salvarsi». Quando a fine torneo una squadra che si deve salvare o deve vincere qualcosa ne incontra una che ha già ottenuto il suo obiettivo o non può più raggiungerne alcuno, il risultato nove volte su dieci è segnato. Per questo non si può fare mai troppo affidamento sul calendario. Chi incontra le squadre meno motivate, anche se più forti sulla carta, ha maggiori chance di raggiungere il proprio obiettivo. Mi diceva questo allenatore del settore giovanile: «È sempre bene salvarsi, come noi, a qualche giornata dalla fine, così, oltre a non rischiare di farsi fregare con le partite truccate, puoi anche fare favori a Società che poi si sdebiteranno l’anno seguente». Chiaro, no?
03/04/11
Tu bruci il Corano per fare il figo e la gente muore. Decapitata. Capito, che genio? Facile fare il pastore dei gesti forti che brucia il Corano negli Stati Uniti, così, giusto per avere un paio di fedeli in più che vengono a sentire i tuoi sermoni. Questo Wayne Sapp lo avrebbe fatto anche in Afghanistan? C'è da dubitarne. Intanto, come per Calderoli con le magliette anti-islam, a rimetterci sono altri. Quella volta in LIbia avevano fuoco al consolato italiano, stavolta in Afghanistan i taliban hanno sgozzato un po' d'innocenti europei, così, per rappresaglia. Questa gente veramente non si rende conto di quello che fa. Come si dice, tutti froci col culo degli altri.
01/04/11
Al negozio di mio padre, stamane, era entrata una signora. Io ero fuori a rubare qualche raggio di sole quando lei è uscita e mi sono accorto che aveva un pesciolino attaccato nella schiena. All’inizio credevo fosse una orribile marca di giacchetti, poi ho capito che era uno di quelli che si attaccano sulla schiena il primo d’aprile. Anch’io da piccolo andavo pazzo per questa cosa. Ricordo che sulla mia enciclopedia preferita, Conoscere, che adoravo perché era piena di immagini, c’erano due pagine con tutti i disegni di pesce di mare. Io rifacevo i disegni del pesce martello, degli storioni, dei tonni e degli squali; li coloravo e poi li portavo a scuola, dove armato di scotch castigavo chiunque mi capitasse a tiro. Chissà perché, credevo che questa cosa dei pesci dietro la schiena si fosse estinta ovunque assieme al mio disinteresse. Oggi, appena tornato a casa, ho subito controllato la schiena. Tante volte le nuove leve mi avessero castigato.
31/03/11
Tornata la primavera, anche il sentiero lungo il fiume dove vado sempre a correre si è rianimato. C’erano i camminanti, c’erano le cornacchie, e i soliti cani. Solo mancava il cagnone che preferisco, un pastore maremmano che ho visto crescere giorno dopo giorno da quest’estate. Era un cuccioletto ad agosto e adesso è un colosso. Mi corre sempre incontro per farmi le feste quando mi vede, e se è rinchiuso si affaccia dalla rete per acchiappare due coccole al volo. Non era né dentro né fuori dal recinto. Correndo, ho visto sull’argine del fiume un gregge di pecore che brucava. Più lontano, in posizione di controllo, c’era un ammasso peloso un po’ diverso da loro. Era proprio il mio cagnone preferito. L’ho chiamato e ha volto lo sguardo, senza spostarsi. Era a lavoro. Stava di guardia alle pecore. Mi ha fatto una tenerezza infinita. Non è più un cucciolo. È diventato grande.
30/03/11
Quest’uomo, il marito di mia zia, le chiese la mano a settant’anni suonati. Ne aveva venti più di lei. Si sono concessi, nonostante l’età, ventidue anni di matrimonio. Era una persona di una moralità e di una correttezza unica. A novantaquattro anni decise di rinnovare la patente a Roma. Gli proposero di ricorrere a degli aiuti grazie ad amici, ma lui rifiutò. Voleva riuscirci da sé. Riuscì a rinnovare la patente, e il giorno stesso, arrivato a casa, lasciò le chiavi a mia zia dicendole che non avrebbe più guidato. Aveva vinto la sua sfida. Lo stesso fece con il fucile. Lui tirava al piattello da una vita, e nonostante l’età continuava a migliorare. Il giorno che raggiunse il suo massimo, a novant’anni suonati, ripose il fucile e non sparò più. Esistono ancora persone così? Certamente sì, ma mica tante.
29/03/11
Cioè, davvero non esiste il verbo perplimere? Eppure è perfetto. Sentite come suona bene: «Questa cosa mi perplime. Davvero, mi lascia alquanto perplesso». Voglio dire, se un termine suona così bene, ed è un termine mancante, perché non imbarcarlo subito nel dizionario? Ci infiliamo tutte queste parole inglesi, tutti questi vocaboli trendy – bunga-bunga è l’ultimo – e non ci mettiamo un termine necessario? Una cosa è dire: «Ciò mi rende perplesso» e un’altra è: «Ciò mi perplime». Anche l’essere perplessi merita un cazzo di verbo. Siete perplessi? Ok, allora non vi perplimo più.
28/03/11
Sul sito dell’Orvietana calcio, avevamo messo questo forum non filtrato, una specie di bacheca dove ognuno era libero di dire la sua. Si è rivelato un esperimento sociologico piuttosto interessante. Nato come uno spazio virtuale di confronto, è stato ben presto preso in ostaggio da giocatori trombati, ex allenatori col dente avvelenato, pseudo tifosi, criticoni, e soprattutto dagli agguerritissimi genitori dei calciatori delle giovanili.
In pratica, si è creato un vero e proprio tiro al piccione. Ogni settimana si trovavano le due/tre figure della società e della squadra da insultare, e come una macchina da guerra le categorie prima citate si fiondavano alla distruzione di tali persone. Tanta arroganza, infinita ignoranza, anche nel senso delle sgrammaticature e degli strafalcioni.
Tutto, ovviamente, senza che nessuno ci mettesse mai la faccia firmandosi.
Insomma, dopo neanche tre mesi abbiamo deciso di chiuderlo. Erano finiti i piccioni da impallinare.
27/03/11
La migliore bistecca fiorentina si mangia al Perseus di Firenze. Ce ne sono due, uno in centro, in via Don Giovanni Minzoni, e un altro a Fiesole. Stessa proprietà. Ero stato nel primo in passato; oggi nel secondo, a pranzo, in questa piazza bellissima. La fiorentina vera, si sa, non è che si può chiedere più o meno al sangue, perché ha un format standard. Quasi bruciata fuori, leggermente cotto lo strato sotto, e un cuore crudo e tenerissimo. In questo ristorante non puoi ordinare tagliate e bistecche come vuoi tu. I cuochi li fanno solo in un modo. Non tutti, però, se ne fanno una ragione.
Accanto al nostro tavolo c’erano due coppie. Entrambe erano rimaste inorridite dalla cottura al sangue. Non avevano letto bene il menù e non conoscevano il posto. Solo che una ha capito di essere in errore e ha ordinato dell’altro, mentre l’altra ha cominciato a far baccano per avere la tagliata ben cotta. I camerieri si sono rifiutati di dargliela. Il battibecco è durato a lungo mentre noi, estasiati, aggredivamo la madre di tutte le fiorentine. Sghignazzavamo all’idea del conto che gli avrebbero appioppato per quella scenata. Se la sono cavata con un quaranta a testa, che ci poteva stare. Noi, che con complimenti a pioggia, battute simil-spiritose, e applausi a scena aperta credevamo di aver captato abbastanza benevolenza per un uno sconto simpatia, abbiamo atteso con fiducia il nostro conto. Lo abbiamo spillato come al poker. In tre, centosessanta. Più di cinquanta a testa. Però, lo sconto ce lo hanno fatto. A sentir loro veniva centottanta.
26/03/11
Alfio Martini era un simpatico rompiballe. Ricordo che mi chiamava in continuazione, a qualsiasi ora, per aggiungere, togliere, specificare, abbellire, le sue dichiarazioni sull’Unitre di Terni. Al tempo, nel 2005, stavo scrivendo un libro sui trent’anni dell’istituto, una ricerca sociologica commissionata dalla mia relatrice per la tesi di laurea, la professoressa Federici. Il metodo di lavoro era quello delle “storie di vita”, e cioè raccogliere le esperienze delle persone che dal principio fino ad allora erano stati allievi dell’università della terza età Unitre di Terni. L’intervista a Martini era stata una cosa infinita, perché questo simpatico vecchietto, al tempo novantenne, aveva un’incredibile chiacchiera, e ci teneva tantissimo a far figurare tutto ciò che aveva fatto per l’associazione. Anche i miei genitori si erano abituati alle telefonate di Martini. Ricordo quanta commozione aveva provato quando a Terni avevamo presentato il libro. Mi telefonò ancora per un ringraziamento, poi non lo sentii più. Due anni fa, nell’Alto orvietano abbiamo fondato una Unitre. A casa mi arriva sempre il foglio mensile dell’associazione. Purtroppo, oggi, ho letto il “coccodrillo” su Alfio Martini e devo dire che mi ha toccato molto sapere che infine se ne sia andato, quel simpatico rompiballe.
25/03/11
Oggi che compie 88 anni, per la prima volta ho visto mia nonna nella sua trasposizione animalesca. Mentre mi raccontava che le due tartarughe del box nell’orto sotto casa hanno tirato fuori la testa dalla terra annunciando la fine del letargo, ne ha fatta l’imitazione. Cioè, altro che imitazione, quella era una riproduzione fedelissima, persino migliore della realtà. Non me ne ero mai accorto, ma il viso di mia nonna è davvero molto simile a quello di una tartaruga. E subito mi sono preoccupato, perché accanto a lei, seduta sulla sedia alla destra della sua, c’era la badante moldava che innegabilmente somiglia a un rapace. La fissava. Era uno sguardo affettuoso o famelico? I rapaci, si sa, sono ghiotti di tartarughe.
24/03/11
Li chiamiamo zingari o nomadi in accezione perlopiù negativa, o gitani quando vogliamo fare gli esotici, ma invece sono Rom, Sinti, Manouche, Camminanti. La popolazione romanì, così si chiamano in realtà gli “zingari”, è un mondo di mondi. Non lo sappiamo, ma i grandi circensi italiani come Orfei e Togni sono Sinti, e anche di Andrea Pirlo si dice che abbia origini Sinti. Crediamo erroneamente siano rumeni, mentre sono una comunità arrivata in Europa centinaia di anni fa dall’India. Li trattiamo come spazzatura, distruggiamo le loro case con gli sgomberi spesso solo per concedere terreni a speculazioni edilizie, cavalcando la paura dello “zingaro”. Mettiamo in giro leggende metropolitane sul fatto che rubino figli degli altri, quando non esiste un solo caso simile. La popolazione romanì, in realtà, è molto intrigante a livello umano e culturale. Hanno inventato la musica sullo stile del “gitano” Django Reihnard, sono abilissimi nel cucinare per molte persone. Ieri sono stato a un pranzo rom e devo dire che la loro cucina è deliziosa. Con la nostra associazione degli ex studenti della Scuola di giornalismo di Perugia avevamo organizzato a Roma questa conferenza “Newsrom, informare senza pregiudizi” proprio per “formare” in qualche modo i giornalisti su chi siano veramente gli “zingari” e su come si possa evitare che i giornali reiterino e acuiscano gli stereotipi su di loro.
A riprova di quanto la popolazione romanì sia invisa agli italiani, leggevo stamane della polemica a Castelnuovo di Porto alla periferia di Roma, dove si vogliono trasferire mille tra Rom e Sinti sgomberati dai campi romani nel centro di accoglienza per richiedenti asilo Cara. Il sindaco del paesino, che protesta insieme a una buona fetta della popolazione contro questo provvedimento, ha dichiarato: «No ai Rom, ma ai maghrebini diciamo sì».
22/03/11
Ma che fine ha fatto Second Life? Fino a qualche tempo fa sembrava essere il social network del futuro, quello destinato a durare di più. Si parlava di persone diventate milionarie, di star della musica che promuovevano album e organizzavano concerti con i propri avatar nel mondo virtuale. Sembrava proprio che questa moda fosse destinata a diffondersi in ogni dove. Io, personalmente, non conoscevo nessuno che si fosse iscritto, ma da quello che dicevano i media pareva proprio che fossimo noi quelli contro tendenza. E invece, mentre Facebook e Twitter impazzano, pare che ci sia stata una fuga alla spicciolata da Second Life, e che siano rimasti solo pochi aficionado. Che tristezza, immaginare quegli avatar trascurati, abbandonati all’ultima funzione affidatagli, ciondolanti in mezzo alla strada nell’attesa infruttuosa del loro "originale" che non torna più.
21/03/11
Sui Verdena. Avevo comprato il doppio cd Wow con grande entusiasmo, convinto fosse il capolavoro di una band che comunque ha già dimostrato di essere tra le migliori realtà rock italiane. Il cd è veramente figo, eppure mi ha deluso. Credo ci siano almeno sei canzoni di troppo, non necessarie e che secondo me stemperano un po' la bellezza delle altre. La musica è grandiosa, complessa, matura. Solo il cantante dei Verdena, un genio per altri versi, non riesce proprio a scrivere un testo decente. Qualcuno semi-azzeccato c'è, ma davvero poca roba, e per un gruppo che canta in italiano credo sia una pecca notevole. Era meglio l'inglese, se si finisce per non dire niente. Sabato sono venuti a Perugia e sono andato a vederli. L'inizio del concerto è stato davvero notevole, con il batterista che ha mostrato quanto sia migliorato in questi anni - erano almeno sette che non li vedevo più - e il muro di suono che sembrava compatto, granitico, come se la band, in certi frangenti, fosse diventata lei stessa la canzone eseguita al momento. Via via, però, i Verdena non sono riusciti a catturare il mio interesse. Non è stato, insomma, uno di quei concerti dove non riesci a staccare gli occhi dal palco e le orecchie dalla musica. Non hanno aiutato le lunghe pause tra una canzone e un'altra, e l'interazione minima con il pubblico. La scaletta, non eccelsa, un po' "dispersiva". Ripeto: grande band, ma per l'Olimpo gli manca ancora qualcosa.
18/03/11
Corsi e ricorsi storici, curiosi paralleli diacronici. C’è un filo sottile che lega la pochette verde di Bossi, la spilla arcobaleno di Fausto Bertinotti, e il distintivo partigiano di Palmiro Togliatti. Tre ornamenti che richiamano universi agli antipodi: di distacco sdegnoso dalla propria patria il primo, di pace il secondo, e di guerra, seppure di liberazione, il terzo. Ma una cosa in comune, questi ninnoli antitetici, pure ce l’hanno: sono chiamati ad assolvere il ruolo di panacea per i conflitti interiori di chi li indossa. Ne sa qualcosa Bossi, che si presenta alle celebrazioni per il 150esimo anniversario dell’unità d’Italia anche se predica la secessione. Ne sa qualcosa l’ex presidente della Camera, al quale una spilla arcobaleno sfoggiata e toccata di tanto in tanto durante la parata del 2 giugno di cinque anni fa aveva permesso al suo ego bino di presenziare alla manifestazione militare e al contempo lanciare un ponte ideale verso la piazza dove sfilavano le schiere di movimentisti a lui più affini. Ne sapeva qualcosa Palmiro Togliatti, che fino al giorno della sua morte non si peritò di appuntare all’occhiello della giacca il distintivo di partigiano del Corpo volontari della libertà. Per lo storico leader del partito comunista quella pecetta era il modo di rattoppare una rottura, di mascherare a se stesso il fallo di aver inteso la Resistenza come un avvenimento secondario e provvisorio, indispensabile ma al tempo stesso creatore di importuni e avventuristi, e di aver lasciato i lauri dell’intraprendenza patriottica ai vari Longo, Pajetta e Secchia, di certo inferiori a lui per carisma e ruolo all’interno del partito ma decisamente più pronti all’azione. Forse il simbolo ha aiutato Togliatti a sopperire a una mancanza vissuta come erronea, traducendosi in un rimpianto, in un tardivo mea culpa. O forse quel distintivo era solamente un inganno perpetrato nei confronti di se stesso ma anche degli altri. Chissà. Per l’ex sindacalista e movimentista che sedeva fino a qualche tempo fa sullo scranno più alto di Montecitorio la spilla è stata invece una scusa e un salvacondotto. Un cercare il tono per lenire il dissidio interno delle proprie contraddizioni. Un escamotage. Così come la pochette verde per Bossi. Ma può davvero un oggetto così minuto salvare l’anima di un politico?
17/03/11
Questi della Lega sono veramente curiosi. In questi giorni di festeggiamenti per il 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia ostentano a dismisura la loro anti-italianità. Solo cinque leghisti sono oggi in Parlamento per le celebrazioni. Il figlio di Bossi, in Regione, lascia l'aula e va al bar - a farsi un cornetto e un cappuccio coi soldi nostri -. Eppure, grazie a quell'aula grigia e sorda che tanto disprezzano, prendono un sacco di soldi e si creano piccoli imperi famigliari - grazie a commesse, favori vari - mostrando i lati peggiori di quello che vorrebbero combattere. Si sono imborghesiti, questi leghisti, e ormai, al di là dlela retorica, si aggrappano al potere come cozze allo scoglio. questa cosa della secessione, ormai, è senza senso. Forse la vuole la base, ma non i politici leghisti che con la politica nazionale rimpinguano i propri portafogli e omaggiano il proprio verde ergo. Il sindaco leghista di Varese Attilio Fontana è stato l'unico a indossare la fascia tricolore. Mosca bianca, nel sempre più pallido verde che la circonda.
15/03/11
Quando realizzi un servizio scrupoloso, dando voce a tutti i personaggi coinvolti, e nonostante tutto ti arrivano, da parte degli interessi in gioco o delle coscienze sporche diffide/minacce/annunci di querele, vuol dire che hai intaccato interessi e vuol dire che le persone coinvolte in questi interessi non dormono più sonni tanto tranquilli. Vuol dire, insomma, che hai fatto il tuo mestiere di giornalista. Quello che mi stupisce, è che di questa inchiesta su scempi architettonici e debiti non pagati che ho intitolato "Quel pasticciaccio brutto de' via del Conventaccio" non ho ancora scritto le parti più interessanti, ma solo antipasti. Lo farò un poco alla volta. E intanto, 'sti tizi, querelino pure. Ecco il link dell'articolo incriminato, uscito sia sull'online sia sul cartaceo di Primapagina: http://www.primapaginachiusi.it/argomenti_View.aspx?Articleid=856&ArgumentID=10&ContentType=jpg
14/03/11
Spesso il calcio è emblema dei nostri tempi, specie per quanto riguarda la politica. Pensavo a questa brutta abitudine dei calciatori del campionato italiano, roba recente, di protestare sempre e comunque, anche quando si ha torto marcio. Hanno fatto un’entrata killer che a momenti rompono una gamba all’avversario? Protestano con l’arbitro facendo la faccia da vittime incomprese. Sono in fuorigioco di dieci metri? Mandano affanculo il guardalinee. Si buttano in area come salmoni? Si disperano per non aver ottenuto un rigore ingiusto. Nella politica italiana accade più o meno lo stesso. La negazione dell’evidenza è pane quotidiano. Ormai è quasi un vezzo; si mente, si finge, si nasconde la mano che ha lanciato il sasso anche quando non sarebbe necessario. L’unica differenza col calcio, a ben guardare, è che in politica girano più gnocche che falli.
13/03/11
Mi hanno molto colpito le donne libanesi. Non ne avevo conosciute prima di ieri sera. Certo, due persone non fanno la totalità, ma intanto aiutano a farsi una prima idea. Ero ospite a questa cena libanese, cucinata da due donne che abitano a Roma, dove lavorano con la chiesa maronita della capitale. Nessuna delle due era “bella”, ma entrambe avevano uno sguardo ammaliante, magnetico, leggermente languido, con gli occhi dalle pupille dilatate e sognanti, come se vi avessero versato goccia a goccia del succo di belladonna, al modo delle signore del passato che volevano sembrare più attraenti. Da cuciniere si sono mostrate estremamente abili, e servizievoli come sarebbe stata una geisha – alla fine una ha insistito per sbucciarmi un’arancia servendomela poi su un piatto di porcellana con ogni spicchio diviso e adagiato su un pezzo di buccia identico, con in mezzo un gladiolo -. Nella conversazione ridevano sempre al momento giusto, stavano allo scherzo ma rispondevano a tono ai commenti fuori luogo, invitavano al riso e all’interscambio. Insomma, se la comandavano senza farlo pesare. Ho detto loro che mi avevano fatto un’ottima impressione, e che ero affascinato dalla cultura libanese. Una delle due mi ha detto: «Vuoi un consiglio? Sposati una ragazza libanese; passerai il resto della tua vita a ringraziare me e lei».
12/03/11
Quando il mio bassista ha detto che voleva fare le prove lo stesso, anche se la moglie “finiva il tempo” per il parto della seconda figlia proprio ieri sera, ero strasicuro che da Torre san Severo saremmo dovuti correre a Orvieto Scalo per portarla all’ospedale. È matematico. Certe cose, per accadere, aspettano solo tu faccia un passo falso. Quando sono passato a prenderlo, gli ho chiesto: «Sicuro che là ti prende il cellulare?». E lui: «Sì, certo». Strano, ho pensato, perché cambiando varie compagnie telefoniche, in dieci anni di Nonzeta il mio cellulare non ha mai segnato neanche una tacca di campo dalla sala prove. Abbiamo montato gli strumenti, lavorato su paio di nuove idee, e poi eravamo appena usciti per fumare al fresco quando è squillato il cellulare del mio bassista. «Ci siamo» ha detto. Lui era tranquillissimo. A me è preso il panico. Ho iniziato a smontare effetti, cavi, cavetti, chitarra e altro gettando tutto alla rinfusa. In auto prendevo i tornanti della strada di Bonviaggio a velocità incosciente, col terrore di arrivare quando fosse stato troppo tardi. Il mio bassista, calmissimo, mi diceva di guidare piano e io acceleravo; commentavo il cd dei Verdena che girava nello stereo senza veramente ascoltarlo; era un modo ingenuo di distrarre il mio bassista quando in realtà ero io quello in paranoia. Arrivati sotto casa mi ha salutato e gli ho detto: «Ma come, non ti serve una mano?». Ha risposto di no, che erano già arrivati la sorella della moglie con il fidanzato. Quando ha insistito perché andassi ho pensato che forse era un momento che voleva gestire da sé, e mi pareva anche giusto, però mi sentivo compresso tra il desiderio di dare una mano e la paura di invadere uno spazio privato. Quando sono partito mi sono accorto di avere pulsazioni impazzite. Non voglio neanche pensare come reagirei se mi trovassi a vivere la paternità in prima persona. Alla fine, la nostra Nonzetina non è arrivata. Dicono stasera. Ti aspettiamo Shaila.
11/03/11
Continua la maledizione dell’11. L’attacco alle torri gemelle, le dieci bombe nelle stazioni ferroviarie di Madrid, ora il terremoto in Giappone. Diversi giornali hanno posto l’accento sulla questione. Per inquietante coincidenza, alcune delle più terribili catastrofi della nostra epoca sono tutte avvenute l’11 dei rispettivi mesi. Cambiano i tempi, e forse sarebbe il caso di rivedere gli assunti legati alla fortuna o sfortuna che reca un determinato numero. E se il 13 si fosse trasformato in un numero fausto, e l’11 lo avesse rimpiazzato nell’opposto? O magari, in qualche vangelo apocrifo, si scoprirà che all’ultima cena non c’erano tredici commensali, ma undici. E allora questo, che è l'undicesimo anno d.d. (dopo il duemila) sarà necessariamente un anno di merda.
10/03/11
Arturo Brachetti al teatro Mancinelli di Orvieto. Non vado pazzo per questo tipo di spettacoli però sono andato per spirito di gruppo. Ho un paio di amici che amano fare giochetti di prestigio e ci tenevano un sacco a vedere il grande trasformista all’opera. Mi pare di capire che non li abbia delusi. Ha impressionato anche me. Coi suoi cambi d’abito a velocità così incredibile da essere quasi sospetta, mi ha fatto venire il dubbio che avesse un gemello o qualcuno che gli somigliasse molto e che si alternassero sul palco. Tipo sul film “The Prestige” per intenderci. Eravamo in alto, ordine quarto, così pensavo che prima o poi avrei visto spuntare un dettaglio di un altro corpo vicino al suo. Se c’era, è rimasto ben nascosto per tutta la durata dello spettacolo, e ogni suo movimento era studiato al millimetro. Bravo, bravo, e ancora bravo. Però a 55 anni quel ciuffo-antenna abbastanza ridicolo.
09/03/11
Hanno annusato la primavera e sono tornati, come ogni anno. Stamane mi hanno svegliato con il loro inconfondibile rattle rattle. A casa dei miei, a marzo, ricompaiono sempre questi uccelli, non identificati, che hanno fatto il nido nella cassa dell’avvolgibile. La notte fanno un gran baccano, i loro movimenti sembrano quelli di topi da soffitta, e la mattina trovo sempre sul davanzale della finestra i resti dei loro inzaccheranti pasti. Perché nessuno li sloggia? Perché a certe cose, anche se dànno un po’ fastidio, ci si affeziona.
07/03/11
Mi chiedevano del perché io non porti mai l’orologio. Ci ho pensato un po’ e alla fine, riavvolgendo il filo dei ricordi, ho capito. È tutta colpa di Roberta da Crema, il baffetto asmatico delle televendite. Ricordo che ai tempi delle medie, quando ancora portavo orologi e anzi ero appassionato degli Swatch, mi feci fregare dal suddetto. In una sua televendita offriva, alla modica cifra di novantanovemila lire, cinque Swatch molto belli, crono compreso. Feci l’ordine, pensando che un paio li avrei tenuti per me e il resto regalati ai parenti in occasione di compleanni. Dopo un mesetto, mi arrivarono ben sei orologi. Uno in più. Solo che avevano una lettera in meno. Si chiamavano Watch. Tre non funzionavano. Gli altri si sono rotti dopo poco. Avevano cinturini plasticati improbabili nei colori e nelle figurazioni. Il crono, poi, era un capolavoro. I vari quadranti c’erano tutti, ma erano disegnati. Da quel giorno ho detto addio agli orologi, e soprattutto alle televendite.
06/03/11
Con il caso Narducci, ho una specie di maledizione. Quando stavo alla scuola di giornalismo di Perugia, avevo fatto un servizio video insieme a due miei colleghi. Avevamo ripercorso tutti i luoghi della vicenda, parlando coi protagonisti di allora. Un servizio lungo, con riprese stupende di un operatore davvero in gamba. Purtroppo, però, non andò mai in onda, perché, ci fecero capire, erano arrivate pressioni perché rimanesse solo un esercizio di stile e non passasse sulla web tv. Non ci fu niente da fare. Al caso mi ero appassionato, avevo raccolto un sacco di materiale che avevo raccolto in diverse cartelle word. Quando il mio computer ha deciso di auto formattarsi, ho perso tutto il lavoro e tutte le foto. Anzi, le uniche foto che non ho recuperato erano proprio quelle. Una scrittrice americana, Nina Burleigh, che stava scrivendo a Perugia un instant book sul caso Meredith, mi aveva chiesto di passarle il lavoro che avevo fatto su Narducci. Guarda caso, anche le cose che avevo messo su un altro file per lei, sono andate perse con la formattazione del computer. Oggi ho trovato questa notizia sul caso Narducci http://www.corriere.it/cronache/11_marzo_06/mostro-firenze-giallo_582eb356-47c3-11e0-9c0b-cba0d8eea70e.shtml e ho deciso di mettere sul sito un servizio che avevo fatto un anno fa andando sul lago a raccogliere testimonianze. Eccolo: http://www.gabrielemartelloni.com/1_34_Caso-Narducci.html
05/03/11
C’è questo mio amico – il compagno di classe delle superiori che ogni volta che t’incontra propone una cena di classe – che ormai lo incontro solo, esclusivamente, con lo stesso amico. Girano appaiati, con ombrelli simili, facendo vasche del corso di Orvieto, parlando d’imperscrutabili argomenti. Mi chiedo sempre, con dolore, cosa accadrebbe se uno di loro si fidanzasse. L’altro proverebbe a ostacolare questa unione? Cercherebbe un nuovo amico da passeggio? Insomma, come occuperebbe i propri fine settimana se gli togliessero di punto in bianco il solito palinsesto? In gruppo queste cose le diluisci, ma quando sei in due, sempre e solo in due, come fai? Sarebbe una paranoia assoluta. Chissà se ci pensano. Chissà se se lo chiedono anche loro. Magari, passeggiando per il corso, l’uno guarda l’altro dicendo: “Va beh, dài, magari non si fidanzerà mai”.
04/03/11
«Era consenziente». Così si sono giustificati i carabinieri e il vigile urbano accusati di aver stuprato una ragazza madre mentre questa era in fermo per furto presso una caserma romana. Consenziente? Come fa una detenuta, a essere tale? Che razza di scusa è? E con che faccia tosta si può pensare di dirla? Va beh che nel Paese del bunga-bunga ormai ogni abuso sessuale sembra diventato una questione di punti di vista – Era minorenne? A me sembrava maggiorenne ed era consenziente – ma a tutto c’è un limite. Una persona che si trova detenuta, è soggetta al cosiddetto “metus” dell’autorità pubblica, e cioè il potere indubbio che questa esercita sulla persona agli arresti influenzandone gli atteggiamenti. L’ufficiale pubblico o l’incaricato di pubblico servizio non deve MAI approfittare del metus per costringere o sollecitare qualcuno a fare cose che non vorrebbe fare. Anche perché è reato. Si chiama CONCUSSIONE. E in questo caso anche STUPRO. Il fatto che questi pubblici ufficiali abbiano la faccia tosta di dichiarare, rispetto a una persona che in fin dei conti avevano in custodia, che “era consenziente” mentre abusavano di lei in una cucina di una caserma, è veramente deprimente, e ci dà il senso di come la corruzione dei costumi del potere abbia ormai contagiato, con la sua pretesa di autoassoluzione, anche la periferia di tale potere.
03/03/11
L’espressione dei vecchietti cui hanno scippato il format del proprio bar preferito è una cosa toccante. Voglio dire, metti un gruppo di anziani che da anni, decenni, frequentano lo stesso bar. Mura ingrigite dal fumo degli anni pre-Sirchia, mattonelle sbrecciate, tavolini tutti scritti, bariste invecchiate assieme a loro. Dico, togligli questo. Vedi un po’ quello che succede quando cambia gestione. La parola d’ordine è rinnovamento. Via le sedie di plastica scolorite e dentro divanetti rococò, la sala destinata alle carte che si riduce a un paio di tavoli. Al bar della stazione di Fabro guardavo questi vecchietti espropriati dalle loro storiche seggiole che provavano a tenersi in equilibrio su delle strane panche imbottite. Sembravano terribilmente a disagio, e infatti parlavano poco. Dove prima c’era una bisca, c’era solo un tavolo per il gioco, con i fortunati quattro che gli davano di tresette e gli altri tutt’intorno a guardarli mestamente.
Il loro bar è stato scippato. Chissà se si ambienteranno mai al suo grigio simulacro.
01/03/11
Le Poste di Fabro. Inferno dantesco, girone a caso. Le impiegate si sfidano a colpi di foulard. Stavolta vince la bionda col naso aquilino. Code interminabili, sfiancanti. Vecchiarelle accompagnate dai consorti. Se sono furbi, le aspettano in macchina, facendo finta di cercare un buon parcheggio. Se non lo sono, gli tocca entrare e mettersi in coda allo sportello mentre le mogli, sedute sugli sgabelli in fondo alla sala, li incitano e ne dirigono i movimenti. Una è particolarmente agguerrita. Dice al suo uomo: «Vai su quello libero, altrimenti ci si fionda quella» indicando una donna appena entrata. Le scorrettezze sono pane quotidiano. Le scuse per passarti avanti sempre più ben architettate. Dopo mezz’ora di fila arrivo allo sportello. L’impiegata con il foulard perdente inserisce la mia multa nel sistema e quello gliela risputa. «Mi dispiace, mi sa che adesso non funziona. Ripassi o aspetti?» chiede. Io odio le Poste di Fabro.