Blog gen-feb 2011

 

Mi Passa Per la Testa (simil-blog)


28/02/11

crocsIl confine tra la genialità imprenditoriale e la deficienza che monetizza l’orrore è spesso labile. Pensavo a chi si è inventato il costume di carnevale per bambini dello zio di Sarah Scazzi. Con l’esposizione mediatica del caso, questa cosa grottesca esce un po’ dalla demenza personale, sembra più un volo verso quella di massa. Una paraculata insomma, per quanto di cattivo gusto. Come dire: «Io sono genio, vendo ai coglioni». Spero che il mercato dimostri che il coglione è lui ma ne dubito.
L’altra storia è quella del latte materno come gelato. A Londra, un gelataio si è inventato il Baby Gaga, gelato al sapore di latte materno. Le autorità cittadine l’hanno già bloccato per motivi sanitari, ma intanto per quanto la cosa fosse grottesca, ha attecchito, dandogli un sacco di pubblicità. Anche qui sorvolo sul cattivo gusto, ma sono più portato a vedere il genio che la deficienza.
E poi, certo, rimane il più grande mistero dell’imprenditoria moderna. Come cazzo hanno fatto a fare soldi con le crocs? Quello è senz’altro l’orrore meglio monetizzato dei nostri tempi.

27/02/11

I peggiori sono quelli che fanno volontariato ma in realtà ci lucrano sopra. Si travestono da benefattori per farsi invece gli affari propri. Dalle piccole cose. Stamane ero a prendere il caffè quando arrivano i tipi della Misericordia. Si abbuffano di cornetti e dolciumi, poi, con aria complice, chiedono alla barista di mettere in conto della Misericordia. Lei invece chiede, giustamente, il contante, e loro ci restano malissimo. Appena andati via, i vari avventori hanno cominciato a raccontare i vizietti di questa banda. Vanno nei bar e si fanno fare scontrini gonfiati per i rimborsi o tentano di non pagare. Vanno all’alimentari, si comprano le cose per il pranzo, e anche lì fanno la spesa per il pranzo ma ci fanno scappare anche qualcosa per sé. Non che siano tutti così, ovvio, però quelli che ci sono bastano a far perdere di credibilità l’intero ambaradan. 

26/02/11

Racconto un episodio raccontatomi dalla persona cui sto scrivendo la biografia. Ci fa capire come i tempi non cambino affatto i comportamenti del nostro premier. Legge Mammì. Parliamo del 1990. Berlusconi non era ancora in politica, ma di affari coi politici ne faceva tanti. A piazza Navona, aveva la sua base. Da lui c’era il finanziere italiano che stava per portare a compimento la scalata alla Metro Goldwyn Mayer. Chiedeva l’aiuto di Berlusconi, che gli avrebbe dovuto anticipare i soldi dei diritti dei film prodotti dalla MGM, che il Cavaliere avrebbe poi passato sulle sue televisioni e nelle sale cinematografiche comprate dallo stesso finanziere.
Con Berlusconi, quel giorno, c’erano i fedeli Letta e Confalonieri. Ogni tanto, qualcuno si avvicina a Berlusconi e gli fa: «A questo quanto?» E lui dice ora cinquanta, ora trenta, ora sessanta. Il finanziere gli chiede il significato di ciò e Berlusconi risponde che quel giorno, in Parlamento, c’è la votazione sulla Legge Mammì, che lascerà intatto il potere nei media del suo impero. Su un tavolo in una sala accanto, ci sono uno sbotto di buste. Sono le tangenti che Berlusconi paga per corrompere i vari deputati. Qualche giorno fa, il finanziere che sto “biografando” incontra Confalonieri e gli racconta che mi ha parlato di questa cosa. Lui gli dice: «Sei matto?», ma poi aggiusta anche il ricordo del finanziere. Le buste infatti, non erano solo da cinquanta e sessanta milioni, ma arrivavano fino a duecento.
E poi ci stupiamo, oggi, se uno Scilipoti qualunque tiene in piedi il governo di centrodestra nonostante sia stato eletto nell’Italia dei Valori? Nella politica di oggi, purtroppo, tutto ha un prezzo.


25/02/11

La preparazione, spesso, vale molto più della messa in scena. Anzi, sovente è proprio la prima a rendere necessaria la seconda. Il fine della preparazione, specie se questa corrisponde a una tensione verso il perfetto, è la preparazione stessa. C’era una bella frase di Czeslaw Milosz che rende bene l’idea: «S’impara a prevedere un incendio con la massima precisione, poi si brucia la casa per realizzare la previsione».
Cerchiamo di diventare così bravi da saper prevedere con esattezza un fenomeno, esibiamo questa nostra preparazione e al contempo ci rendiamo conto, inevitabilmente, che il passo successivo sarà il tentativo di realizzare il risultato della nostra bravura, anche se ciò ci sfavorisce. Abbiamo previsto l’incendio, ora bisogna farlo accadere.
Quando una cosa è fatta, insomma, poi va usata. Vedi la bomba atomica, e simili diavolerie. Per realizzare la previsione, bruciamo la casa.

23/02/11

Siamo un popolo di dietrologi. Il mio batterista è il numero uno: se gli indichi una nuvola lui ci vede una scia chimica, in ogni cosa vede solo apparenza che maschera il complotto di fondo; lui è un'esagerazione del caso, ma più o meno, comunque, la dietrologia è pane quotidiano di tutti noi. Alimenta le chiacchiere da bar o da salotto, rende più affascinante e complicata una realtà spesso banale e assai semplice da leggere.
Ieri ho assistito a una chicca della dietrologia. Roba sfiziosa. Parlavo con alcuni amici di quanto insulsa e priva di senso fosse la canzone di Al Bano, chiedendomi, altresì, perché mai avesse scelto il nome di Amanda, associato alla parola "libera", per il suo personaggio fittizio, quando era chiaro che il pensiero di ognuno sarebbe subito corso alla Knox in carcere per l’omicidio di Meredith. Uno dei miei amici, qui, ha avuto un tocco di classe di dietrologia. Ha detto che, visto che Al Bano è pugliese, probabilmente è amico del padre di Raffaele Sollecito - il ragazzo in carcere per il delitto di Meredith -, e quindi ha scritto questo testo perché le parole “Amanda” e “libera” messe insieme suggestionassero l’opinione pubblica. Capito, che complottista? Viva la dietrologia.

22/02/11

Che vergogna, pensare che quel beduino che in questo momento sta massacrando migliaia di civili nel suo paese, gettando bombe sulla miseria diventata rabbia e poi ribellione, ha parcheggiato la sua ridicola tenda nei nostri parchi, è stato ricevuto con tutti gli onori di Stato, ha imposto i suoi modi di dittatore a casa nostra, perché i nostri politici glielo hanno lasciato fare. Che rabbia, vedere che il nostro Paese è l’ultimo a condannare una simile strage. Il nostro premier, a questo beduino sanguinario, faceva il baciamano, chiedendo consigli per rendere più sfiziose le sue “serate distensive” e magari pure qualche contratto personale per provvigioni che col bene pubblico hanno poco a che fare. Sono proprio degni l’uno dell’altro, questi due. Li vedo bene, ambedue, su un aereo con destinazione Hammamet. A svernare insieme. Raccontandosi storie dei propri harem e di quanto non siano stati capiti dai propri popoli. Che idilliaca visione.

20/02/11

Ogni giorno che passa, Berlusconi assomiglia sempre più a una delle tre costanti nella vita una persona: lo zio scemo. Le altre due sono, in ordine: la zia che a Natale regala sempre i maglioni di pail – chissà se si scrive così – e il vecchio compagno che ogni volta che t’incontra ti propone una cena di classe che non si farà mai. Berlusconi è il vero zio scemo. Quello che ai matrimoni alza il gomito e comincia a raccontare barzellette trite, a cantare stonando, e a fare – appunto – lo scemo. A volte, tale zio, se esageratamente “carico”, può anche allungare le mani sul sedere della nipote (di Mubarak, chiaro).

19/02/11

Il letargo è una condizione molto affascinante. Annulla completamente la dimensione del tempo. Un animale si addormenta, e si risveglia dopo sei mesi senza rendersi conto del tempo perso. Non invecchia, intanto. Tutto si arresta. La bestia ritrova tutto come ha lasciato. Anche i pensieri in sospeso? Vai a saperlo. Stanno studiando il letargo degli orsi per capire se gli uomini potrebbero fare altrettanto. Agli astronauti, dicono, potrebbe essere utile. E a noi? Beh, pure. Metti che a uno non piacessero, per dire, gli inverni. Potrebbe andare in letargo a novembre e svegliarsi a marzo. Sarebbe perfetto. Sarebbe una vita estiva, no? E magari ci scapperebbe pure di vivere il doppio – anche se in prospettiva il tempo è lo stesso -, e vedere un po’ che combineranno i nostri posteri. Intrigante. Impossibile il letargo umano? Vorrà dire che allora, chi non ama gli inverni, se ne andrà placidamente a vivere in Africa.

18/02/11

Il fatto che un male possa colpirti da un giorno all’altro, così, e stenderti nel giro di pochi mesi senza che tu possa fare niente mi sconcerta. Mi fa rabbia. La vita può essere proprio una gran bastarda. Voglio dire, possibile che uno possa morire così, senza nemmeno la speranza di averla vinta? Senza nemmeno l’illusione di farcela con la lotta? Non vedevo questo ragazzo da giugno, da quando avevamo fatto la cena della fine del praticantato alla scuola di giornalismo di Perugia. Lui era un nostro cameraman. Un coetaneo. Un amico. Ieri mi dicono che è morto per un linfoma. Non riuscivo a crederci. Neanche sapevo fosse malato. È successo tutto in pochissimi mesi. Oggi lo vedo nella bara, completamente diverso da come me lo ricordavo. Invecchiato di almeno trent’anni. Senza vita. È una cosa tremenda. Certe volte la vita è davvero una gran bastarda.

17/02/11

Berlusca e RubyLeggevo che Berlusconi avrebbe dato a Ruby, in pochi mesi, la bellezza di 187 mila euro. Cercavo di confrontare questo dato con altri fornitemi da persone che hanno fatto affari in passato con il premier senza prendere mai una lira. Ho visto con i miei occhi, per esempio, una fattura di 80mila euro non pagata dal Berlusca al commercialista che ha seguito la pratica per la cessione del Milan da Parretti a lui. Anche il finanziere orvietano, a quanto dice lui, in quella vicenda non è riuscito a prendere nemmeno un euro. Berlusconi non ha mai pagato né rispettato gli accordi. Tempo fa avevo un rapporto epistolare con un carcerato siciliano che si trovava a Orvieto, Pietro. Mi scrisse, un giorno, che il Berlusca, ai tempi della Standa, era andato nel suo paesino a fare scorta di arance. Voleva solo il meglio per i suoi magazzini. Solo che, dopo essersi fatto spedire diversi raccolti, non ha mai pagato. Così me la ha raccontata, e confrontando con la storia del Milan non mi stupisce più di tanto. A quanto pare, insomma, Berlusconi è un tirchio, spilorcio fino all’osso, e i soldi, a volontà li spende solo ed esclusivamente per la gnocca.

16/02/11

La legge di Murphy è senz’latro quella che legge meglio la realtà. Prendiamo la giornata di ieri. Visti i due giorni di sole, oltre al cane decido di lavare anche la macchina. Stamane mi sveglio e piove. Guarda caso, il mio cane è innamorato e nonostante sia tornato lindo e bianchissimo da meno di un giorno, quando esco di casa lo trovo col muso tra le inferriate del cancello ad annusare cagnette sotto il diluvio. Impreco. L’auto, ovviamente, dopo una mattinata sotto la solita pioggia più insozzante che ripulente fa nuovamente schifo. Hai sempre ragione, Murphy. Ecco perché ti odio.

15/02/11

A volte ti trovi in compagnia di due persone. Una di queste ti parla a profusione, rendendo la propria presenza una specie di totem della situazione. L’altra parla meno, ma distribuisce meglio le parole, capisce quando anche tu hai intenzione di scambiarne, ti sorprende con frasi tempestive. Alla fine quella che ha più parlato penserà di averti meglio impressionato. E invece, se di lei non ti rimarrà che il vago ricordo di un informe chiacchiericcio, capirai che con l’altra c’è stato uno scambio vero, non oppresso dalle troppe parole, qualcosa che varrà senz’altro la pena approfondire appena possibile.

14/02/11

Pesciolino con testa a cervelloDa quando ho letto che i pesci rossi hanno un magazzino mnemonico di pochi secondi, dopo di che tutto si riavvia, appena posso li osservo con attenzione. Oggi avevo portato a lavare Zac da una mia amica che ha un negozio di animali e intanto ficcanasavo nell’acquario dei pesci rossi, per decifrare dai loro spostamenti se davvero fossero un branco di smemorati allo sbaraglio. C’era in vasca, solitario perché diverso, un pesciolino nero con una strana testa, come se il avesse il cervello di fuori. Aveva anche una bizzarra bocca all’ingiù, come fosse molto triste. Mi dispiaceva per la sua solitudine. La mia amica mi ha spiegato che è un tipo di pese rosso – anche se è nero, bah -. Alla fine, non ho capito se i pesci rossi hanno una memoria così breve. All’inizio, suggestionato, ci avevo creduto. Poi sono rimasto dubbioso. Però un po’, empaticamente, ci spero. Altrimenti sai che palle tutto il giorno nell’acquario

13/02/11

Dopo oggi, al Curi di Perugia ho tifato per quattro squadre diverse. Per l’Inter, la prima volta che ci sono andato, uno sciapo 0-0 con gol annullato a Djorkaeff. Per il Venezia – la mia seconda squadra -, quando perdemmo 2-0 col Perugia e poi retrocedemmo. Per il Perugia tante volte, sia in campionato sia nella coppa Uefa, ai tempi d’oro di Cosmi. Per l’Orvietana, oggi, nella partita persa contro il Perugia. Rare vittorie. Più, l’onta del 5 maggio, quando pensavo di festeggiare la salvezza del Perugia contro la Fiorentina - l’orecchio alla radio per festeggiare lo scudetto dell’Inter – e invece.... Come è andata, poi, si sa. Sì, devo ammettere che io sono un po’ un Depretis del tifo, ma il Curi per me non è proprio uno stadio fortunato.

11/02/11

Un giorno palindromo, che bello. Di quelli che si leggono allo stesso modo da entrambi i lati: 11/02/11. Come il nome Anna, o Ada. O come la frase "Poter essere pelato totale per essere top". In molti, vedono superstizione nella data palindroma. Io li amo, invece, e mi sarebbe piaciuto chiamrmi Otto, e di cognome Oddo, come il giocatore del Milan - glissiamo sulla squadra. Avere paura dei palindromi però è normale. Stefano Bartezzaghi ha dato anche un nome geniale a questa paura: "aibofobia" 

10/02/11

Ora questi statisti europei, Merkel in Germania e Cameron in Inghilterra, parlano del fallimento del multiculturalismo. Sembrano quasi dare la colpa di ciò all’impossibilità stessa di certe culture di coesistere. La colpa vera, in realtà, non è delle persone in sé o delle differenze fra le culture, ma della politica, che non sa mettere basi per l’uguaglianza e rende impossibile un intreccio positivo delle differenze. Il multiculturalismo si deve basare intanto sull’accettazione da parte dello straniero di valori comuni. Se in uno Stato l’infibulazione non è giustamente ammessa, chi vuole vivere in quello Stato deve necessariamente rinunciare a praticarla. E così via. Ci devono essere valori insindacabili, insomma, altrimenti il multiculturalismo sarebbe solo un approccio relativista. E poi non si possono ghettizzare gli stranieri che intendono vivere nel nostro Paese o rendergli impossibile l’accesso al lavoro o una certa progressione del benessere grazie al lavoro stesso. Se non c’è presupposto all’uguaglianza, le culture non riusciranno mai a scambiarsi il meglio, ma anzi troveranno troppo facilmente lo scontro. Capito, Merkel e Cameron?

09/02/11

I nomi seguono sempre le epoche. Se uno si chiama Benito, o Palmiro, è ovvio ricondurre la sua nascita al periodo di massimo appeal dei due storici antagonisti politici. Oggi non ci sono bambini che si chiamano così. Barbara, per esempio, è un nome che spopola tra le ragazze nate negli anni d’oro della Bouchet; e i vari J.R. – scritto nei modi più assurdi – è la condanna di quei bambini, oggi adulti, i cui genitori sono cresciuti a pane e Dallas. Il mio bassista, giorni fa, mi dice che vuole chiamare la figlia Noemi. Gli faccio notare che ormai, quel nome, per quanto delizioso, rievoca la “pupilla” di Berlusconi. Sarebbe come chiamarla Ruby, gli ho detto, che per Berlusconi è invece il “culo”, come lei stessa ha fatto notare. Insomma, ieri sera mi dice: «Ci ho pensato e non la chiamo più Noemi, meglio un nome dolce e “pulito”: Sara». Poteva immaginare, dico io, che stamane, accanto al nome di Ruby, a caratteri cubitali, ci fosse anche quello della soubrette Sara Tommasi, altra concubina del premier?!

08/02/11

Leggevo sulla rivista Wired che questo è un mondo a portata di insetti. Per ogni chilo di massa umana ce ne sono duecento di massa d’insetto. Uno studioso affermava che per risolvere i problemi alimentari del mondo era necessario nel lungo termine, e preferibile nel qui e ora, cominciare a formulare ricette con a base gli insetti, come del resto già fanno in molte culture. Pare ce ne siano molti di inutili, come del resto avevo ampiamente sospettato. Sfido chiunque a trovarmi una utilità della cimice nella catena alimentare o in qualunque altro aspetto della vita. È un insetto, come molti altri, assolutamente superfluo. Bisognerebbe imparare un modo per cucinarlo, magari lo guarderemmo con occhio diverso. Magari ha davvero ragione quello studioso. Non lo escludo, però che schifo.

07/02/11

Jeremy Wade e il piranha africanoA volte, la realtà è davvero più incredibile della finzione. Da piccolo, il mio cartone animato preferito era Sampei. I pomeriggi che mio nonno mi portava a pesca con lui erano per me il massimo, così, in Sampei, un po’ mi identificavo. Un ragazzino con la passione per la pesca. Solo che mentre io mi accontentavo di qualche barbo o lasca, Sampei catturava con la lenza i pesci più mostruosi ed enormi. Quello però era un cartone animato. Jeremy Wade, invece, queste creature da film dell’orrore le pesca per davvero. Pesci texani col muso da coccodrillo, pesci simili ai piranha ma di due metri che i coccodrilli li assaltano, storioni bianchi di sei metri, pesci gatti indiani affamati di carne umana. Ha informatori sparsi per il globo che lo avvertono di eventuali strani casi avvenuti nei fiumi. Lui organizza spedizioni dove raccoglie tutti i dati possibili. Poi si mette a caccia, anzi a pesca. Cattura i “mostri”, poi libera dopo averli filmati con la telecamera. Capito, ‘sto Sampei Wade?





 05/02/11

Full of Life di John FanteJohn Fante è di gran lunga il mio scrittore preferito. Ogni tanto mi concedo scappatelle, flirto con altri autori, leggo un libro e mi convinco che sia il più bello mai scritto, sì, lo ammetto, lo faccio. Poi, però, torno sempre da lui. Ogni volta che ho un suo libro tra le mani, sono assolutamente certo che lui rimarrà sempre e comunque il mio scrittore preferito. Humour; dialoghi possenti; descrizioni snelle ma complete, mai pedanti; personaggi indimenticabili e soprattutto reali, scrittura di classe ma non leziosa. Il suo più bel libro rimane “La confraternita dell’uva” che consiglio vivamente, ma anche questo “Full of life” che ho appena terminato è superbo. È il racconto della sua prima paternità. Parla di come fra futuro padre e futura madre saltino tutti gli equilibri e se ne venga a formare uno nuovo, spiazzante ma altrettanto vero. E poi, se c’è di mezzo Nick Fante, il più grande muratore della California, arrivato a casa del figlio per risolvere un problema di termiti che stanno distruggendo casa, beh, allora le trovate comiche e spassose si susseguono senza sosta. Questo romanzo, Fante lo scrive al solito in prima persona, ma stavolta usando il suo vero nome. È l’unico libro dove non prende quello del suo avatar Arturo Bandini. L’unica cosa che mi dispiace è che era l’unico libro di Fante che mi mancava da leggere. E lui, di certo, non può scriverne più.

04/02/11

Due sono le cose su cui non ti puoi MAI permettere di scherzare e soprattutto di fare lo sbruffoncello: la salute e le ruote della macchina. Se putacaso un giorno ti fai scappare che non hai mai bucato, puoi anche tenere il cric a portata di mano perché è certo che questo accadrà alla prima occasione utile. Lo stesso vale per la febbre. Mai dire che non ti viene da uno sbotto. L’altra sera, a cena, si parlava giusto dell’influenza che gira, e questa mia amica che lavora all’asilo diceva che no, non aveva fatto il vaccino, tanto a forza da lavorare coi bambini aveva anticorpi grossi come gatti soriani. Beh, è tornata a casa prima che servissimo il secondo. Influenza. Nella stessa sera, sapendo perfettamente che non avrei mai dovuto dirlo, mi sono lasciato scappare che sono un paio d’anni che non mi ammalo. Risultato? Ieri sera mi è venuta l’influenza. Certe cose si sanno. Ma non si imparano mai veramente.

03/02/11

Se si potesse raccogliere, con un registratore nascosto, le canzoni inventate dalla gente che fischietta, secondo me verrebbe fuori una collezione stupenda. Brani che partono come uno già sentito e poi si perdono in complicate evoluzioni fischianti, altri che puntano sull’originalità a costo di risultare poco accattivanti, fischi sperimentali. Sarebbe bello, un giorno, incontrarci tutti, noi irriducibili fischiettari, in un posto e metterci in cerchio, fischiando uno dietro la canzone dell’altro, cominciando da dove il vicino ha smesso, per creare un'unica grande sinfonia. Sarebbe bello, sì.

02/02/11

Voglio provare a fare l’indovino. Uso la storia della giovane morta nel perugino come pretesto. Dunque, secondo me l’amica ha mentito su tutta la linea. Non è vero che stavano tornando a casa, perché erano vicino a Casa Del Diavolo, e quella sera c’era una serata al Red Zone, dove sarebbero poi andate a divertirsi. Non è vero che l’amica non sappia perché la ragazza morta, Elisa, sia partita con la sua macchina. Avevano appena causato un incidente, potevano arrivare gli sbirri, e avrebbero potuto trovarle ubriache o peggio ancora. C’era il rischio di dire addio alla patente. La ragazza, poi, doveva partire, perché prima, al bar mentre parlavano con dei maghrebini, stavano contrattando di prendere della droga per farsi poi la serata al Red Zone. Mentre l’amica faceva la constatazione amichevole con la macchina dell’incidente, la ragazza morta, Elisa, era partita per andare a prendere la droga. È stata violentata? Non è da escludere. Per quanto le conosci, non sai mai con che persone hai a che fare quando tratti eroina e simili. Sbaglierò, ma per arrivare alla verità, in questa brutta storia, bisogna torchiare un po’ di più l’amica della ragazza uccisa.

31/01/11

Fu Elsa Morante a dire che si vive perché ci sono da fare? Mi pare. Comunque sia, è un'espressione che mi piace, perché dà centralità alla persona e a come si muove nella vita. Ci sono cose da fare, quindi vanno fatte. Mi garba questa consequenzialità del fare. E' come se ognuno, con le sue piccole azioni, edificasse un qualcosa che contruibuisce a rubare spazio al disordine. E poi mi piace anche l'altro detto, quello che dice: "Quel che oggi non è fatto, domani è da fare".

30/01/11

Ogni volta che passo là davanti perdo la stazione radio. Dalle casse, in quel tratto di A1 tra Orvieto e Fabro che chiamiamo “Ritorto” esce solo un frusciare sommesso. Curioso, perché si dice sia un luogo maledetto. Per altre ragioni, ovvio. Si dice che una donna sia morta in abito da sposa, uccisa dallo scontro della sua auto con un camion. Oggi, nello stesso punto, c’è una stazione di servizio, solo con bagni e uno spazio per dormire, ma senza autogrill o pompe di benzina. La storia che gira è che ai camionisti, in certe notti, appaia il fantasma di questa donna. Guarda caso, in pochissimi si fermano là a dormire. È una storia piuttosto conosciuta. Ricordo che con il mio giornale, Primapagina, facemmo un servizio per capire quanto fosse diffusa tra i camionisti e praticamente fu un en plein. Certi dicono che sia una voce messa in giro da quelli dell’autogrill di Fabro, che volevano far fermare i camionisti più avanti, nella loro area di servizio. Se sono stati loro, è stata una strategia che ha pagato, pare. Oppure è davvero un luogo infestato. E quando la mia radio crecchia, come stasera al ritorno dalle prove, non c’entrano niente le montagne e la scarsa ricezione del segnale, è tutta colpa del soprannaturale. A me piace pensare che lo sia.

29/01/11

Mentre nel mondo arabo sono in atto sconvolgimenti politici di portata storica, che coinvolgono il nostro Paese MOLTO da vicino, considerato che sono tutti Stati dirimpettai del nostro, il nostro ministro degli Esteri, l'ineffabile Frattini, cosa fa? E' in Africa per cercare di capire la situazione? Sta aiutando gli italiani che hanno imprese nei Paesi arabi a superare la transizione? Sta collaborando con i partner stranieri per recitare una parte attiva nella suddetta crisi? Macché. L'unico Stato straniero con il qale intrattiene relazioni diplomatiche è Santa Lucia, da cui arrivano documenti così fondamentali per l'Italia e gli italiani da costringerlo ad andare in Senato a fare il pm sulla vicenda della casa monegasca di An, quella dove abitava il cognato di Fini. Frattini ha capito che quello è il vero tema caldo della diplomaqzia italiana e ci teneva proprio a dire in Parlamento che fonti del governo di Santa Lucia gli hanno garantito che Tulliani è il vero proprietario della casa di Montecarlo. Siamo davvero alle comiche finali.

28/01/11

Leggevo stamane di questi immigrati che, aiutati dalla CGIL, stanno intentando una vera e propria class action contro il ministero degli Interni che lascia le pratiche della loro cittadinanza a marcire ben oltre i limiti consentiti, che sarebbero due anni. Per loro, è l'unico modo di ottenere, forse, ciò che gli spetta di diritto. Leggo poi, giusto una pagina indietro, di questa Marystelle Polanco, habitué dei festini di Arcore e concubina del premier, che grazie a una telefonata al prefetto di Milano da parte della presidenza del Consiglio ha ottenuto subito la cittadinenza, e questo in concomitanza con l'arresto del fidanzato della suddetta per possesso di 12 chili di cocaina, di cui tre a casa della stessa Polanco. Ora, un immigrato che lavora ed è in regola con tutto non ottiene la cittadinanza nemmeno entro i termini, ma per una che fa sesso col premier e nasconde cocaina nella casa che lo stesso premier le paga - nell'oramai famoso complesso dell'Olgettina - tutto è molto più facile. Come diceva Battiato: "Povera patria".

26/01/11

Guardavo oggi queste signore con la sporta piena che si aggiravano per il paese e pensavo che questa dell’addio ai sacchetti di plastica è cosa buona e giusta. Ecologica, certo, ma anche esteticamente apprezzabile. A me, la sporta piace. Quella di tela coi due grossi manici, quella con le ruote sotto che la porti come un trolley, quella di cotone. Il bianco sacchetto di plastica, un simile appeal se lo sogna. E poi, di certo, essendo perlopiù un accessorio femminile, presto verrà elevata alla stregua di una borsa, e ogni massaia vorrà averla più bella delle altre. I produttori cominceranno a ingegnarsi per crearne di accattivanti per le giovani, più sobrie e pratiche per le anziane, distinte per le signore. O forse già è così?

25/01/11

 Non capita spesso di leggere una storia e di trovarsi incondizionatamente dalla parte dell’assassino. Nel libro “Colpo di vento”, scritto da questo impressionante avvocato penalista tedesco, Ferdinand Von Schirach, al suo esordio letterario, non si può fare altrimenti. Un marito vessato per una vita che nella vecchiaia uccide la moglie con un’ascia; una sorella che uccide l’amato fratello dopo che un incidente lo ha reso sofferente, pazzo, e depravato; un giovane immigrato che uccide la ragazza perché scopre d’essere tradito quotidianamente. Una decina di casi simili, tutti tratti dalla cronaca e in particolare dal lavoro dell’autore, che di spunti simili ne offre a bizzeffe. Una scrittura scorrevole e suggestiva. Un libro intrigante, anche per ragionare sul confine fra male necessario e male gratuito, e sul fatto che ognuno, anche la persona più rispettabile del mondo, in un certo contesto di sofferenza e di degrado insostenibile può trasformarsi in un efferato assassino.

24/01/11

All’inizio non ci eravamo riconosciuti. Ci siamo trovati al bancone con amici in comune ma non avevamo realizzato di aver accanto un ex collega. Sono passati cinque anni, ma siamo cambiati entrambi. Ci è voluto un po’ prima che ci riconoscessimo. Per qualche mese, saltuariamente, avevamo lavorato insieme in un agriturismo nel fabrese. Abbiamo subito ricordato di un matrimonio pazzesco. Il gestore dell’agriturismo, per risparmiare, aveva preso solo noi due a fare i camerieri. I tavoli erano venti. Gli invitati cento. E poi ci pagava come un servizio normale, anche se eravamo lì dalla mattina presto ad aiutare in cucina e il pranzo sarebbe andato aventi fino a tardi. Ricordo che non avevamo finito di portare le caraffe del vino a tutti i tavoli che già certi ci chiamavano per riempirle di nuovo. Solo che avevamo finito le caraffe. Un incubo. In realtà i tavoli dovevano essere solo d’appoggio perché il pranzo era quasi tutto a buffet, ma anche così non riuscivamo proprio a stare dietro alle richieste di tutti. Ricordo però che ci divertimmo molto. C’erano molti ragazzi, alcuni amici nostri, ed erano tutti ubriachissimi. A metà pranzo molti giravano già mezzi nudi dopo il bagno in piscina. Al bagno c’era un viavai sospetto. C’era questa ragazza romana dal vestito rosso che entrava e usciva di continuo, sempre con un maschio diverso, e uscendo tirava su col naso. A un certo punto era sparita. Non si vedeva più da un po’. Il suo ex ragazzo, del mio paese, anche lui al matrimonio, a un certo punto ci venne a chiedere una scopa. Gliela demmo, pensando volesse pulire un danno. In realtà svitò il sotto e partì col manico. La sua ex stava in macchina con il suo nuovo amante, un amico del ragazzo con la scopa, e stavano facendo sesso. Lui li aveva beccati e aveva cercato vendetta. Gli aveva aperto la portiera e aveva picchiato l’amico con il manico della scopa fino a piegarlo. Poi si era infilato in macchina e l’aveva guidata giù in un piccolo fosso, danneggiandola molto. La ragazza strillava, lui pure, e tutti gli invitati si godevano la scena, più divertiti che altro. La sposa rideva. Fu un matrimonio piuttosto insolito. Cui fornimmo un servizio pessimo. Questo, ci siamo raccontati con il mio ex collega.

23/01/11
 
In Nuova Zelanda una donna ha subìto un ictus a causa di un succhiotto. La suzione le ha provocato un livido all’interno dell’arteria; il coagulo è andato nel cuore e la donna è rimasta semiparalizzata. Un ictus per un succhiotto? I berlusconiani di ferro, dopo il Ruby-gate, sono in pre-allerta. Bossi: “E perché, io che l’ho beccato per due pasticche di Viagra e un tiro di coca con Luisa Corna che dovrei dire?”


22/01/11

Il tempo passa, i vizi restano. Racconterò una breve storia sulla villa di Arcore, di venticinque anni fa. Questa persona, che chiamerò M., e suo marito G., si trovano in compagnia di Carlo Bernasconi, famoso manager e produttore cinematografico, legato a Berlusconi e anche all’allora convivente Veronica Lario, con la quale condivideva in quel periodo una ditta di acque minerali. La storia me l’hanno raccontata M. e G., che quel giorno ospitavano a pranzo Bernasconi.
Il manager, a un certo punto, riceve una telefonata dalla moglie, un’insegnante ben lontana dallo star system. Gli dice che ha preparato le valigie per lui, perché quando torna a casa si troverà subito sbattuto fuori. Il motivo? Non vuole essere sposata a un uomo che frequenta il “troiume” di Arcore.
Era il 1986.

21/01/11

Il sito www.pandora.com è un modo eccezionale di conoscere nuova musica. È una radio che tu programmi dando un input, ovvero il titolo di una canzone o il nome di un gruppo che ami, e lei lancia una serie di canzoni della band che hai scelto e di altre simili. In Italia non sarebbe possibile ascoltarla, ma basta scaricare gratis il programma Hotspot shield su http://hotspotshield.com/ ed avviarlo prima di digitare l’url di Pandora. Oggi, dopo aver digitato “Sea Wolf”, ho trovato molte band interessanti come “The loveley sparrows”, “The dimes”, “Cribs” e altri. Il settanta per cento della musica nuova che ascolto viene tutta da questo sito. Davvero una bella invenzione.

20/01/11

Sequestro droga a OrvietoLa precisione con cui i poliziotti e i carabinieri mettono sulle loro scrivanie la refurtiva recuperata ha un che di autistico. Guardavo questa foto scattata dai gendarmi orvietani in occasione di un recente sequestro. Sembra un elogio del simmetrico. I telefonini disposti bene al centro, con lo smartphone in mezzo e i più scrausi al lato, le banconote a ventaglio intorno, suddivise per taglio. Il bilancino dietro, con sopra i sacchetti di coca e davanti il recipiente dove sono stati trovati, aperto. Ai lati, due buste, una per parte. L’impianto è sempre lo stesso. Cambiano i dettagli, qualche licenza artistica del pulotto di turno. Quando arriva il fotografo o il cameraman tutto deve essere così disposto, e non importa quanto sporco sia quel denaro e se quella droga abbia causato morti. Passata di mano, la refurtiva è di colpo ripulita, trova dimensione nell’ordine, si fa quasi opera d’arte. Bah.

19/01/11

È un periodo che sono molto più tollerante con quelli dei call center. A volte mi sorprendo di me stesso. Ascolto le loro ragioni, intavolo conversazioni, mi congedo in cordiali saluti. Fino a poco tempo fa usavo il metodo “sbuffa, ringrazia, saluta, riattacca”. Oggi, affinché Elia di Infostrada non ci rimanesse male, ho dovuto giustificarmi dicendogli che non potevo fare un altro contratto telefonico perché ne ho fatto uno con un amico – verità - e sono disposto a rimetterci pure qualche euro pur di fargli un piacere. Deluso, Elia ha capito. Ricordo che una volta, una tizia di Telecom a cui avevo sbattuto la cornetta in faccia dopo la terza chiamata in due giorni, mi richiamò per dirmi che ero un cafone. Dovrebbe vedere adesso! Forse, mi dico, questa mio nuovo modo di fare dipende dal fatto che alcuni miei amici lavorino ai call center. La cosa mi ha un po’ distolto dall’idea del call center come luogo impersonale. Ha stimolato la mia empatia. Anche se alla tipa  di Telecom che chiama da chissà quale Paese dell’Europa dell’Est, con una voce che sembra venire dall’oltretomba, che non mi fa capire nemmeno una parola, e che riesce sempre a far squillare il telefono mentre sto uscendo per il caffè, quella no, mi dispiace ma la mia empatia se la scorda.

18/01/11

Francesco NutiSto scrivendo la biografia di questo personaggio che conosce molto bene l’ambiente del cinema. Ogni tanto, mentre mi racconta la sua vita, butta là qualche aneddoto su alcune celebrità. Mi diceva, la settimana scorsa, di Francesco Nuti, del suo incidente che gli ha causato prima il coma e poi danni fisici e neurologici di grave entità. Mi diceva come in realtà fosse stata la ex compagna, con cui ha avuto una figlia, a farlo cadere.
Per fare un po’ di audience in prima serata, Barbara D’Urso ha portato Francesco Nuti a “Stasera che sera” su Canale 5. Lo ha esposto con un primissimo piano alle telecamere che inquadravano questa sua invalidità così evidente e dissonante rispetto al Nuti brillante, simpatico, e vero toscanaccio che con i suoi film aveva fatto la storia del cinema italiano. Il regista-attore-cantante non ha detto una parola, piangeva e basta, e in studio c’era la sua ex compagna – oggi fidanzata con un altro da cui ha avuto un altro figlio – che lo guardava con occhi da cerbiatta compassionevole. Una scena patetica e tremenda, lesiva senz’altro della dignità di Francesco Nuti. Se poi questo personaggio che mi ha raccontato la “vera” storia dell’incidente avesse ragione, e quella donna fosse davvero la causa dell’invalidità di Nuti, che tra l’altro ha poi abbandonato per un altro, sarebbe l’ennesima beffa offerta da questa televisione del dolore, del pianto e della falsa pietà che se ne frega della dignità altrui e pensa solo a fare audience.

17/01/11

I film di Clint Eastwood sono sempre tristi, e piuttosto lenti, però a livello qualitativo impeccabili. Questo Hereafter non fa eccezione. Il regista tratta un tema delicato, controverso, e affascinante: l’aldilà. Quante volte abbiamo sentito dire che molte persone ritornano da esperienze di quasi morte raccontando la stessa identica visione? Questa, per alcuni, altro non è che l’aldilà. Un luogo che esiste tra il livello mentale e quello fisico. Clint Eastwood parte da questo per costruire un racconto non banale e stranamente a lieto fine, sebbene i drammi non manchino lungo gli sviluppi della trama. Comunque interessante. Senz’altro godibile. Utile per passare un paio d’ore, ma anche per riflettere su un tema che, volenti o nolenti, interessa a tutti noi.

16/01/11

Assaggiare la vittoria, quando hai maggiore dimestichezza con la sconfitta, è una sensazione a dir poco esaltante. Se poi avviene in un’annata sciagurata come questa che stiamo vivendo con l’Orvietana, con tanti punti persi per strada, una partita su due finita con un uomo in meno se non un paio, arbitraggi sempre ostili, tifoseria poco partecipe, insomma, in un’annata così, le poche vittorie che arrivano hanno un sapore davvero unico. Noi che seguiamo sempre la squadra, anche in trasferta, e che siamo abituati a fare tanti chilometri e a tornare senza punti, oggi che andavamo a Todi per il derby, contro una squadra che in casa aveva sempre vinto e pareggiato una volta, eravamo certi di prenderne una cesta. Di solito ci consoliamo con un buon pranzo – alla fine scriveremo una guida turistica suoi migliori ristoranti della serie D – e così era stato anche oggi. Non pensavamo, però, di trovare un’Orvietana super. Tre pappine ai cugini di Todi, e stavolta, anche se come al solito abbiamo finito in dieci contro undici, abbiamo portato a casa i tre punti. È finita tre a due per noi. Per il resto, solito pomeriggio domenicale all’aroma di caffè Borghetti, ma con un retrogusto decisamente più dolce.

15/01/11

E così, inizia da stasera la girandola dei trent’anni. Stefano è il primo, a me toccherà a maggio. Fino a qualche tempo fa non credevo m’importasse molto, e invece mi accorgo di come, ultimamente, mi attacchi con le unghie e i denti ai miei ventinove. Non cambia niente, ovvio, ma quel trenta mi fa sentire un po’ “vecchio”, sebbene certi miei amici vadano ormai per i quaranta e per me restino sempre giovani e giovanili.
A me piace darmi scadenze. Soprattutto dal punto di vista artistico e professionale. Così, per mettermi alla prova. A venticinque anni avevo detto che per i trenta avrei voluto pubblicare il mio primo romanzo e diventare giornalista professionista. Fin qui, ci siamo. E per i trentacinque? Di sicuro vorrei scrivere altri due romanzi e registrare almeno un paio di cd tra Nonzeta e Nidi di Ragno. Trovare una buona redazione dove fare il giornalista, certo, ma quello purtroppo non dipende solo da me. E per il resto niente programmi o scadenze. Spero solo che siano anni intensi e pieni di vita come quelli appena trascorsi.

14/01/11

ZeitounMetti che la tua città subisca un gigantesco allagamento. Che i tuoi concittadini sfollino altrove, che l’esercito prenda in mano a modo suo la situazione. Metti che tu rimanga per controllare le tue proprietà dallo sciacallaggio e per aiutare dove serva. Metti che tu sia un uomo buono. Hai una canoa con la quale giri per la città allagata e salvi persone intrappolate e dai da mangiare a cani abbandonati. Hai degli amici che sono rimasti e con i quali condividi “l’avventura”. Metti che tu sia un cittadino americano di origine siriana dopo l’11 settembre. Metti che senza una ragione ti arrestino in questa città lacera e sconvolta da un’apocalissi inattesa e ti credano un terrorista nonostante tu sia un lavoratore conosciuto e affermato. Questa è l’incredibile storia – reale – di Zeitoun, cittadino di New Orleans all’indomani dell’uragano Katrina. La racconta Dave Eggers, grande scrittore di romanzi e di opere di non fiction. Il libro s’intitola “Zeitoun”. Per certi versi è sconvolgente. Alla fine, la domanda che mi ha tormentato, come un assillo, era: «Come è potuta succedere una cosa simile in America?».

12/01/11

La redazione della Nazione di Arezzo è l’esempio lampante di quanto sia difficile oggi, per un giornalista, trovare lavoro nella carta stampata. Oggi sono passato a salutare i miei ex colleghi che non vedevo da un anno. Ovviamente, i redattori erano sempre gli stessi. Ma non da dodici mesi, da venticinque anni. Di nove redattori fissi, sette andavano a scuola insieme e sono entrati in redazione praticamente nello stesso momento. Da allora, niente è cambiato. Qualche ragazzo riesce a prendere il posto di corrispondenti bolliti che da mezzo secolo mandano i loro articoli dai comuni della provincia. Per due lire, s’intende. Ed è già un miracolo. La speranza per questi ragazzi di entrare in redazione è prossima allo zero. L’ultimo che è entrato negli ultimi vent’anni è il figlio dell’ex direttore. E questo dice tutto. Non è solo la Nazione di Arezzo. È così un po’ dappertutto. Sulla carta stampata in particolare, ma anche nel giornalismo televisivo e radiofonico. Uno che voglia davvero fare questo mestiere, e che non è figlio di ex direttori, deve allora specializzarsi e diventare professionista, sperando che basti. Finora, detto da uno che questo percorso lo ha fatto, non mi pare proprio.

11/01/11

Nell’attesa del Qualcuno, scrutiamo intorno in cerca di tracce del suo avvento. Se ne troviamo ci accostiamo sempre un po’ di più, fingendo disinteresse e prossimità casuale. Se invece queste tracce non riusciamo a trovarle, allora scatta il piano B, quello veramente operativo, quello che richiama le nostre attitudini ancestrali di cacciatori. In pratica, disseminiamo lo spazio comune di trappole dove il nostro Qualcuno potrebbe casomai cadere. Prepariamo le esche, mettiamo un tappeto di foglie a coprire le buche fonde delle trappole, e poi rimaniamo pazienti ad aspettare la caduta. Mai abbandonare la postazione. Perché poi dobbiamo essere i primi a intervenire per rialzare il nostro povero Qualcuno caduto. Pronti, si capisce, a goderci il ringraziamento.

10/01/11

Gazza ladraQuesti sono anni di gazze. Strano, come questi uccelli abbiano superato di numero, in poco tempo, anche le cugine cornacchie, che da queste parti spadroneggiavano. Ora no, le gazze non hanno rivali. Ricordo quanto fossero rare, quando ero piccolo. Giravano storie sulla loro insaziabile avidità di preziosi, e quindi se ne vedevo una nascondevo subito i miei “tesori”, non necessariamente roba di valore “in sé”, ma roba di valore “per me”. Credevo che le gazze rubassero a ognuno ciò a cui più teneva. Con una filosofia del genere, oggi starei fresco! Sì, perché le gazze sono ovunque. Piluccano cibo sulle strade, sciamano dalle fronde degli alberi dopo aver depredato nidi, gironzolano per i giardini in cerca di tesori metallici. Pochi giorni fa ne ho trovate due sulla ringhiera del terrazzo. E poi non conoscono stagioni. Ne vedo in primavera e in inverno, in estate e in autunno. Devo ammettere che lo trovo affascinante, come uccello. Alcuni lo reputano un pennuto del malaugurio. Altri dicono sia estremamente intelligente, e che come pochissime altre specie si riconosca allo specchio. Di sicuro, è una creatura che solletica la fantasia umana.

09/01/11

Drown di Junot DiazJunot Diaz è un grande scrittore. Spirito giornalistico e penna di poeta. Ho letto, in lingua originale, il suo primo romanzo “La breve favolosa vita di Oscar Wao”, e l’ho trovato assolutamente stupendo, e adesso ho finito “Drown”, una raccolta di racconti brevi che è in pratica il suo esordio letterario. Storie, quelle di Drown, perlopiù autobiografiche, dell’infanzia vissuta nella repubblica domenicana. Non è al livello del romanzo, ma è una lettura stimolante e piacevolissima, che consiglio senz’altro a chi non sapesse come spendere nove euro e novanta.

08/01/11

È tornata di moda la parola “comunista”. Per lungo tempo non l’avevo più sentita in bocca alla gente comune, ne abusava solo il Caimano per le sue sparate populiste preelettorali, ora invece sembra essere tornata, come decenni fa, il cavallo di battaglia di chi vota a destra. La propaganda, alla fine, è riuscita nell’intento.
Giovedì sera ero al bar di un mio amico, a guardare la partita. Nella sala, oltre a noi, c’era solo il puttaniere di cui ho parlato in un recente blog insieme a un anziano signore azzimato. Il loro argomento clou, oltre alle mignotte, erano proprio gli odiati comunisti. Diceva il puttaniere: «Se in galera ci fossero le mignotte, invece degli ergastolani che te lo mettono in culo, ucciderei il primo comunista che incontrerei». La cosa che mi ha colpito è che nel fare l’elenco delle potenziali vittime orvietane, parlavano di gente che magari sarà pure di sinistra, ma che tutto si può dire tranne che sia comunista. Anche i finiani non riscuotevano le simpatie di questo simpatico duo. Oramai, in quegli ambienti, la parola è diventata un equivalente di “traditori”.
Ieri stavo facendo l’aperitivo con il mio “socio” musicale quando è arrivato una nostra comune conoscenza. Una persona simpatica, molto disponibile, ma intollerante nei confronti degli immigrati e peggio ancora con quelli che chiama “comunisti”. «Li odio» ripeteva riferendosi a quest’ultimi. «Sono sporchi». «Farei una carneficina». Anche lui, parlava di comuni conoscenze notoriamente di sinistra definendoli “comunisti”. Alla fine gli è venuto un dubbio e mi ha chiesto: «Gabrié, sarai mica comunista?». Parafrasando il film di Verdone, gli ho mostrato il pugno, poi l’altro, dicendo «Io non so’ comunista così, ma così». Era molto deluso. Si vedeva che sperava fosse uno scherzo, ma proprio non se ne capacitava. Mi ha detto: «Vabbé, a te non dico niente, giusto perché ti voglio bene».


07/01/11

il calcio ai tempi del Commodore64Stasera guardavo, nel bar dove suonavo, ragazzi che giocavano con la Wii o come diavolo si scrive. Ho pensato che per me il tempo dei videogiochi si è fermato con il Commodore 64, quello che per caricare un gioco dovevi aspettare che il nastro della cassetta arrivasse al punto. Ci poteva volere un pomeriggio. E magari il gioco era una stronzata, oppure non andava. E allora avevi solo perso tempo. Però era figo. Per quei tempi certi giochi erano veramente il top. Ricordo che poi arrivarono le cartucce, molto più pratiche, si applicavano direttamente sulla tastiera.
Ah, ho provato anche il Sega, dove ho giocato solo ad Alex Kidd, quello in omaggio con la consolle, e poi basta. Per me i videogiochi sono finiti là. Mi sono perso tutte le evoluzioni. E ora mi trovo questa Wii che mi incute un certo timore, mi fa sentire inadeguato, la guardo con sospetto, proprio come guardavo al tempo la Play station. E poi, diciamocelo, già mi secca che mi venga la tendinite per giocare al tennis vero, se me la facessi venire per giocare alla Wii mi sentirei proprio un pirla.

06/01/11

Perché scrivo? Per lo stesso motivo per il quale faccio musica. Perché un giorno senza fare qualcosa di creativo, che sia scrivere una strofa di una canzone, un giro di chitarra, un ipotetico dialogo tra due personaggi fittizi, il canovaccio di una storia, o un intero racconto, è per me un giorno insopportabile. Poi nella vita ci sono anche altre cose, chiaro, e si passano belle giornate anche facendo altro; ma alla fine del dì, se manca quello, resta una specie di senso di colpa che non si scolla più di dosso, come una bava appiccicosa. Se c’è, invece, tutto acquista senso. L’urgenza creativa è per me un bisogno primario, come lo sfamarsi e il dissetarsi. Ecco perché scrivo.

05/01/11

Nella “superbacheca” del Pdl su Facebook campeggiava ieri un appello a boicottare i prodotti brasiliani come rivalsa sulla mancata estradizione di Battisti. L’ho trovato a dir poco contradditorio. A giugno, Berlusconi – che mi risulta ancora essere il padrone, più che il punto di riferimento, del Pdl – era andato in Brasile con al seguito una sessantina di imprenditori italiani, a mercanteggiare e a siglare accordi per un giro di10 miliardi di euro. E dunque il Pdl proporrebbe ora di cancellare tutto ciò? Sconfessando la “bontà” del proprio operato? Suvvia. E poi Berlusconi non lo farebbe mai. Mica per i rapporti commerciali, figuriamoci, ma perché si dovrebbero boicottare anche quelle sei lap-dancer che a giugno si erano esibite privatamente per lui nella capitale brasiliana. Magari sperava di invitarle, tra qualche tempo, in Italia per il prossimo bunga-bunga.

04/01/11

Una delle attrazioni di questa stagione invernale di Umbriajazz è stato il giovane pianista cubano Alfredo Rodriguez. È stato anche l’unico concerto che sono riuscito a vedere. Per un’ora e mezzo ci ha intrattenuti con lunghe e toccanti sessioni di solo pianoforte, alternando tempi e ritmiche, mostrando tutta la sua classe e concedendo ben tre bis all’applauso che rincorreva ogni sua uscita di scena. Le luci erano bassissime, il silenzio doveva essere totale per riuscire ad apprezzare le sue sfumature musicali. Sì, se non fossimo stati in Italia e tra un pubblico di cafoni.
Quella dei cellulari è ormai una condanna abituale: interrompono spettacoli teatrali, conferenze, e persino funerali. Anche al concerto di Rodriguez non si sono fatti attendere. E poi c’era questa signora che s’era portata l’infante. Ma dico io, proprio a un concerto di quel tipo, dove il silenzio è d’obbligo? Quello non la smetteva più di frignare, facendo imbestialire gli spettatori e deconcentrando il musicista. La migliore, comunque, era questa extralarge in una fila centrale, che incoraggiata da musica e luci soffuse, si era messa a dormire con la testa piegata all’indietro, russando come un fumatore incallito col naso tappato. Il resto del pubblico rumoreggiava, qualcuno ridacchiava, ma nessuno dei suoi vicini si degnava di svegliarla. Pudore? Sadismo? Mah.
Si svegliava in genere alla fine delle canzoni, destata dagli applausi ai quali si univa con grande entusiasmo. Ignara che intorno era diventata famosa quasi quanto Rodriguez, insignita dell’appellativo di “Quella che russa”.

03/01/11

Io non sono credente. Per dirla alla Rubinstein, non credo in dio ma in qualcosa di molto più grande. Sono fra quelli per cui l’unica trascendenza è l’avvenire, come diceva Camus. Soffro a stento la chiesa come istituzione. Ne considero ridicole le liturgie. Mi indignano le sue irrisolte contraddizioni. Evito di andare, a meno che non sia proprio necessario, come per i matrimoni di parenti e amici o i funerali. Ieri era una di queste occasioni; il funerale della madre di un mio amico. Trovare in chiesa i soliti “professionisti della messa”, quelli che si fanno tutti i funerali per non perdersi una funzione religiosa e che magari non conoscono neanche il compianto, mi aveva già mandato in bestia. Poi, quando mi sono accorto che il funerale era un pretesto per fare messa, raccogliere offerte, infilare predicozzi, non ci ho visto più. Non una parola sulla persona morta, se non quelle previste dalla liturgia. Non un ricordo di lei, niente di niente. Un funerale impersonale. Quello che nessuno vorrebbe. Un addio sbrigativo e condito dalle stesse identiche parole destinate a tutti quelli che ti hanno preceduto nel trapasso. Elsa, come tutti del resto, meriterebbero molto più di questo.

 

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