Blog Sett-Dic 2010

Mi Passa Per la Testa (simil-blog)

30/12/10

La condanna della vita paesana è che hai scelta zero nell’accedere ai vari servizi della contingenza. Per esempio, il carrozziere. Un anno fa ho avuto un brutto incidente con la macchina nuova. Il tizio che me l’aveva venduta è anche carrozziere, così l’avevo riportata da lui. Mi aveva detto che avrei atteso venti giorni. Ho rivisto la macchina dopo sei mesi. Sconto ritardo? Macché, alla fine il conto era pure più salato. Quando era arrivato il momento di prendere l’auto, scopro che nel frattempo il tipo ha perso la targa, così devo fare denuncia e rotture burocratiche varie. Lavorando, mi ha anche scollegato i fili delle casse, così gliela riporto, e lui, aprendo la portiera, mi rompe la maniglia. Per un mese passo in officina perché me la aggiusti, ma il pezzo di ricambio non arriva. Lascio perdere. Oggi, dopo altri due mesi, sono tornato per farmela aggiustare. Mia madre mi ha detto: «Come minimo l’ha persa». Io, ottimista, le ho risposto «Dài, visti i precedenti ci sarà stato più che attento». E invece l’aveva persa davvero, e ora mi tocca aspettare altre due settimane. O forse, più probabilmente, non è mai arrivata.

29/12/10

Orvieto è sempre bella, ma in questi giorni è davvero stupenda. Trovo magica l’atmosfera di Umbria Jazz sulla Rupe. Già ieri, quando i furgoni cominciavano a scaricare casse, luci, e amplificazioni, prendeva bene. Negli anni passati mi era capitato di fare questo lavoro, e anche se è un modo un po’ laterale di vivere l’evento, comunque non mi dispiaceva, anzi. Da spettatore, si capisce, è senz’altro meglio. Oggi cominciano i concerti. Vorrei vedere, in questi giorni, i Quinto Rigo e un pianista cubano che ho ascoltato su youtube e che non sembra affatto male.
L’unica cosa che non accetto di Umbria Jazz è l’ipocrisia di chi amministra la città, di un sindaco pianista che fa la guerra a noi musicisti orvietani tutto l’anno, che scrive i regolamenti sulla musica sotto dettatura del famigerato comitato antirumore, che mentre gli artisti jazz riempiono la città di note vorrebbe farci suonare senza amplificazione. Alla fine suoneremo amplificati e con la batteria, perché certe ipocrisie sono inaccettabili e vanno combattute. Tanto in questi giorni il comitato antirumore non verrà certo a romperci le scatole. Saranno tutti troppo impegnati, sindaco compreso, a godersi i concerti ben amplificati di Umbria jazz.

28/12/10

Sono un po’ infastidito di dover scrivere due volte in un mese di Belpietro, ma come esimersi, dopo l’editoriale di ieri su “Libero” dal titolo “Su Fini iniziano a circolare strane storie”? Che il direttore, anzi ora co-editore di un giornale, scriva un editoriale diffamante basandosi su dubbie fonti che lui stesso ammette di non aver verificato, e così descritte: “Mitomani, ricattatrici? Boh” è avvilente per la professione e per chi ne conosce e applica le regole deontologiche. Se fossi ancora alla Scuola di Giornalismo, vorrei che mi mostrassero l’editoriale di Blepietro dicendomi: “Ecco quello che un giornalista non deve mai fare”.
Per la cronaca – metto comunque sotto il link all’articolo – Belpietro accusa Fini di voler intentare contro se stesso un finto attentato per rubare voti a Berlusconi (sì, parla proprio quello che ha subìto qualche tempo fa l’agguato più farlocco e meno reale della storia) e di aver pagato mille euro una prostituta.
Gilioli, sul suo blog leggibile dal sito dell’Espresso, ha fatto una parodia spassosissima dell’articolo, sostituendo a quello di Fini il nome di Belpietro. E cambiando qualche dettaglio. Guarda caso, questo articolo non è visibile da qualche ora per l’attacco di un virus e per questo non ve lo posso postare sotto all’originale. Se vi capita, dategli una letta perché non sdrammatizza il caso, ma anzi lo mette a nudo.

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna¤tArticle=WCAG4

27/12/10

Con colpevole ritardo ho finalmente letto “la versione di Barney” di Mordecai Richler, un libro straordinario, che consiglio vivamente. Questo settantenne alcolizzato e smemorato, ebreo canadese, uno scrittore fallito che ora fa miliardi con produzioni televisive spazzatura, si cimenta in una specie di autobiografia, destinata a rimanere inconclusa, e “ripulita” dalle note a margine di suo figlio Mike. In questa produzione letteraria, Barney vuole, oltre che raccontare la sua vita dissipata, sfatare la versione data dall’ “amico” Terry, nel suo ultimo libro di successo, dello “scandalo che lo accompagnerà fino alla morte”, ovvero l’omicidio del promettente ma completamente tossico scrittore Boogie, un comune amico di Barney e Terry. Ma Barney, ha davvero ucciso Boogie? Il libro non risolve l’enigma, contrappone la versione di Barney a quella di altri personaggi convinti della sua colpevolezza, ma semina indizi che il lettore metterà insieme per farsi una propria “versione” dell’accaduto. La mia versione? Che Barney è colpevole, ma è convinto di non esserlo. Lo ha rimosso. Però, per quanto sia un personaggio “negativo”, non si può fare a meno di amarlo.
Peccato che Natale è passato, avrei voluto consigliarvi “La versione di Barney” come regalo.


26/12/10

Questi sono giorni di grandi abbuffate, ma anche di carte. Ogni occasione è buona per trasformare la casa in bisca. Da noi va per la maggiore la Bestia. Io mi ritengo un giocatore etico, e questo mi crea qualche problema. Come ieri sera. La mattina dovevo lavorare, ma al tavolo vincevo e non mi sentivo di andarmene senza che chi perdeva recuperasse qualcosa. Giocavo sempre, con qualsiasi briscola, anche minima, e puntualmente vincevo. Sai quelle sere che non perdi nemmeno a farlo apposta? Insomma, alla quattro e mezza c’era chi dormiva con le carte in mano ma non riuscivamo a sciogliere la seduta. E alla fine chi perdeva ha continuato a farlo fino alla resa.
A me piace giocare con gli Imprevedibili, quelli che non fanno troppi calcoli, che giocano con qualsiasi tipo di carte; quelli di cui non indovini mai cosa abbiano in mano. Come del resto piace fare a me. Però ci sono sempre quelli che se non hanno l’asso o il tre terzo non giocano, e quelli sono una sciagura. Quando giocano sai sempre quello che hanno, e rendono le mani meno interessanti. Uno di questi era seduto accanto a me, ieri sera. In quattro ore ha giocato tre volte. Sempre con l’asso. L’ho visto buttare un re di briscola quando era di mano, e poi lamentarsi delle carte che non gli entravano. Diceva: «Stasera sono proprio sfortunato». Fortunato o meno, di sicuro non si è molto divertito.

24/12/10

cartello di Vergate sul MembroQuando ho capito che avrei scritto, era la vigilia di Natale del 2005. Come oggi, tornavo a casa da una lunga giornata al negozio di pasta di mio padre. Non avevo una lira, e non avevo neanche avuto troppo tempo per fare i regali. Agli amici, in particolare, non avevo fatto nulla.
Noi abbiamo questa tradizione di vederci a Orvieto a mezzanotte, al bar Hescanas, per gli auguri, il brindisi, e lo scambio di regali. Per non presentarmi a mani vuote, pensai di scrivere una storia che li avrebbe visti protagonisti e di mandargliela per e-mail. Un giallo natalizio. Che cominciasse con l’omicidio di uno di loro. Non avevo idea di come sviluppare la storia, così avevo deciso di farla a puntate, e di costruirla volta per volta. L’ambientai in un paese, davvero esistente, che si chiama “Vergate sul Membro”, e infatti il titolo era “Natale a Vergate sul Membro”. Scrissi un paio di pagine e alle 23.30 le inviai per e-mail ai miei amici. Ci misi sei mesi a finirlo. E cinquanta puntate. Un paio di anni dopo, sempre la vigilia, trovandomi più o meno nella stessa situazione, ci riprovai, scrivendo due racconti diversi, entrambi con il titolo “Natale in toilette”, uno per gli amici e l’altro per le amiche.
E quest’anno? Non ho il problema dei regali, però la tentazione di scrivere un racconto natalizio è troppo forte. Un prurito incontrollabile. Lo comincio adesso.

23/12/10

E vi stupisce che esistano aziende che procurano "fan" per chi promuove i propri prodotti e le proprie attività su facebook, o "amici" virtuali per rimpinguare il proprio magro bottino? Francamente, a me non sorprende per nulla. Diciotto euro per un pacchetto di mille fan, centottanta per diecimila. Gente vera, tutti italiani. Si paga online, metà prima e metà dopo, come le scarpe nel Napoletano, a premio del voto verso un certo candidato. La verità è che in l'Italia, come le recenti vicende politiche ampiamente hanno dimostrato, non è più vero che lo sport nazionale è il calcio, perché quello che ci intriga di più, ormai, è senz'altro il calciomercato.

22/12/10

Non ci sarei mai passato tra il culaccio di quella Focus messa di traverso e il muretto. E io ci tengo troppo alle ruote della mia macchina per salire sul muretto. Lampeggio al tipo, gli suono, lui niente, gnorri e stolido. Alla fine, con estrema cautela, passo a filo del muretto e del cofano della Focus. Però ho il dente avvelenato. Così parcheggio e gli busso al finestrino. "Ma le pare normale - dico - che io debba passare sopra al muretto perché lei rimanga parcheggiato bello comodo in mezzo alla strada, e pure in divieto di sosta?". E lui, serissimo, continuando a ostruire il passaggio con una coda di macchine dietro che non riesce a passare, "E dove dovrei metterla? Mia moglie è nel negozio qui davanti". Già questo sarebbe bastato per definirlo mentecatto, ma poi ha pure aggiunto, in tono estremanete infastidito: "Voi giovani sapete solo criticare".

21/12/10

Rientrato in casa, non mi ero nemmeno accorto dell'albero di Natale: quest'anno è arrivato tardi. In genere compariva verso l'8 di dicembre. Stavolta ha atteso il giorno del solstizio. Il presepe non c'è più da anni. Un giorno, di ritorno da scuola, al tempo delle elementari, mio padre aprì il portafoglio e disse, sghignazzando: "Vedi quanto siamo ricchi?". Anche mia madre rideva. Era chiaro mi stessero prendendo in giro.
L'antefatto di questa scenetta era il mio pensierino sul Natale. In questo mio elaborato, sostenevo convinto che le famiglie ricche avevano, per le feste, sia l'albero di Natele sia il presepe. La classe media si accontentava dell'uno o dell'altro. I più poveri non avevano alcun addobbo. Partendo da queste inconfutabili tesi, potevo quindi mettere nero su bianco che la mia era una famiglia ricca. Ovviamente, quella spia della maestra Andreina era andata subito a spifferare ai miei il contenuto del mio pensierino sul Natale. Li avevo fatti sbellicare. Da qualche tempo, però, in casa mia non c'è più il presepe. Chiaro. Seguendo i miei ragionamenti infantili, a dover riscrivere quel pensierino oggi, sosterrei che la crisi ha trasformato la mia famiglia da ricca in prototipo della classe media.

20/12/10

Ci sono vari modi di dividere l’umanità. I miei preferiti sono due. Il primo è che c’è chi vive e chi mette via ricordi. In questa suddivisione, io ondeggio tra le due. Anzi, forse ho un approccio ancora diverso. Se converso, intanto prendo nota dei passaggi che mi potrebbero servire nei dialoghi dei miei personaggi letterari. Osservo le persone a fondo, cercando di isolare i dettagli che potrei attribuire poi alla personalità di questi personaggi. Il mio vivere, insomma, è molto condizionato dalla proiezione fittizia che faccio della vita reale. E non metto via ricordi, ma situazioni utili.
Il secondo modo di dividere la vita è che c’è chi colleziona errori e chi rimpianti. In questo vado a periodi. Fino ai vent’anni facevo parte della seconda categoria, poi, per lungo tempo, mi sono trovato nella prima, e ora sono tornato alle origini. Una scelta necessaria. Su di me, infatti, a livello emotivo, fanno molto più danno i tarli del rimpianto che non il dispiacere o l’imbarazzo dell’errore. Per più di un anno, quando ancora collezionavo rimpianti, sono stato innamorato di una ragazza senza mai dirglielo. Rimandando. Differendo. Fra noi c’è stata sempre quella tensione del “io vorrei, non vorrei, ma se vuoi”, poi, ovviamente, si è trovata un altro più risoluto di me con cui ancora sta assieme. È stata il mio ultimo rimpianto, in quel senso. Da allora colleziono solo errori.


19/12/10

Via di Tor Pignattara non sembra neanche Roma. Stamattina ero uscito per comprare il giornale e mi sono trovato a percorrerla tutta, affascinato dalla sua diversità, dal suo essere eccentrica rispetto alle altre zone della Capitale. Intanto, non ho incontrato un italiano. I proprietari dei negozi erano tutti cinesi, pakistani, filippini, africani. Mi è capitato, a Roma, di trovarmi in altre zone dove non c'erano italiani, ma quei luoghi mi davano una sensazione di insicurezza, mi costringevano a guaradarmi intorno, sentivo mille occhi addosso. A Tor Pignattara, al contrario, non ho avvertito questa precarietà, questa inquietudine. I profumi, i colori, tutto sembrava concorrere a dare fascinazione. C'erano anche le illuminazioni e le decorazioni natalizie, ovvio, ma erano, come dire, "esotiche". Ho indugiato a lungo per la strada, incuriosito, pensando che non mi dispiacerebbe vivere in un posto simile.

18/12/10

Eric ClaptonE così, sempre grazie a WikiLeaks, sappiamo che esiste una diplomazia della Gibson. Il dittatore nordcoreano Kim-Jong-il era infatti disposto a fare concessioni agli americani, e in particolare ad accettare l’ingresso nel Paese di aiuti umanitari, in cambio di un concerto a Pyongyang del famoso cantautore. Un po’ come la diplomazia del ping pong ai tempi di Nixon e Mao. Negli anni Settanta, infatti, lo scambio di visite tra i giocatori cinesi e americani fu il segnale di una distensione nelle relazioni tra i due Paesi. Un passato che ritorna, se pensiamo che la Cina ha appena annunciato l’apertura di “università” sportive per insegnare agli stranieri a giocare a ping pong. E perché mai un Paese che da anni ha il monopolio di medaglie in questo sport dovrebbe fare simili aperture ai possibili rivali? Chiaro. È la diplomazia, bellezza.

17/12/10

Quando ha iniziato a nevicare ero in corsa lungofiume. Intabarrato a dovere, correvo piano per non rischiare stiramenti e roba simile. I primi fiocchi sembravano portati dal vento, mi sferzavano il viso. La mattina, prima di andare a lavoro, il termometro segnava -10. Era piacevole, correre sotto la neve, ma mi sentivo anche un po' pirla, così ho rigirato e me ne sono tornato a casa. Da piccolo, quando nevicava, scrutavo fuori dalle finestre facendo un tifo silenzioso ma possente affinché nevicasse sempre più forte. Si sarebbe saltata la scuola. C'erano giochi con la neve che attendevano solo d'essere predisposti. Da qualche anno, quando nevica, mi appare in viso una smorfia di fastidio. Come stasera, che devo suonare e fare altre cose che rischiano d'essere cancellate. Mi piace ancora vedere la neve, in un certo senso mi riempie il cuore, ma è un romanticismo annacquato. Il concreto ha preso il sopravvento. L'ennesima rinuncia che segna il passaggio dalla fanciullenza all'età matura. Cose che ti cadono dalle tasche, senza che tu te ne accorga, mentre corri lungofiume.

16/12/10

Io non sono un gattofilo. Voglio dire, di mici ne ho avuti e amati, ma come categoria non ho predilezione particolare per i gatti. Mi paiono troppo opportunisti. Preferisco la fedeltà canina. Sono un cinofilo. Però, se c’è una cosa di matematica, nella mia vita, è che se mi trovo seduto, e intorno a me c’è un gatto, questo proverà l’impulso irrefrenabile di saltarmi sul grembo e acciambellarsi lì per un poco, a prender coccole. Mi succede di continuo. Magari sto al tavolino esterno di un bar, parlando con qualcuno, e se questo va un attimo in bagno, o si gira a  salutare un amico, ecco che mi ritrova con un gatto sulle gambe. Ieri sera, a casa di amici, suonavo la chitarra ma il gatto non ha sentito ragioni, si è fatto ugualmente spazio per sedersi sopra a me. Questa cosa mi ricorda un po’ quando nel libro “Sogni di Bunker Hill” di John Fante, il protagonista, al suo primo giorno di lavoro come correttore di bozze, trova nel suo ufficio una moltitudine di gatti. Li scaccia perché a lui non piacciono, e il suo datore di lavoro gli dice: «Ti ci abituerai». Il giorno dopo, esce a portargli da mangiare, più per tenerli lontano dall’ufficio che per altro, e il tipo dell’agenzia letteraria si affaccia alla finestra e lo vede. Gli dice: «Lo sapevo che eri un tipo da gatti».

14/12/10

Trovo scandaloso il mercimonio del voto; il contrattare valori e idee neanche fossero mercanzie di un suk. Considero vergognoso che, in un partito che si chiama Italia dei Valori, un deputato venda il proprio voto per un mutuo da pagare. Valuto indegno che il Partito democratico elegga soggetti come Calearo solo per scimmiottare la destra e rubargli una manciata di elettori. La cosa che più mi infastidisce, però, è pensare che i “lavoratori” meglio pagati e che meno lavorano nel nostro Paese, e cioè gli “onorevoli”, si prendano il lusso di due settimane ulteriori di vacanza dal Parlamento, come adesso prima del voto di sfiducia, per poi andarsene belli belli a godersi le vacanze di Natale. In Italia, la democrazia rappresentativa è decisamente sopravvalutata.

13/12/10

Sai, quei competitori che non competono, il cosiddetto cartello. Oggi si scopre che ne esiste uno, potentissimo, dei banchieri americani. Si incontrano il terzo mercoledì del mese a Manhattan, e sono nove tra i più influenti banchieri del mondo. Un club dove si decidono le sorti della finanza mondiale. I membri dovrebbero farsi concorrenza, e invece si aiutano l’un l’altro per fregare meglio il prossimo. Una volta c’erano le sette sorelle del petrolio – e oggi è cambiato il numero ma il cartello rimane – da oggi sappiamo che esiste anche il club dei derivati.

12/12/10

Alla premiazione del Corecom umbro, a Orvieto, ci ero andato come ex studente della Scuola di Giornalismo di Perugia, in rappresentanza, visto che il direttore era assente. E poi c’era Anna, anche lei del mio biennio perugino, che aveva ricevuto un premio per un servizio giornalistico sui cinesi in Umbria. Il tema del concorso era “Diversamente italiani”. Sala strapiena. Diverse televisioni. A un certo punto, entra nella sala una tipa talmente trash da essere quasi caricaturale. Minigonna, tacchi vertiginosi, maglietta scollata sull’abbondante seno, faccia sbiancata dal trucco e labbra caricate da un chilo di rossetto. Si guarda intorno e dice apertamente “Che palle” gettando il giacchetto sulla prima sedia a portata di lancio e ingiungendo al cameraman albanese: «Muoviti, vai a fare le riprese». Lei si mette seduta, con il mio vicino che dandomi il gomito dice, ironico: «Però, una vera signora…». La premiazione va avanti, sfilano la terza e la seconda classificata, alla quale questa supertrash girl rivolge sorrisi di circostanza e complimenti falsi come banconote del monopoli. Dico al mio vicino: «Sarà mica la vincitrice?». «Impossibile» mi fa «ci scommetto qualsiasi cosa». Quando la presentatrice dice: «Vince la Tv di Bari….» la ragazza urla «Sììììì» che neanche allo stadio dopo un gol. Eravamo basiti. Increduli. Era davvero la vincitrice. Ho pensato a come trattava il cameraman albanese e al fatto che avesse vinto con un video sul tema dell’immigrazione vista in chiave positiva. Ironie. O meglio, beffe. Tornando al posto con la targa è arrivata a un passo da noi, ha alzato la gamba per farci vedere la giarrettiera chiudendo la targa contro la coscia, con una mossa simile a quella per accendere uno zippo strusciando la pietrina sui jeans. A vederla a quel modo, non le avrei dato un soldo di credito. E invece il suo servizio televisivo era davvero bello. È proprio vero che l’abito non fa il monaco.

11/12/10

A suonare in giro, di proprietari di locali singolari ne capitano, ma questo era un unicum. Oddio, anche noi ci abbiamo messo del nostro, ma lui era veramente pessimo. La prima cosa che ci ha chiesto prima di fissare la data è stata: «Non berrete mica molto?». «Noi? Figuriamoci». La seconda è stata: «Fate pezzi italiani, sì?». E noi: «Ovviamente, quasi solo quelli». Le prime di una lunga serie di bugie. Non è vero che suonavamo insieme da tempo come gli avevamo detto; come quartetto avevamo fatto appena due prove. Canzoni italiane ne avevamo provate appena tre, tutte sconosciute ai più. Ci aveva chiesto di arrivare alle sei, noi eravamo là alle sette e mezza. Il proprietario di questo bellissimo locale di Cetona è un truzzo clamoroso. Capelli tinti biondi e sparati, look da discotecaro, andatura coatta, indosso solo roba firmata. Avevamo approfittato della sua assenza per farci tre belle birre medie rosse. Il primo bluff, sul nostro essere astemi, ce lo ha sgamato così, appena arrivato, e si anche lamentato perché secondo lui dovevamo appoggiare le casse direttamente sul palco, perché «Le aste sono antiestetiche, non si combinano bene col resto del locale». Ogni cinque minuti veniva a dirci una roba simile. La sua filosofia di lavoro era ovvia: «Per far funzionare un locale, ogni cinque minuti bisogna cagare il cazzo ai musicisti». A noi, francamente, veniva più che altro da ridere. Ci aspettavamo un peggioramento, che di lì a poco dicesse cose tipo: «Ragazzi, se potete per favore pettinarvi con la spartita a destra che s’intona di più con il locale». Ci aveva contingentato il vino per la cena, ma con una cameriera compiacente eravamo riusciti a raddoppiare dose. Sgamati anche lì. A un certo punto, venuto al nostro tavolo, ha detto: «Mi raccomando che qui abbiamo un pubblico esigente». Ve lo avrei fatto vedere, quel pubblico esigente. E poi, «Fategli molti pezzi italiani, Ligabue, Vasco». Noi annuivamo, senza alcuna intenzione di accontentarlo. La mia deontologia musicale mi vieta di suonare simili pacchianerie. Comunque, suoniamo tre ore, perlopiù improvvisando, e la serata va benone. Sennonché, a fine serata, il tipo viene sì a complimentarsi, ma usando quelle frasi ambigue tipo: «Eh, peccato che c’era poca gente» anche se il locale era stato quasi sempre pieno. Gli chiedo il borderò e lì glissa, ripetendo: «Non la pago la Siae, stasera c’era poca gente, dico che la serata è saltata e non pago la tassa». La puzza di bruciato si sentiva e infatti i soldi che ci ha corrisposto non erano adeguati. Ci eravamo divertiti, e l’importante è sempre quello, quindi non ci siamo messi a fare storie. Però abbiamo deciso che gli avremmo bevuto il locale. E ci siamo riusciti. Solo che la strategia ci si è rivolta contro. Il batterista ci ha rimesso un faro, alle quattro e mezza del mattino, per fare marcia indietro, e io ho lasciato l’asta davanti al locale del truzzo.

10/12/10

Liu XiaoboA Oslo, al posto di Liu Xiaobo, vincitore del Nobel per la Pace, c’era oggi una sedia vuota. È la prima volta che accade in più di cento anni di storia. Persino il giornalista Carl Von Ossietzky, che nel 1935 visse la stessa onorificenza per aver condannato il riarmo tedesco e che per questo morì in un campo di concentramento, aveva un parente che prese il premio in sua vece. Andrei Sacharov, dissidente dell’Unione Sovietica, Aung San Suu Kyi, oppositrice del regime birmano, sebbene agli arresti riuscirono a mandare un famigliare a ritirare la medaglia, il diploma e l’assegno. Al posto di Liu Xiaobo, invece, c’era una sedia vuota. Un coro di bambini ha cantato dopo che l’attrice Liv Ullman ha letto un messaggio di Liu Xiaobo al mondo. È l’unica richiesta che il vincitore del Nobel 2010 sia riuscito a far passare dalle sbarre del carcere di Jinzhou.

09/12/10

Dico io, ma ho la faccia di uno che va a puttane? Ieri sera stavo prendendo un amaro in un bar di Orvieto. Mi si avvicina questo tipo, un sessantenne del posto con il quale avevo parlato una volta sola, un paio di settimane fa, e anche in quella occasione mi si era proposto dal nulla per dirmi che a Orvieto c’era una prostituta rumeno di 24 anni che mi sarebbe piaciuta. Pensa tu. Fingendo una chiamata al telefono, allora mi ero dileguato all’istante. Ieri sera, dopo avermi offerto l’amaro, ha pensato bene di indottrinarmi un po’ sulla situazione “mignotte” a Orvieto e dintorni. Alla fine, stremato, gli ho detto che non ero mai andato a prostitute e che non ero interessato ad andare. Mi chiede: «Ma tu quanti anni hai?». «Ventinove» rispondo. Annuisce, serio, poi dice: «Presto cambierai idea. Io ho iniziato a trenta e non ho più smesso. Mi piacciono le slave. Sono trent’anni che non vado con un’italiana». Gli faccio notare che io non ho di queste fisime. Mi guarda come fossi un novellino. Poi, dando per scontato il mio futuro ripensamento, dice: «Quando cambierai idea cercami. Ci penso io a farti conoscere le mignotte giuste». Prima di uscire a fumare, si fa pure scappare un occhiolino complice.

07/12/10

È andata. Due anni per diventare pubblicista, due di praticantato, tre mesi di esame, e finalmente sono professionista. Come mi sento? Leggero. Come quando sgombri la testa da un pensiero fisso. Che poi i titoli, di per sé, non contano un cavolo, e sono il primo a dirlo, ma è il percorso che fai per arrivarci che li rendono così degni, così pieni di significato. Domani sarà già tempo di pensare al passo successivo, di sostituire la soddisfazione del raggiunto con la tensione di ciò che è da raggiungere; ma per oggi, fin quando non sarà tempo di lasciare questa giornata sul cuscino, me la voglio godere fino in fondo.

06/12/10

Ricapitoliamo. Quando un molto ipotetico sicario ha attentato alla vita del direttore di Libero, Belpietro, costui e i suoi accoliti si sono subito scagliati contro la sinistra "che semina odio" e che era quindi mandante morale dell'agguato. Ora, tralasciando il fatto che quell'agguato è una panzana colossale inventata da una guardia del corpo che non è nuova a queste fantasie, e infatti è recidiva - l'altra volta ebbe una promozione, questa volta, guarda un po', è stata allontanata dalla custodia di Belpietro -, cosa fa il direttore di Libero quando i futuristi di Fini e altri dissidenti del centrodestra presentano una mozione di sfiducia al governo? Sbatte in prima pagina volti e indirizzi e-mail dei dissidenti aizzando i lettori di Libero a scrivergli improperi. Ah, la sinistra che semina odio!

05/12/10

Era un po’ che non incontravo più questo ragazzo di Parrano. Ha qualche anno più di me, ci conosciamo di vista da una vita, ma la vera cosa che ci “lega” è che l’ho preso sotto con la macchina. In quell’occasione, lui si è comportato da signore, davvero. Io non avevo nemmeno la patente, ero diciottenne da pochi giorni, e stavo andando a Parrano, da mia nonna, a pranzo, dopo una serata al Red Zone. I miei erano a Parigi. Avevo convinto mio fratello a farmi guidare, con la scusa che dovevo fare pratica. Non avevo molta dimestichezza col volante. Non avevo nemmeno il foglio rosa. Arrivato al curvone davanti al bar centrale di Parrano avevo messo la mia Regata in prima, e curvando non ero riuscito a controllarla. Sulla curva, dalla parte opposta alla mia carreggiata, c’era una macchina parcheggiata e Silvio, questo è il nome del ragazzo, appoggiato. Gli sono finito addosso. Grosso danno alla macchina. Grosso danno a Silvio. Non mi fece denuncia e niente. Fu, ripeto, un vero signore. Per mesi, quando lo vedevo passare con le stampelle in giro per il paese, mi sentivo veramente una merda. Lo rincorrevo per chiedergli scusa a ogni occasione. E lui lì, a travolgermi con quella gentilezza, con frasi tipo “Non ti preoccupare” “Sono cose che capitano”. Quando tolse il gesso, incontrandolo in giro, avevo smesso di chiedergli scusa ma ne osservavo il passo per vedere si fosse ripreso davvero. Mi sembrava sempre di vedere un lieve zoppicamento. Potevo, io, aver causato un danno permanente?  Anche stamani l’ho osservato mentre si allontanava dopo che avevamo scambiate un paio di battute. Per un attimo, uno solo, prima che riprendesse un’andatura spedita e fluida, ho pensato che stesse davvero zoppicando.

04/12/10

Mi raccontava, questa mia amica, di aver letto su una rivista che l’altruismo fa bene all’organismo, perché stimola e attiva una particolare zona del cervello in maniera non dissimile da cibo e sesso. Di conseguenza, lei dice di essere diventata più altruista. Un curioso paradosso. In pratica, una pulsione egoistica, per quanto sacrosanta, volta al proprio benessere, ha prodotto un effetto altruistico, per quanto posticcio, teso al bene degli altri. Questi cortocircuiti della vita sono a dir poco esaltanti.

03/12/10

Premessa: io al gioco sono abbastanza fortunato. Ho scommesso due volte alla Snai. Una volta ho azzeccato cinque partite su cinque, vincendo un paio di centinaia d'euro, e un'altra volta ho sbagliato una partita su cinque. Roba di Champions League. Alla lotteria non vado forte ma ho anche tentato poco. Comunque: stamani mio padre ha iniziato la giornata con il registratore di cassa rotto, la memoria era finita. Era il suo anniversario di matrimonio, 31 anni, e non voleva farsela prendere a male: ne ha ordinato uno nuovo, pagandolo un buon cinquecento euro. Arriva il tipo e mette questo registratore che in fondo allo scontrino ti dà i numeri del superenalotto. Sei cifre. Usciti i primi due scontrini di prova ci ha consigliati: giocate i numeri. Uno, essendo in serata di vena buona, lo ho regalato con tanti auguri e la promessa che sarebbe stato giocato. L'altro ce l'ho ancora qui con me, ma voglio condividerlo, casomai vincessi davvero: mi sento fortunato. Dunque: 46 - 56 -73 - 74 -83 - 88. Io, se vinco, farò un bel regalo ai miei genitori per l'anniversario, voi fateci che vi pare, però un grazie me lo merito.

02/12/10

Julian AssangeL’australiano Assange, fondatore di WikiLeaks, è ricercato dalle polizie di tutto il mondo. Neanche fosse un terrorista. Eppure, gli Stati Uniti lo trattano alla stessa stregua. Lo accusano di spionaggio, hanno emesso contro di lui un mandato d’arresto internazionale. Assange, già ricercato dall’Interpol per stupro – pare che, alla richiesta della partner di fermarsi dopo la rottura del preservativo, abbia continuato il rapporto sessuale fin lì consenziente – è ora il ricercato numero uno mondiale, più di Bin Laden, più del mullah Omar. Una sproporzione. Se l’unica colpa di questo hacker-giornalista è l’aver spazzato via in colpo solo quel velo di ipocrisia che ammanta le diplomazie di tutto il mondo, io gli darei un Nobel, altro che il carcere (Guantanamo?).  

01/12/10

Due notizie simili eppure così diverse. Due salti al suolo. Due suicidi. Il primo è quello di Mario Monicelli, regista novantacinquenne che alla malattia ha preferito la morte, in un gesto che sembra, più che una resa, una rivendicazione di libertà. Il secondo è di un giovane che ieri, dalla Rupe di Orvieto, si è lasciato cadere perché la Santa Sede aveva bloccato la sua ordinazione sacerdotale. Il ragazzo aveva ventotto anni, nove in più di quell’altro giovane che a fine agosto aveva compiuto lo stesso salto, dallo stesso posto. Entrambi caduti a due passi dalla statua di Arlecchino, che a dispetto del nome, relegata a testimone di vite spezzate, sembra sempre più grigia e triste. Per questi due ragazzi, al contrario del grande regista, il suicidio non può essere un atto di libertà. A vent’anni è facile scambiare un passo falso per un fallimento, una disavventura per una tragedia. Mi viene in mente quella canzone dei Casino Royale che fa: «Ogni stop, è solo un altro start; la vita non si ferma, tic tac».


30/11/10

Impareggiabile, la storia dell’elettricista di Picasso che porta alla luce centinaia di opere dell’artista dicendo: «Me le ha regalate lui, anzi la moglie, per gli allarmi che avevo messo a casa loro». Uno si immagina l’opera dell’elettricista, che Picasso deve aver considerato persino superiore alla sua se per un paio di allarmi era disposto a sacrificare disegni, litografie e tele, e rimane a bocca aperta. Quale mirabilia avrà mai compiuto quell’elettricista? Un nuovo Edison, un erede di Tesla? In realtà, di queste storie ce ne sono a bizzeffe. Prendi Parrano, piccolo borgo vicino al mio paese. Dopo decine di anni, i vecchi padroni del castello, i Fantauzzi, se ne sono andati e il nuovo proprietario di chiama Soldera. Viene dal nord. Prima di procedere all’acquisto, era venuto in paese in incognito. Per sentire un po’ cosa si dicesse del castello e delle persone che ci lavoravano, per esempio il fattore. Negli anni, proprio come l’elettricista di Picasso, chi bazzicava il castello ha trafugato opere con cui ha arredato le proprie case o semplicemente le ha rivendute per monetizzare. Altri si accontentavano di fregare i soldi ai Fantauzzi organizzando partite a carte truccate. Durante la sua visita, Soldera aveva adocchiato un cancello antico che poi, una volta arrivato a Parrano come nuovo proprietario del castello, non ha trovato più. Sapendo dell’imminente avvicendamento, uno dei lavoratori alle dipendenze degli ex padroni aveva preso il cancello e lo aveva rivenduto a un antiquario. Il nuovo proprietario, senza dire nulla, ha girato per i vari antiquari della zona e se lo è ricomprato, rimettendolo al suo posto. Chissà che faccia avrà fatto, il ladruncolo che avrebbe dovuto lavorare per lui di lì a poco, quando si è accorto che l’oggetto che aveva ricettato era in realtà al suo posto.

29/11/10

Sai quei negozi senza merce, grandi e vuoti, che a prima vista ti danno subito l’idea d’essere copertura di ben altri traffici. In ogni città ce n’è uno, e in genere, se non sono bar di paese dove trovi ciocorì scaduti da vent’anni e birre con l’etichetta dei di Italia ’90, sono tabaccherie. Ad Arezzo, sotto la redazione della Nazione, c’era un tabacchino che aveva questo grande negozio completamente sgombro nella parte centrale. Entravi e ti ci volevano cinquanta passi per arrivare al bancone, circondato da niente. Lì, raccolti intorno al banco, c’erano tre scaffali; a destra uno di pipe, zippi, carte da poker e chincaglierie varie, a sinistra un altro con gomme, cioccolate e caramelle; dietro invece erano disposte le sigarette. Per quella roba un negozio intero era inutile, bastava un carretto di quelli dei gelati. A Orvieto, lungo il corso, c’è un tacchino persino peggiore di questo. Dietro il bancone c’è una signora anzianotta. Appena entra il cliente suda freddo, perché sa già che al novanta per cento non potrà accontentarlo. Nel suo negozio è tutto contato. Sullo scaffale vedi gruppi di due o tre pacchetti, sparuti, malinconici. Quando fumavo non aveva mai le mie amate Winston, così avevo smesso di andare. Ora, anche per a fare due risate, ci passo in cerca di gomme. Sabato, nello scaffale erano rimasti due pacchetti di golia balsamiche e uno di big bubble. «Ma come signora, niente vivident?». E lei, toccandosi nervosamente il colletto: «L’ultimo pacchetto l’ha preso giusto adesso un ragazzo, ma ho le vigorsol…» e mi ha mostrato un pacchetto tutto ammaccato, che mi sono intascato con sospetto, solo dopo aver controllato la scadenza.

27/11/10

Stamani sono venuti al negozio questi due vecchietti del paese. Era dai tempi delle superiori che non li vedevo assieme. Allora, bazzicavano nella zona della stazione. Li incontravo quando andavo a prendere il treno verso Orvieto. Di solito erano nella sala d’attesa, insieme a due africane dal curriculum professionale non arduo da intuire. Entrambi sposati e con figli, non riuscivo proprio a capire come potessero esporsi a simili rischi. Voglio dire, è vero che si chiudevano là in orari poco trafficati, ma per la stazione passa chiunque. E se fossero passati i loro congiunti? O conoscenti? Un paio di volte, d’inverno, mi capitò di aprire la porta della sala d’attesa e trovare l’uno o l’altro che si facevano fare un giro di fellatio. Richiudevo, e me ne stavo al freddo a imprecare contro di loro. Oggi, al negozio, hanno preso tagliatelle per quattro. Me li sono immaginati a pranzo insieme con le mogli, a discutere sulla politica italiana. Uno di loro avrebbe detto: «Berlusconi ormai non governa più, pensa solo a portarsi a letto ragazzine e prostitute», e l’altro gli avrebbe fatto eco: «Ma ti pare, a quell’età, andare ancora a mignotte?».

26/11/10

Iniziare a scrivere un nuovo romanzo è come spogliare una donna per la prima volta. In testa un’idea ce l’hai, ma la visione d’insieme l’avrai solo quando l’ultimo indumento sarà volato via. C’è di fondo un’eccitazione curiosa e sacrosanta. Un’attesa spasmodica di arrivare alla fine e allo stesso tempo il desiderio che la transizione dal “vestito” al “nudo” si prolunghi all’infinito. È proprio vero, le contraddizioni, a noi così vasti da contenere moltitudini, ci rendono vivi.

25/11/10

Al bar del paesello, due donne commentavano le foto di un giornale scandalistico. Passando, una di loro mi ha detto: «La conosci?» indicando una nostra compaesana ritratta assieme al nuovo fidanzato. «Certo» ho risposto. In verità li conosco entrambi. Lui da prima, lei da tempi più recenti. Lui è diventato famoso con un reality show, e si è fatto un bel gruzzolo che ha investito in un ristorante. Quando l’ho conosciuto diceva una bestemmia per ogni parola e beveva come una spugna. L’ultima volta che ci siamo visti mi ha detto di essere diventato astemio. L’ho trovato bene. Ripulito. Il successo gli ha giovato senz’altro. Con lei ci siamo visti spesso al seggio, tutti e due segretari in due diverse sezioni. Per un po’ mi ha tampinato, ma ero fidanzato e non le ho dato spago. Non sapevo si fosse lasciata col marito, con cui si era sposata da tre anni dopo dieci di fidanzamento. «Ora è separata» mi hanno spiegato le due donne. Nelle foto del giornale, tra lei e il nuovo ragazzo, smancerie a non finire. Frasi tipo: «Non sono gelosa del suo passato» «Da lui voglio un figlio» e robe del genere. Le due donne che commentavano le foto sembravano invidiose e ammirate allo stesso tempo. Come se fidanzarsi con “vip” fosse stata la svolta della vita. «Ora vedrai che andrà all’Isola dei famosi» diceva una. «Sì, di sicuro il lavoro qua in paese lo lascia» ribatteva l’altra innaffiando di sospiri le sue parole. Preso il caffè, me ne sono andato. Le donne, intanto, avevano già coinvolto nella discussione altri due avventori. Di certo, sarebbero andate avanti così per tutto il giorno. Del resto, un gossip da vip in un paesino di tremila anime non accade mica tanto spesso.

24/11/10

Ultimamente mi capita di andare a questi talk show sportivi locali, in veste di ospite, come addetto stampa dell’Orvietana. Nel loro piccolo, ricalcano, o meglio scimmiottano, quelli nazionali. Li trovo spassosi. C’è la bella ragazza che presenta assieme allo storico conduttore e un semicerchio di ospiti seriali. Si parte con un giro di battute, e poi si commentano i servizi sulle gare e le interviste ai protagonisti del weekend sportivo. Solo, a differenza dei talk show nazionali, gli ospiti non litigano mai. Sono tutti contenti di fare una comparsata in televisione. Figurati se vanno a battibeccare! Le frasi sono sempre le stesse. È tutto un «Vogliamo fare bene»; oppure «Dobbiamo migliorare nella mentalità»; «Giochiamo una partita alla volta»; «Il gruppo è compatto» e tutto il repertorio della retorica sportiva. Il conduttore chiede perché i tifosi dell’Orvietana sono così critici e poco partecipativi. Tu vorresti rispondere citando Kennedy, dicendo «Il tifoso non deve chiedersi cosa la squadra possa fare per lui, ma cosa lui possa fare per la squadra». Poi capisci che suonerebbe proprio da pirla e allora butti là una frase di circostanza, neutra. Come suona strano parlare in italiano perfetto quando il dialetto la fa da padrone; e allora eviti i congiuntivi e tronchi pure qualche parola. In una simile situazione, tutto viene molto naturale. La presentatrice fa occhi dolci. Il conduttore, in chiusura, si rivolge a te e dice: «Sembra che finalmente l’Orvietana sia uscita dalla crisi» E tu: «Ora stiamo facendo bene, ma dobbiamo pensare a una partita per volta».

23/11/10

Ci deve essere una maledizione sul mio piede sinistro. Me lo rompo di continuo, e sempre per giocare a calcetto. Oggi ho un malleolo che sembra una palla da biliardo. La partita del lunedì ha colpito ancora. La prima volta che mi feci male, ruppi il quinto metatarso del piede sinistro al torneo di Natale di Orvieto, ai tempi della scuola calcio. Due mesi e mezzo di gesso. Un lungo stop e una sfibrante riabilitazione. Da allora è stata un’escalation. in anni più recenti, è arrivata la tendinite, proprio all’altezza del malleolo, e anche questa ha scelto una partita di calcetto per palesarsi. Due anni e mezzo fa, in uno scontro di gioco, mi faccio male nuovamente al quinto metatarso. Un altro mese di gesso e una bella scorta di pazienza. Avevo pure imparato a guidare con un piede solo, per ovviare all’inconvenienza. Ieri l’ultimo atto, con un contrasto a partita finita che mi ha procurato una distorsione e un gran bel pezzo di malleolo. Forse il sinistro non sarà il lato del diavolo, ma della sfiga sicuro.

22/11/10

Sai quelle coppie che si lasciano e si ridanno indietro i regali? È una cosa che proprio non capisco. Passi l’anello di fidanzamento, che ha un valore simbolico tutto suo, ma il vestiario dato indietro non si può proprio sentire. Voglio dire, mentre fai un dono alla tua donna, o al tuo uomo, non lo intendi mica come prestito a scadenza. E cosa te ne fai, tu, uomo, di un vestito da donna che hai regalato alla tua ex ragazza; lo dai in dono a quella nuova? Suvvia. E poi, sinceramente, non mi sognerei mai di chiedere indietro a una mia ex qualcosa che le avevo donato per il piacere che lo avesse.
Oggi questa mia amica mi raccontava di tutte le cose che si erano dovuti ridare con l’ex fidanzato. Montagne di roba. In macchina, dopo mesi dalla rottura, ha ancora due giacchetti praticamente nuovi che appartenevano al suo ex. Ha provato a rivenderli su e-bay, ma nisba, a darli al fratello, ma non gli stavano. Oggi me li ha fatti provare, sperando che mi stessero e soprattutto che mi piacessero. Ci abbiamo guadagnato entrambi. Lei ha la macchina meno ingombra e un ricordo in meno che la lega a un ragazzo che odia, e io ho un giacchetto di pelle nuovo.

20/11/10

Stamani ho visto il diavolo. Anzi, l’ho rivisto. E un po’, lo ammetto, negli ultimi tempi mi era capitato di evocarlo. All’inizio non l’avevo riconosciuto. È stata mia madre a svelarmelo. Mi spiego. Da piccolo, ero convinto che la cuoca dell’asilo fosse il diavolo. Giuravo a tutti di averle visto la coda galeotta scudisciare da sotto il camice bianco. È stato uno degli incubi della mia pavida infanzia. Ultimamente, e qui siamo all’evocazione, mi era capitato di rivangare spesso questa storia. L’avevo anche scritta sul sito, nel diario di bordo. Un  presentimento, certo. Insomma, stamani una vecchietta, zia di una ragazza con cui sono uscito per un po’, è entrata nel negozio di mio padre, accompagnata dalla nipote. Mi ha detto, uscendo: «Salutami tua madre».
Siccome parlava come se mi conoscesse, chiaramente ho finto anch’io di riconoscerla, e non le ho chiesto il nome. A mia madre, poi, ho detto che la salutava la zia di questa ragazza che ho frequentato anni fa. E lei: «Ah, l’Amalia, te la ricordi?». E io, cadendo dalle nubi: «Non mi pare». «Ma come, era la tua cuoca dell’asilo!». Proprio lei, il diavolo. Non l’avevo riconosciuta. Forse avrei dovuto guardare se da sotto il cappotto faceva capolino la coda.

19/11/10

LineaPrendi questa cosa delle facce dei cartoni animati su facebook. Pare sia stata lanciata per celebrare la settimana dei diritti dell’infanzia. C’è chi, invece, sostiene sia stata ideata da un gruppo molto popolare sul social network che si chiama “Camorra and Love”. Comunque sia, tra passaparola e imitazione, ormai quasi tutti hanno l’immagine del profilo che ricorda un cartone animato dell’infanzia. È bastato un giorno. C’era chi, ancora oggi, cambiava la propria immagine per emulazione e poi chiedeva: “Ma perché avete tutti la faccia da cartone animato?”. Senza sapere perché, avevano seguito il gregge, così, a scatola vuota. Questa cosa mi ha ricordato un episodio del film “Anni 90”. Ci sono Andrea Roncato e Nino Frassica sulla metro con due tipi poco raccomandabili che li guardano storto. S’impauriscono e scendono a una fermata prima del previsto, ma gli altri fanno lo stesso. Ogni strada che prendono, questi ceffi li seguono. Allora, terrorizzati, Roncato e Frassica scappano gridando aiuto. I due che gli stanno dietro, che non li stavano seguendo affatto ma andavano per fatti loro, si voltano, non vedono nulla, ma iniziano a scappare anche loro, gridando “Aiuto!”. Presto tutta la città comincia a correre in preda alla paura senza sapere di cosa. Emulazione, appunto. Come i lemming che si buttano dalla scogliera. Con le dovute proporzioni, ovvio. A proposito, io per questa settimana, su facebook, sono “Linea”, quel simpatico personaggio che percorreva una linea di cui era parte, e che imprecava contro il disegnatore perché risolvesse con i suoi tratti di penna le situazioni complicate in cui si andava a trovare man mano. Ve lo ricordate?

18/11/10

Mi raccontava, questo mio amico, che oggi è andato a fare un colloquio in un call center. Laureato con centodieci e lode, diplomato alla Scuola di giornalismo di Perugia, in procinto di diventare giornalista professionista, voleva arrotondare un po’ in attesa di un lavoro come si deve. È andato a cuor leggero, sicuro d’esser preso. È arrivato in ritardo, così si è dovuto sedere in prima fila ed è stato il primo ad essere sentito. Con lui, c’erano altri ventisette aspiranti. Il mio amico credeva non ci sarebbe stata gara. Ha invece scoperto che tutti erano laureati e che più della metà avevano un master. C’era gente laureata in psicologia, o economia e commercio. Roba seria. Gente che con titoli di tutto rispetto diceva di essere nel mondo dei call center da anni. Insomma, il mio amico è stato il primo a essere scartato. Questa è l’Italia di oggi. Chi ha titoli di studio importanti si azzuffa per un posto in un call center. Il figlio di Bossi, pluribocciato alla maturità, è consigliere regionale della Lombardia.

17/11/10

Linguisticamente, siamo un popolo ben strambo. Prendiamo il fatto del “lei”. Siamo gli unici a utilizzarlo per rivolgerci a una persona adulta che non conosciamo o alla quale vogliamo mostrare un rispetto istituzionale o sociale. Poi ci sono le variazioni sul tema che sono altrettanto sfiziose. Per dire, la settimana scorsa parlavo con il presidente della Federazione nazionale della stampa e quello dell’Ordine dei giornalisti, i due più importanti esponenti della categoria, mai visti prima, ed entrambi insistevano perché gli dessi del “tu”; poi mi trovo a cogliere le olive con mia nonna e un suo amico d’infanzia che si danno del “voi”. «Arnaldo, lo prendete ‘n goccio de caffè?». «No Ada, non vi preoccupate, ho già fatto a casa».

16/11/10

Carcere

Stipati in caverne silenziose,
non più uomini ma crimini,
rinunciamo a possedere,
posseduti.
E spartito è il disonore,
come gli avanzi polverosi
lasciati dal giorno.
Impariamo a fingere la vita,
arredando di niente
gli esili spazi a disposizione.
Rovistiamo nella dipendenza
in attesa di un sonno da valium.

15/11/10

insetto stecco su un ramoNel cogliere olive, ci si imbatte in insetti disgustosamente fascinosi. Oltre al mitico grillotalpa, in fuga assidua dal temibile toporagno, c’è lo scarabeo stercorario, che si camuffa da oliva nera, la cimice classica, che finge d’essere un’oliva verde, e un ragno verde pastello che dà la caccia a grilli e mosche. Quello che stimo di più è però l’insetto stecco, assolutamente mimetico, che non imita solo il colore, ma pure la forma del rametto. Oggi ne ho trovato uno a riposo su un sacco di iuta; era lungo una decina di centimetri. Credevo fosse un ramoscello che avrebbe bucato il sacco, così l’ho tolto subito con una schicchera. Solo che quello, per protesta, si è mosso, lasciandomi esterrefatto. Colpa tua, simpatico stecco, ti eri mimetizzato troppo bene.

14/11/10

Oggi, al paese, finisce la mostra del tartufo. Un’istituzione. C’è da quando facevo le elementari, ogni novembre, il weekend dopo san Martino. Nelle prime edizioni i miei genitori avevano uno stand per la pasta all’uovo. In quei giorni ero sempre là dentro. Per me era un luogo incantato. Allora c’era un grosso capannone allo scalo, oggi invece è in paese. Alle medie ci facevano fare dei lavori con l’argilla che esponevamo in uno stand. Di solito se li prendevano i genitori dell’ “artista”. In seconda media mi ero messo con una ragazza che mi piaceva una marea. Si chiamava Emanuela. Aveva un anno più di me. Il primo “appuntamento” fu proprio alla mostra. Io al tempo portavo l’apparecchio. Me ne vergognavo. Ricordo che arrivato al capannone mi vennero incontro le sue amiche. Mi chiesero di sorridere e lo feci. Una si voltò e strillò alle altre e a Emanuela: «Per fortuna non ha messo gli elastici». Ci rimasi malissimo. Ero molto in imbarazzo. In fondo quella era la mia prima ragazza. Ricordo che quel giorno ci demmo un bacio lunghissimo, il primo vero, di lingua, al parcheggio della mostra. Fu un bacio silenzioso, mai interrotto dalle parole. Alla fine, come un pirla, le dissi: «Ti amo». Lei non rispose. Un mese dopo si mise col mio migliore amico.

13/11/10

Quasi me ne vergogno, ma prima di oggi non ero mai andato a cogliere le olive. Voglio dire, da mia nonna, a Parrano, di ulivi ne abbiamo diversi, e ogni anno di questi tempi si ripete il rito della coglitura. Per un motivo o un altro, però, l'avevo sempre sfangata. In compenso, di quell'olio verde come criptonite che viene dalle olive dei campi di famiglia ne avevo usufruito, eccome. Insomma, stavolta sono andato, e non me ne sono pentito. A me piace la giornata lavorativa nel campo, specie quando il tempo è ideale come lo era oggi. Di vendemmie ne ho fatte tante, e la sensazione di stanchezza appagata che si prova quando finisce la giornata lavorativa non ha prezzo. I miei nonni vivevano in simbiosi con il campo e l'orto. Mio padre diceva sempre che quando mio nonno avrebbe smesso di curare l'orto sotto casa non ne avremmo più avuto uno, perché a lui non interessava raccogliere quell'eredità. Poi mio nonno si ammalò, e mio padre cominciò a prendersi cura dell'orto. Ora guai a chi glielo tocca. Studia, si aggiorna, fa corsi di potatura. Mi chiedo se a me accadrà la stessa cosa.

11/11/10

In Italia viviamo immersi nei ruderi, nelle rovine delle civiltà passate. Già da bambini giochiamo a nascondino fra le vestigia delle città antiche, inglobate dalle nostre, più vaste. Questi segnalibri fermi alle pagine scritte dai nostri avi non sono eterni. La maggior parte ci sopravvivrà. Alcuni, come la casa dei gladiatori di Pompei, che un ministro indicibile ha definito “quattro sassi”, ci crollano davanti lasciandoci esterrefatti. Sgretolamento dovuto al tempo, certo, ma anche all’incuria nostra, che non riusciamo a preservarli perché alla cura del passato preferiamo la distruzione del futuro. Le ultime generazioni conoscono e vivono solo il presente; se ne impipano delle altre declinazioni del tempo. Se una costruzione non serve più alla sua funzione la buttiamo giù e ne costruiamo sopra un’altra. È per questo che noi, alle generazioni future,  non lasceremo rovine, ma solo macerie.

10/11/10

Che impertinente, l’ispirazione. Davvero. Proprio una discolaccia! Se la cerchi, se davvero ne hai bisogno, si ringuatta. Poi, quando meno te lo aspetti, si rifà viva, facendoti pure la linguaccia. Tanto lo sa che l’accoglierai con la massima apertura di braccia. Assomiglia a quegli oggetti che si perdono in casa, e che saltano fuori all’improvviso, in un punto che eri convinto di avere ben controllato. Qualche tempo fa l’ho ritrovata sotto un tappeto. Strano, perché credevo di averlo sgrullato. Da allora passo i giorni a spremerne il succo fin quando non resterà una scorza vuota o deciderà di scomparire nuovamente. Così non avrò rimpianti. Che rincorrere l’ispirazione è missione improba, ma vanificarla quando arriva è azione delittuosa.

09/11/10

Si chiama Orfeo, ed è un gatto dalla forte personalità. Coccolone, testardo, scaltro tendente all’opportunista. Fino a qualche tempo fa, viveva con una delleOrfeo “gattare” di Fabro, una vera amante di questo tipo di felini. Ne tiene molti, ma Orfeo era quello “ufficiale”. Poi, nelle sue grazie, è entrato un altro gatto, molto più giovane, che ha pian piano rimpiazzato Orfeo. Questo, un gatto della sua tempra, non poteva proprio accettarlo. Così se ne è andato, facendosi adottare dal paese. Ogni mattino passa nella piazza dove mio padre ha il negozio. Lì abita una delle sue nuove “madri adottive”. Sa che alle dieci scende dall’appartamento per pulire i vetri e spazzare l’uscio. Così si mette davanti all’entrata e la osserva amorevole fin quando non abbia finito. Mentre lei lava le scale, lui si fa vedere sul pianerottolo, nell’attesa della colazione, che puntualmente arriva. Poi, se proprio è in vena di stravizi, passa dal macellaio a elemosinare qualcosa e poi da mio padre, in cerca di qualche tortellino. Finito il pasto, per ringraziare, ti si struscia contro e avvia il motorino delle fusa. Poi si fa una pennichella sulla panchina, ma è sempre pronto a interromperla per qualche coccola. Io non sono un grande amante di gatti, li ritengo troppo opportunisti, mi piacciono più i cani, fedeli e compagnoni. Orfeo però non si discute. La sua scelta di vita, poi, la trovo romantica e coraggiosa. Abbandonare una vita di agi, diventare vagabondo, pur di non essere secondo nel cuore dell'amato. Un gatto d'altri tempi, verrebbe da dire.  

07/11/10

Castello di Bas-en-BassetDa noi c’è questa francese. Ci ho parlato spesso in questi giorni ma non ricordo mai il nome. Ogni tanto, ciclicamente, la nostra casa si apre ai cugini d’oltralpe. Siamo gemellati con un paesino dell’Alta Loira che si chiama Bas-en-Basset. Nella prima spedizione, più di quattro anni fa, andai anch’io a visitare la loro terra, in versione giornalista. Più di mille chilometri di pullman. Quattordici ore di viaggio. Ricordo un senso d’ordine diffuso. I portici in legno lucido, la cura maniacale per le aiuole, i tetti spioventi in file composte, la coerenza urbanistica, la cintura dei monti intorno, e tanti corsi d’acqua da riempire gli occhi. La regione dell’Avernia è infatti ricca di laghi, come prima era ricca di crateri. La Loira fa zigzag fra questi laghi. Terra di pescatori, di eredi dell’autoctono Baud Roussiller, precursore della moderna pesca a mosca francese.
C’è un castello appollaiato su una vetta imponente, costruito nel XXII secolo. A Bas-en-Basset fanno un formaggio delizioso che prende il nome da questo castello. Ricordo conifere di alberi alti fino a quaranta metri, importanti, mi dissero, da Lafayette secoli prima. Quando andai, la Francia aveva appena votato “no” alla Costituzione europea. Sembrava uno scherzo, vista quell’ospitalità sfacciata, così europeista, degna degli eredi di Jacques Delors e Jean Monnet.
Dopo anni, abbiamo amici che ci vengono a visitare spesso e altri che, come la ragazza che c’è ora, vengono per la prima volta e puntualmente ritornano. Il gemellaggio mi garba. L’unica cosa che non tollero è la politica che c’è dietro. La corsa a mettere a capo del comitato il fedelissimo, o il quadro di partito senza poltrona; l’utilizzo di questo istituto per fini che con la conoscenza dell’altro e della sua storia c’entrano poco o nulla. Sarebbe perfetto, un gemellaggio senza politici e politica.

06/11/10

Quando il mio amico mi ha scritto il messaggio «Guarda la mail» ho pensato subito fossero arrivate notizie dall’Ordine sull’esame. Ci avevano detto a fine novembre. Hanno bluffato. Ho aperto la mail con una certa apprensione, nonostante fossi abbastanza sicuro di essere passato allo scritto. Proprio un’ora prima avevo cominciato la tesi da portare all’orale, sul tema dei premi – Nobel, Sacharov, Forbes e simili – e della loro influenza sulla politica mondiale. Con il Nobel per la Pace a Liu Xiaobo dell’8 ottobre scorso, credevo questo sarebbe stato uno dei temi estratti per gli Esteri all’esame scritto. Lo avevo preparato bene. Ovviamente non è uscito. Così lo ripropongo all’orale, aggiornato e approfondito.
Insomma, stavo giusto scrivendo l’incipit della tesi quando sullo schermo è apparsa la mail del presidente dell’Ordine che mi annunciava il superamento della prima prova. Credevo che tutto l’esame sarebbe andato avanti fino a gennaio e oltre. E invece, se tutto va bene, il 10 dicembre al massimo sarà tutto finito, in un modo o nell’altro. Fatalità: proprio il giorno che verrà consegnato il Nobel per la Pace a Liu Xiaobo. Sempre che le autorità cinesi lo liberino dal carcere di Jinzhou. Ma ci credo poco.

05/11/10

In coda dal medico ne vedi di tutti i colori. Nell'anticamera dello studio, prima della scalinata, due signori fumavano, a chiacchiere. Non si scomponevano nemmeno al passaggio di malate dalla forte tosse. In sala d'attesa c'era questo tipo impegnato in una telefonata infinita, condita di urla e insulti all'interlocutore, di cui eravamo tutti testimoni involontari. Una signora aveva una loquela fastidiosa. Attaccava il pippone a chiunque. Chiedeva delle reciproche malattie. Per confrontare. C'era una tipa, vicino a lei, con un forte mal di schiena. Lei le straparlava di tutto, e questa, piegata e dolorante, incassava come un pugile suonato, senza mai replicare. Ma quella non si scoraggiava, e continuava a parlarle. Poi ci sono quelli che passano avanti: "Faccio in un attimo", dicono, oppure, "Tanto lei è giovane, mica ha bisogno come me!". Oppure, ancora, senza dire niente agli altri, arrivati per ultimi, si affacciano dal medico dicendo: "Mi aveva detto alle sei, no? allora tocca a me". Io le lascio passare per quieto vivere, ma le odio profondamente. E intanto ne studio i comportamenti. Le sale d'attesa sono un ottimo terreno per le ricerche sociologiche.

04/11/10

Leggevo oggi dell’ennesima impresa di un italiano nel golf. Francesco Molinari, uno dei più affermati nel nostro Paese insieme al fratello Edoardo e al giovane Matteo Manasseri, è primo nel quarto e ultimo torneo stagionale del World Golf Championships. A Shangai, sta mettendo dietro tutti, da Tiger Woods a Lee Westwood. Prima di questi successi, da noi il golf era molto sottovalutato. Poco praticato. Io, da piccolo, ne andavo pazzo. Nella mia via, quando eravamo ragazzini, io e i miei amici organizzavamo sempre dei tornei estivi. Sì, perché i miei genitori mi avevano regalato, molti natali fa, un set completo di mazze da golf. C’era il “par”, il “drive”, tutti quanti. Dove giocavamo? Negli orti. Tutti, infatti avevamo un orto diligentemente curato da nonni e genitori. Noi, in ognuno di questi, facevamo un buco e organizzavamo un percorso. Avevamo almeno sei o sette diversi campi da golf. Ci divertivamo molto. L’unico problema era riuscire a fare tutto ciò senza farci accorgere dai rispettivi nonni. Se ci sgamavano bisogna scappare, e di corsa. Ora mi dicono che esiste anche lo “street golf”, che si gioca nelle città, in ambienti metropolitani. Noi, di tutto ciò, ne siamo stati, a modo nostro, gli antesignani.

03/11/10

Mio padre lavora il legno. Come hobby. Lo fa piuttosto bene. Sulla vetrina del suo negozio di pasta fresca, ha messo due statue di legno che banchettano con la sua pasta. Per halloween, ha messo sul tavolo una zucca. Piace ai clienti, e non solo. Da qualche giorno, infatti, un grillo di quelli verdi dalle zampette lunghe ne ha preso possesso. Ogni tanto si mette sulla sommità, altre volte si infila nelle zone cave, spesso se ne sta tra le fauci aperte della zucca. Ci domandiamo come sia entrato. Mi piace pensare che da fuori si sia scelto la propria casa, proprio come fanno quelli che ogni giorno, nell'agenzia immobiliare accanto al negozio, guardano se in vetrina ci sia qualche offerta interessante.

01/11/10

Del decalogo con gli errori da evitare se si vuole organizzare una festa a sorpresa, li abbiamo commessi tutti. Quando il festeggiato ha chiesto a uno di noi, alle nove di sera, “Vieni a cena?” e si è sentito rispondere “Vado a casa che mia nonna ha fatto la polenta”, già aveva capito tutto, perché in casa di questo nostro amico si mangia notoriamente alle otto. Al massimo. Se poi un altro, uscendo dal bar dell’aperitivo con il cellulare all’orecchio, grida all’interlocutore telefonico: “Non ci sono che vado alla cena a sorpresa per il compleanno di un amico”, con il festeggiato seduto proprio di fianco, è chiaro che il piano traballa sempre di più. Se poi il festeggiato trova, stranamente, tutti gli amici, anche di giri diversi, nello stesso bar più o meno alla stessa ora, è chiaro che in lui il sospetto s’insinua sempre più. Poi, una volta accertato che l’unica ad andare a cena con lui è la fidanzata, questa si rifiuta misteriosamente di prenotare il tavolo nel ristorante dove lui vorrebbe andare. Dal bar, dopo l’aperitivo, tutti si sfilano con scuse sempre peggiori. Risultato? Quando tutti eravamo dentro il locale della cena “a sorpresa”, nascosti come pirla per non farci vedere, lui arriva con la ragazza e aprendo la porta dice: «Mi sa che siamo in anticipo, degli altri non c’è ancora nessuno…».

31/10/10

Meredith KercherAd halloween è difficile non pensare a Meredith. Mi viene in mente quella sua foto dove indossa un vestito nero da strega, o forse da diavolessa. Lei è in piedi vicino alla maschera di “Scream”, in un locale perugino che si chiama “La Tana dell’Orso”. Un locale che conosco bene, perché ci ho suonato spesso. Ci avevo suonato, per esempio, la settimana prima che la studentessa inglese fosse uccisa. Davanti al palchetto, quella sera, c’era un tavolo di studenti stranieri. Molto ubriachi. Molto allegri. Un pubblico “partecipativo”. Fra loro, c’era questa moretta molto carina. Non una bellezza sfacciata, però rimaneva impressa. Dopo la morte di Meredith, circa un paio di settimane, tornai a suonare alla Tana dell’Orso. Avevo visto le foto della ragazza, di cui una, forse la sua ultima, scattata proprio nel locale. Ero sicuro di averla incontrata prima. Parlando con Esteban, il padrone della Tana dell’Orso, uscì fuori che Meredith era al nostro concerto, quella volta, ed era proprio lei quella moretta carina davanti al palchetto. Intanto il locale era sempre pieno di giornalisti italiani e stranieri. Tutti alla ricerca di una storia originale. Tutti a scavare. Anche la clientela era aumentata  e c’era stato – mi disse Esteban – un incremento di vendite del cocktail Bloody Mary. Un po’ come per la vicenda Scazzi, era arrivato il momento di curiosi e avvoltoi.
Mi fa ancora strano, pensare che probabilmente l’ultimo concerto visto da Meredith sia stato il nostro.

30/10/10

Nuovi passi verso la società totemica. Prima la beatificazione del polpo Paul - sostituito alla bisogna dall nostrana carpa Gina -, poi l'ascesa inarrestabile dell'aquila Olimpia. Ora, infine, lo sdoganamento del bunga-bunga. Ecco come siamo ridotti dopo quindici anni di Caimano.

28/10/10

Mi è arrivata questa raccomandata intestata "Pass Work". Il nome mi diceva qualcosa. Ho aperto ed è apparso un attestato d'inglese. Mi sono ricordato. Nel febbraio 2006, prossimo alla laurea, ancora immerso nella mia vita perugina, cercavo di specializzarmi il più possibile in vista di un'ipotetica occupazione. Mi era capitato tra le mani un opuscolo per un corso d'inglese gratuito. Era a Ponte San Giovanni. Mi ero iscritto. Per mia sorpresa, scoprii che eravamo in tre a seguirlo. Più, l'insegnante e una delle partecipanti lavoravano nell'azienda Pass Work. Era chiaro. Si trattava del solito trucchetto per spillare soldi al Fondo sociale dell'Unione Europea. Ero l'unico maschio. In mezzo a tre belle ragazze, insegnante compresa, quindi seguii tutto il corso. E poi stavo uscendo con una ragazza americana, e una spolveratina d'inglese mi faceva comodo. Ricordo che le lezioni erano sempre condite da lunghe parentesi di pettegolezzi. Il corso, in verità, mi è servito. L'attestato non si sa mai, anche se mio padre, pratico, ha subito detto: "Almeno quando avrai casa tua potrai metterlo nel muro vicino alla laurea, per fare bella figura".

27/10/10

Da ragazzini lo chiamavamo "Papa". Un omone, poco confidenza con la saponetta, carnagione scurissima, voce leggermente stridula. L'ho incontrato oggi, dopo anni, durante la mia corsetta quotidiana. Erano anni che non lo vedevo. Ormai avrà cinquant'anni. Di solito girava con un vecchio apetto, dove entrava appena. Aveva sempre la testa schiacciata contro il dentro del tettuccio. Da piccolo ero spesso a Parrano, dai miei nonni. Davanti casa c'era il campo sportivo. Eravamo sempre là, noi ragazzini, per le nostre partitelle pomeridiane. Anche "Papa" non mancava mai. Parcheggiava l'apetto e scendeva con quei fuseaux neri sdruciti e i guantoni da portiere. Si metteva in porta e non si muoveva più. Era di poche parole. Un giorno, arrivati al campo, c'era questo nostro amico che gli gridava contro "Frocio", e lui che dava di matto, come non lo avevamo mai visto. Il nostro amico ci disse che "Papa" aveva provato a toccarlo nelle parti intime. Gli avevamo creduto, anche se oggi qualche dubbio a riguardo ce l'ho. Da allora "Papa" si era sempre rifiutato di giocare con noi. Parcheggiava vicino al campo ma non sscendeva dall'apetto. Noi, per dispetto, gli urlavamo contro "Frocio", e continuavamo a giocare. Da bambini si può essere molto crudeli.

26/10/10

Mi piace la consuetudine del fiume. Nel senso, farne parte. Parcheggio la macchina all’inizio della strada sterrata e comincio a correre sulla stradina che separa l’argine dalle stallette e gli annessi rurali. Ad attendermi, ultimamente, c’è un cucciolo di maremmano che adoro. Somiglia a Zac da piccolo. Se il cancello è aperto mi viene incontro per giocare un po’. Mi riconosce da lontano. Altrimenti si arrampica sul cancello per una coccola fugace. Lungo il percorso ci sono i Camminanti. Soprattutto donne. Al mio passaggio, in genere la frase è: «Beato te che ce la fai a correre». Faccio un pezzo in salita che porta a un angolo nascosto del paese. Se è ora di pranzo arrivano odori di cucinato che mi stimolano a fare presto. Così accelero. Sulle panchine ci sono sempre comari in chiacchiera. Le saluto riverente. Loro ricambiano educate, a volte timide come scolarette. Poi si sente quella che fa: «Chi era quel giovanotto?». E una le risponde: «Il figlio della Marcella». «Ah, ecco». L’arrivo a casa è il momento più difficile. Zac mi viene incontro e mi annusa, scoprendo il mio doppio tradimento: non l’ho portato con me, e mi sono trastullato con un altro cane. Allora mi tiene il broncio fino a dopo pranzo. Fin quando non lo porto a spasso. È l’obolo per il perdono.

25/10/10

Sto leggendo "Firmino" di Sam Savage. L'idea è bella, mi sono subito affezionato a questo topo che vive in una biblioteca e nutrendosi di libri ne impara il contenuto. Si diceva, però, che fosse stata copiata da un autore italiano, che aveva scritto una cosa simile su una tarma. Nell'università dove lavorava Savage, si dice ci fosse anche questo libro. Verità? Illazioni? Fatto sta che il topo ha funzionato di più. Non che sia un animale attraente, ma vuoi mettere con una tarma? Comunque, mi affascina anche la storia di questi autori che diventano famosi sul finire degli anni, quando sono ormai anziani e malati. proprio come Savage. Non capisco se sia più un risarcimento per la tenacia, o una presa per i fondelli. Fai successo quando non puoi più godertelo. Dopo averlo lungamente inseguito. Un po' come lo svedese della trilogia Millennium, Stieg Larsson, ma la sua è una beffa peggiore. Appena cinquantenne, muore mentre la sua opera si afferma come caso letterario dell'anno. A godersi il suo successo è ora la moglie, magari con l'amante. Qualche tempo fa aveva detto di avere nel cassetto un'opera inedita del marito morto. Una roba che vale milioni di euro, oggi. Poi ci sono gli autori come David Foster Wallace, un vero genio letterario, giovane e prolifico, che si è suicidato recentemente, nonostante - o forse proprio per - la fama. Naturalmente, ora che è morto i suoi libri riempiono gli scaffali dei punti vendita, in bella vista. Prima bisognava trovarli. Perché era roba di nicchia.

24/10/10

Ero alla stazione di Fabro, aspettavo mio fratello. Ho sentito un urlaccio inconfondibile arrivare dal campo sportivo. Una voce che conosco bene, perché anche nei Piccinelli e le giovanili del Fabro miei confronti ha strillato tanto. Pietro Piccinelli era il nostro allenatore nelle giovanili del Fabro. Ai tempi degli Esordienti, eravamo un’armata Brancaleone. Improbabili già a guardarci. Sembravamo caricature. C’era lo spilungone, il ciccione, il piccoletto. Negli avversari non incutevamo il minimo rispetto. Perdevamo spesso, e ci credo! Darci un senso di gioco era una missione impossibile. Piccinelli ci provava, ci cresceva a urli, per spronarci. Ricordo che storpiava tutti i nomi. Era un uomo duro, ma a suo modo simpatico. Dopo tutti questi anni, a quanto pare allena ancora. Lo guardavo muoversi avanti e indietro davanti dalla panchina e distribuire equamente ai suoi giocatori strilli e rimbrotti. Un poco incanutito. Praticamente identico. 


22/10/10

Il pretesto per parlare di figure di merda ci era venuto da un esempio pratico. Eravamo a questo bar, intrattenendoci in un secondo aperitivo, commentando l’avvenenza di una cameriera che non avevamo mai notato. Scolato il bicchiere, avevamo deciso di cambiare zona. Sicché il padrone del bar, un comune amico, ci dice che vuole offrirci un vino bianco e fare un brindisi con noi. Ovviamente accettiamo. Cincinnando, il mio amico dice al proprietario del locale: «Ma chi è quella sventola?». E l’altro, serissimo: «Mia moglie». Ecco, cose così possono capire, in un momento che si abbassa la circospezione, tipo al terzo aperitivo. Poi la sfiga fa il resto.
Insieme ad altri amici, abbiamo continuato a raccontare storie simili per ore. Fa specie quante ne accadano di continuo. Quella che mi è rimasta più impressa è però questa. Una sera, di ritorno a casa da una serata brava, ubriachi da far schifo, in quattro stavano sul divano di un appartamento a Roma. Di lato c’era una stanza con la porta chiusa. Uno ha chiesto all’amico inquilino: «Chi vive lì?». E l’altro: «Una somala, una di quelle dal pompino facile; basta che le metti dieci euro sotto la porta e lei apre e ti fa tutto». Ovviamente era uno scherzo, di quelli stupidi che si fanno da ubriachi perché sai già che faranno ridere anche se non fanno ridere affatto. Soprattutto, li fai se sei assolutamente certo che la tua coinquilina non sia in casa e che ritorni solo fra qualche giorno come aveva annunciato. La cosa è andata avanti per un po’. Le hanno messo addirittura dieci euro sotto la porta, continuando a incitare la sua uscita per un servizietto generale. Il ragazzo che abitava nella casa aveva raccontato tutte le “gesta” della somala. Poi erano andati a letto. La mattina, si erano svegliati e stavano facendo colazione quando la porta della camera si è aperta. Sono sbiancati. Però, ancora, speravano lei fosse tornata tardi. Così, il coinquilino, le ha lanciato un neutro «Buongiorno». Lei, in un italiano perfetto, con la voce rabbiosa e rotta dal pianto, ha risposto «Buon giorno un cazzo. Stronzo che non sei altro».

21/10/10

Con quest'amica si parlava di difetti. Lei ammette i suoi, e vorrebbe nasconderli. Mi ha detto che tutti cercano la perfezione. Non è sempre vero. Spesso, infatti, un bel difetto, se caratterizzante e valorizzato, può fare la differenza, può renderci differenti, unici. Se uno ne ha troppi è un casino, chiaro, ma almeno uno ben visibile ci vuole. E deve essere assolutamente valorizzato. Poi ce ne vuole un altro o anche due di spalla, innocui, meno caratterizzanti. Difetti "neutri". Con un simile bagaglio, in teoria sei a posto. Mai nascondere un difetto. E se lo dico io, che sul mio terzo capezzolo da freak ci ho costruito tutta la mia immagine pubblica... 

20/10/10

Ok, ormai la porta l’hai aperta e hai beccato il tuo coinquilino con la testa fra le gambe della sua ragazza. Che fai? La prima regola è richiudere subito, mica te ne puoi rimanere lì come un fesso a guardare, o ad attaccare conversazione. Non tutti ci riescono. Mario, ieri, ci ha messo qualche secondo di troppo. Credeva in casa non ci fosse nessuno. Non se lo aspettava. Quindi è rimasto fisso sugli amanti un attimo in più del necessario, in cerca della frase giusta. Bisognerebbe averne sempre una pronta di scorta. Per ogni emergenza. Alla fine ha detto “Scusate”, e abbiamo infilato la porta per uscire a fare la spesa. Ridendone, una volta fuori, mi ha chiesto cosa avrei detto al suo posto. Allora ci ho pensato. La cosa migliore, forse, è buttarla sullo scherzo, sdrammatizzare, in fondo è una cosa divertente. A posteriori. A Mario ho risposto: «Al tuo amico, appena richiusa la porta, potevi dire: “Stiamo andando a fare la spesa, ti serve qualcosa per cena o se a posto con quell’antipasto lì?”». Sicuramente si può fare di meglio. Però a me, nell’imbarazzo del momento, avrebbe fatto ridere.

19/10/10

Avevo preparato, studiandole a fondo, cinque tematiche per la prima prova dell’esame da professionista. Volevo fare Esteri. Così sapevo vita morte e miracoli diErgife hotel Nobel e Cina, Serbia e tifo, minatori cileni, guerra in Afghanistan, scioperi in Francia. È uscita la busta numero uno. I temi di Esteri erano Obama e le elezioni di mid-term, e gli insediamenti a Gerusalemme Est. Amareggiato, mi sono buttato sulla cronaca. Il caso Scazzi lo avevo seguito dal principio. Così ho fatto quello. Poi una sintesi sulla scomparsa della penna e l’inizio dell’era digitale. Infine, un questionario di sei domande, perlopiù inaspettate. Appena arrivati, già circolavano le voci sulle domande del questionario, tutte smentite, o forse erano in un’altra busta, chissà. La sala B dell’hotel Ergife era strapiena. Quasi cinquecento giornalisti. Gente di tutte le età. C’era anche Pelazza delle Iene. Chi ripeteva l’esame aveva mille stratagemmi per copiare. Molti si raccomandavano ai vicini sin da subito, appena individuato il proprio posto. Le ragazze portavano tutte stivali fino al ginocchio, per avere più foglietti a disposizione da controllare in bagno. Il tecnico è arrivato per fare la prova del mio computer e all’inizio non funzionava. A Perugia, due anni fa, nel test per entrare nella Scuola della Rai, mi si era rotta la macchina per scrivere a metà del test e finii la prova a penna. Ho rivissuto, per una mezzora, la stessa paranoia. Poi è arrivato un altro tecnico che a colpi di Dos ha risolto tutto. C’era un bagno solo, così nelle file si creava inevitabilmente un conciliabolo. Spesso fuorviante. Tutti certi di aver ragione. Tutti con versioni diverse. Alla fine, ho deciso di fare a modo mio, senza mettere in dubbio le mie “certezze”. È andata bene? Spero. Lo saprò fra un mese. Soddisfatto? Non troppo, ero preparato e speravo meglio. L’orale? Se passo lo scritto, sono tra i primi. È stata estratta la lettera “J”. Quello che volevo, in fondo. Intanto incrocio le dita. E attendo, paziente, il responso…

17/10/10

Orvietana - Perugia, gol di RovellaOggi Orvieto era blindata per l'arrivo dei perugini. Dal casello allo stadio era un presidio continuo di polizia e carabinieri. Da Perugia sono arrivati più di mille, e allora gli abbiamo concesso la tribuna coperta, quella per i tifosi locali. Gli orvietani sulla tribuna opposta, a scongiurare pioggia. Gli ultrà perugini, che non saranno certo i serbi ma scalmanati il giusto, erano proprio sopra la nostra postazione, dove due colleghi trasmettevano per la radio e io aggiornavo in diretta il sito dell'Orvietana. quando siamo passati in vantaggio, nessuno di noi ha esultato, per mettere in salvo le apparecchiature. Commentavamo "Mah, ci può stare" "In fondo è un po' che attaccavano" e altre frasi neutre. Intanto, invocavo un tergicristallo per lo schermo del mio pc assaltato dalla saliva di quella massa cantante, sbavante fucina di slogan. Col braccio, invece, dovevo difendere il computer dal lancio di oggetti, ma quando il radiocronista mi ha passato il microfono per un commento sulla partita mi sono distratto e una bottiglia di plastica piena di borghetti me lo ha centrato in pieno. Lì per lì ti arrabbi, ma lo stadio è anche questo. Strano, ritrovarmi da avversari gli stessi ultrà con cui passavo saltuariamente le domeniche a Perugia, quando con gli amici di là andavamo a vederci qualche partita. Tempi migliori, per i grifoni, di serie A e coppe europee. Ricordo la partita di Uefa contro il Dundee, con gli scozzesi ubriachissimi in giro per la città dalla mattina, e che alla fine della partita trovavi collassati fra le siepi fuori dallo stadio e abbracciati alle colonne. Allora, come oggi, i supporter perugini cantarono dall'inizio alla fine della partita. Il tifo, lo zoccolo duro, è rimasto quello anche quattro serie sotto. Mirabile. Al limite se ne è andato il tifoso occasionale. Ma si dice porti male, no?  

15/10/10

Che razza peculiare, i clienti. Fosse per mio padre, artigiano pastaio e artista del paradosso, una bottega come la sua sarebbe perfetta se non ci si dovesse confrontare continuamente con la clientela. Lo so, mio padre è un sognatore. Lo aiuto, più o meno saltuariamente, sin da piccolo. A dieci anni calcolavo le ore passate ad arrotolare umbrichelli in musicassette degli U2 che con i soldi del lavoro mi sarei comprato. Da qualche anno, invece, gli do una mano tra un lavoro e un altro, spesso nei fine settimana. I clienti li lascia a me, a meno che non siano avvenenti signore o “illustri” personalità. Per il resto, appena può, sbologna. Non a Monia, la ragazza che lo aiuta, che la pensa esattamente come lui. In genere tocca a me. Non che io ami i clienti, per carità! Però li studio sociologicamente, e quindi li sopporto. Ce ne sono di vari tipi. C’è l’indeciso, che prima di scegliere vuole che tu gli esponga l’intera offerta giornaliera. C’è quello che già sa, appena entrato, che non prenderà niente, però ha tempo da spendere e te ne fa perdere altrettanto. Ricordo questa signora che entrò un giorno al negozio chiedendo ravioli. Quella mattina, stranamente, ne avevamo preparati di tutti i tipi. Le dissi: “Signora, ne abbiamo ai quattro formaggi, alla ricotta e spinaci, di carne, o al tartufo”. Mi ha guardato con un’espressione scioccata; poi, prima che infilasse di corsa la porta, ho sentito l’eco della sua voce che diceva: “Peccato, ne volevo alla zucca”. Stessa cosa accade spesso per le lasagne. O per i vini. C’è poi il cliente puntiglioso, un vero guaio, che arriva sempre quando sei superimpegnato. Se vuole tagliatelle desidera sfoglia fina, a matassine arrotolate singole. E possibilmente, se ne deve prendere un chilo, in dieci pacchetti da un etto, chiusi con lo scotch anziché con la spillatrice. Poi, una volta che gliene hai fatti due, di pacchetti, ti dirà: “Forse non mi sono spiegata bene, intendevo sottovuoto”, e così devi ricominciare daccapo. Questi sono i peggiori, e ce ne sono più di quanti uno immagini. Poi c’è il burlone. Quello che ripete da anni immemori la stessa battuta. C’è quest’ometto di Ponticelli, per esempio, che per chiedere gnocchi dice, immancabilmente “Vorrei un chilo di giovedì”. Tu non ridi, e allora, ogni volta, ti spiega la battuta: “Li chiamo giovedì invece che gnocchi perché li fate sempre il giovedì”. Santi numi. Tutti, però, hanno in comune una cosa: sono incorreggibili abitudinari. Li vedi arrivare dalla vetrina e già inizi a preparagli la roba. Sai già quello che ti diranno e come. La clientela è l’abitudine eretta a sistema.

13/10/10

Ivan Bogdanocic durante Italia-SerbiaGuardavo esterrefatto, in televisione, questo Ivan Bogdanovic, il Terribile serbo, appollaiato nella “Gabbia” del Marassi di Genova, che con un coltello tagliava le protezioni per lanciare verso l’esterno fumogeni, sassi, e simili gadget. Da solo, teneva in ostaggio uno stadio e due Paesi. Osservavo, dalla mia poltrona, questi poliziotti in tenuta antisommossa che dal campo si avvicinavano alle tribune, disponendosi vicino a un cancello chiuso che li divideva dal Terribile e dagli ultrà serbi. Mi chiedevo se sarebbero entrati. Dubitandone. Mi sono domandato, pure, se tra questi celerini e poliziotti ci fossero quelli che nove anni fa, a Genova, si erano fatti largo nella scuola Diaz per manganellare prima, e torturare poi fino allo sfinimento, qualche decina di punkabbestia pericolosi come un gregge di pecore. Mi sono chiesto, infine, se quella volta, nove anni fa, quei celerini e quei poliziotti sarebbero entrati comunque, sapendo che invece che quattro squatter li aspettavano, nella scuola, decine di Ivan Bogdanovic. Io credo che sarebbero rimasti fuori. Proprio come ieri sera. A guardare impotenti. Manganellare gli inermi è molto più facile che rischiare la pelle in uno scontro “alla pari”.

12/10/10

C’è questa mia vicina di casa che ha un’abitudine davvero pessima. Ogni giorno prende per il manico il secchio della spazzatura e s’incammina verso il cassonetto di via Filippo Turati. Una volta arrivata, lo rovescia dentro, lasciando il sacchetto di plastica al suo posto, dentro il secchio di casa. Il motivo? Il risparmio. Nonostante il suo aspetto dimesso, è molto ricca. Il suo segreto è non spendere. Nemmeno per un sacchetto di plastica. Quando, come stamane, la colgo sul fatto, le lancio un’occhiataccia e la faccio sentire osservata per tutto il tempo che sbriga la sua sporca faccenda. Non le dico niente, per evitare battibecchi, mi basta che lei sappia che io “so” e che disapprovo. Altri ci vanno giù più pesante, facendole notare la sua zoticaggine. Mio cugino Adriano, per esempio. Un giorno, affacciato alla finestra, l’ha vista mentre versava le sue schifezze casalinghe nel secchione. Finita la faccenda, si era controllata addosso come le mancasse qualcosa. Le era caduto il coltellino nel cassonetto. Un coltellino! Del valore di almeno cinquanta sacchetti di plastica! Figuriamoci se si rassegnava a una simile perdita. Così si è sporta sopra il secchione e ha iniziato a rovistare nei suoi stessi scarti, per il visibilio di mio cugino e degli altri vicini che la osservavano. Solo che a un certo punto, tutta presa dalla ricerca, si è sporta troppo, cadendo nel secchione. Urlava “Aiuto, “Qualcuno mi aiuti”. Mio cugino, tutto sorridente, è rientrato dal terrazzo e ha cominciato a scendere le scale per prestarle soccorso. Lentamente però. Molto lentamente.

11/10/10

Sai quando ti trovi con una persona a vedere la stessa identica cosa e intanto ne ricavi un pensiero lontano anni miglia dal suo? Il meccanismo delle associazioni mentali è affascinante. Ieri eravamo a pranzo fuori, a Le Piazze, con i soliti compagni di trasferta. Andavamo a Piancastagnaio, poco sotto l’Amiata, per seguire la partita dell’Orvietana. Usciti dal ristorante, incamminandoci verso la macchina, stavo osservando un vecchietto che spaccava legna e la disponeva all’interno del garage. In modo ordinato. Meccanico. Pensavo proprio a quest’ordine, e al fatto che di domenica a quell’ora non si dovrebbe spaccare la legna ma pranzare coi parenti, guardarsi la formula uno, o al limite andare a seguirsi l’Orvietana. Un mio amico, che camminava accanto a me e guardava la stessa scena, se ne è uscito così: «Accidenti che bel garage, mi piacciono troppo quelli così alti». Ecco, questo è il classico commento che mi fa straridere, perché arriva del tutto Inaspettato. E infatti ho riso molto. Però poi non ho detto quello che avevo pensato io. Sbagliando. Perchè forse il mio amico ne avrebbe riso altrettanto.

10/10/10

Per quelli come me che non amano particolarmente gli insetti “domestici”, questa è una stagione sciagurata, poco accattivante. Le ultime zanzare vagano spaesate per le stanze in cerca del sangue che allungherà di un poco ancora la loro punzecchiante esistenza. Le mosche, poi, sono proprio rintronate, ti sbattono addosso di continuo, sembrano ubriache. Per non parlare dei loro fratelli maggiori, i mosconi, perennemente ronzanti, che percorrono svelti tutte le stanze, in moti circolari, come stessero gareggiando per il giro veloce della casa. A loro, ogni tanto, ci pensa Zac, che ne attende il passaggio sottonaso e poi salta a fauci aperte per addentarne il volo. Se li prende, li sputa subito con un’espressione sorpresa, tipo “eppure sembravano molto appetitose”. Gli “ospiti” più scomodi, però restano le cimici. Vero flagello autunnale. Predatrici di tende e lampadari, “portoghesi” sempre pronti a imbucarsi fra i panni stesi, puzzolenti affittuari dei nostri appartamenti. Meglio le libellule, che se ne stanno per fossi e pozze d’acqua, o i vermi, che se la sbrigano sottoterra. Quelli sì che sono insetti discreti, non come queste cimici autunnali, che ci spiano dalle grinze delle tende, dove restano accoccolate in attesa del loro prossimo goffo volo.

09/10/10

Gli americani sono un popolo originale. Tendente all’esagerazione. Ieri scandagliavo un sito d’oltreoceano alla ricerca d’informazioni su una persona sulla quale sto “indagando” per un servizio. In questo sito, in particolare, trovi notizie su fedine penali e problemi con la giustizia. È una specie di database criminale. Cazzeggiando, ho provato a digitare il mio nome e voilà, in mezzo ad assassini, stupratori, e furfanti d’ogni genere, si è aperta una scheda con il mio nome. Maschio, bianco, nato il 15/05/1981. Ok, sono io. Guardo e trovo un addebito risalente a quattro anni fa, segnalato dalla polizia dell’Arizona. Riavvolgo all’indietro il filo dei ricordi e finalmente ci raccapezzo qualcosa. Quel giorno, dal Grand Canyon, Arizona, stavo andando verso Las Vegas, Nevada. In auto, intorno, solo deserto. La radio passava una canzone che mi piaceva, e quindi ho spinto un po’ di più sull’acceleratore. Canticchiavo. Accanto a me, Tina dormiva. Dopo miglia e miglia di strada sgombra m’incolonno dietro due auto, quando vedo nello specchietto il lampeggiante della polizia. I “cops” sono dietro di me. Ce l’avranno con una delle altre due auto, mi dico. Sbaglio. L’auto della polizia mi passa accanto e mi dice di accostare. Scende un energumeno in divisa con le manette in mano. Un po’ mi preoccupo. Si sveglia anche Tina, ci parla lei che tra americani ci si capisce meglio. Sento la parola “jail”. Non capisco. Tina, molto agitata, mi spiega: «Vuole portarti dentro, andavi trenta miglia orarie oltre il limite». Non me ne ero accorto. Comincio a spiegarmi: «Sa, agente, in Italia, al massimo ti fanno una multa, mica ti arrestano. È la prima volta che guido negli Stati Uniti… bla bla bla». Viene fuori che è stato in Italia per un paio di anni, e conosce anche il posto dove è nata Tina. Un colpo di fortuna. Me la cavo con una multa, salata, e un’ammonizione formale. Alla prossima non me la sfango, dice il poliziotto. Riparto per Las Vegas convinto che la fortuna l’ho già esaurita su quella strada. Credevo fosse rimasta solo la storiella da raccontare agli amici, e invece, per una multa, pare che sia diventato un criminale. Suvvia, che esagerazione! E poi, in fondo, ho fatto anche di peggio…

07/10/10

Che fosse in amore, l’avevo intuito da quei lamenti troppo ostentati, dalle continue richieste di attenzioni, dai sospiri intermittenti, e da quelle lunghe sessioni diZac e Lila osservazione dai terrazzi. Che si trattasse di Lila, la sua fidanzata ufficiale, l’ho capito una volta usciti per la passeggiata post-pranzo, quando annusando i muretti, anziché riconoscere l’odore dell’altrui urina canina, Zac sembrava quasi fiutare l’effluvio di un destino prossimo. E infatti, si è diretto subito nella loro alcova, una piccola porzione di terreno che separa via Filippo Turati, la nostra, da via Dante Alighieri, quella di Lila. Di solito, è lì che si danno appuntamento. Sanno sempre quando ci sarà anche l’altro. Oggi, però, il naso di Zac ha toppato. Lei non si è palesata, gettandolo nello sconforto. Lila è un bel pastore tedesco femmina. Zac un fantastico pastore maremmano. Che coppia, loro. Altro che Canalis e Clooney. Il loro, al momento è un amore non consumato. Tante coccole, leccatine amorose, rincorse nei prati, perfino visite inaspettate a casa nostra da parte di lei, ma niente più. E dire che Zac ci ha provato, eccome! Il padrone di Lila non vuole che si mischino le razze, e infatti l’ha fatta accoppiare quest’anno con un altro pastore tedesco. Ha avuto dei cuccioli. Io, quando lei scappa, se c’è l’occasione, li lascio fare, sperando invece che le razze si mischino e mi diano dei nipotini multicolori. Zac, quando lei è in calore, si approccia di lingua, diretto nelle sue parti intime. Fin là, lei apprezza. Quando lui si appresta a montarla, però, si divincola. Ricordo un giorno, quando sul più bello, con Zac che si apprestava all’assalto finale, il padrone di Lila comincia a strillare il suo nome, per richiamarla a casa. Lei scappò, lasciando il mio canone con le pive nel sacco. Continuammo la passeggiata fin dietro casa di un vicino, dove era in catena, mai vista prima, un’altra cagnetta della stessa razza di Lila, un po’ più piccola e meno bella, ma pure lei in calore. Zac pensò bene di rifarsi all’istante. Passavano i minuti ma non riusciva nell’intento. Intanto, si era formato un piccolo capannello di vicini che commentavano e incitavano la sua prestazione. Zac aveva tentato un approccio di fronte, più adatto alla fellatio, che lei giustamente gli negò. Poi provò di lato, da sotto, da dietro. Sempre senza successo. Ci guardava, noi spettatori, con un misto di impotenza e vergogna. Alla fine era così stanco che si bevve nella ciotola tutta l’acqua della cagna. A quel punto passò di là mio padre con la macchina. Quando scese lasciò la portiera aperta e Zac, sfinito, decise che non sarebbe riuscito nemmeno a compiere i cento metri da lì a casa. Salì in auto e si fece accompagnare. Poi di corsa sotto il letto dove dormì tutto il giorno. Al risveglio, era ancora un po’ moscio. Provai a consolarlo con un osso da gioco. Lui, mesto, se ne andò sul terrazzo. A fiutare nell’aria della sera notizie della sua innamorata.

06/10/10

Dissuasore vicino Duomo di OrvietoSulle scalette che dal duomo di Orvieto portano verso l'omonimo hotel, è apparso recentemente una colonnina spartitraffico. Il motivo? Tutta colpa dei navigatori satellitari. Se un turista digita sull'apparecchio "Hotel Duomo", la suadente voce, anziché indirizzarlo verso la strada giusta, lo spinge prima nel piazzale della cattedrale, e poi verso quella scalinata. Circola, nell'hinterland orvietano, la storia che qualcuno, prima che apparisse il dissuasore, si sia fatto quei gradini con l'auto, ovviamente distruggendola. Ecco spiegata la presenza di quella buffa colonnina. Il navigatore, sebbene indispensabile - e lo dice uno che a Roma, senza, sarebbe diventato pazzo - ogni tanto qualche scherzo lo combina. Ricordo un servizio televisivo che preparai sui "Luoghi dimenticati". In giro per la campagna umbra, ero andato con una collega e un operatore alla ricerca di ghost town. Una di queste era nella zona di San Venanzo: "Palazzo Bovarino". Il navigatore ci spedì prima verso una strada del tutto secondaria - vista la natura del servizio ci poteva anche stare - che terminava davanti a un grosso cancello. Lo aprimmo e ci avventurammo lungo una mulattiera sgangherata, infangata, nascosta dalle stoppe. Dopo nemmeno un chilometro, era impossibile continuare. Così decidemmo di farcela a piedi, con telecamere e cavalletti in spalla, sebbene il borgo, che comunque intravedevamo, sembrasse lontanissimo. Eravamo in marcia quando incontrammo due giapponesi in versione trekking. Chiedemmo loro indicazioni e ci mostrarono, in lontananza, una strada bianca che dalla statale che avevamo abbandonato per seguire il navigatore ci avrebbe portato dritti a Palazzo Bovarino. In tipo un minuto. Una via ovviamente ignorata dall'amabile voce che ci aveva guidati fin là. Sono convinto che ai creatori di navigatori satellitari non manchi un certo senso dell'umorismo. E di bastardaggine.

05/10/10

Chiacchierando con amici del "Palleggiatore dei semafori" (blog dell'1 ottobre), mi è tornato in mente questo personaggio di Fabro. Lo chiamano Fletcher. Sì, come la signora in giallo. Ormai ha una quarantina d'anni. Un tipo buffo, un poco pazzarello. Spesso parla da solo. Raramente con gli altri. Ci è rimasto sotto, da ragazzo era un patito di acidi e simili. Una volta aveva lunghi capelli neri, mossi. Poi, un giorno d'estate, passò davanti al bar centrale imprecando, arrabbiatissimo, mettendosi le mani nei capelli, il viso sudato per il gran caldo. Sembrava quasi non riconoscesse la sua capigliatura così fuori stagione. Sparì per un poco, poi ripassò davanti al bar col capo completamente rasato, in viso un'espressione appagata. Era stato dal barbiere del paese. Su questa storia ci si ride ancora. Ogni tanto, fino a qualche tempo fa, lo incontravi nei dintorni della stazione che staccava un rametto da un albero e cominciava ad allisciarlo con un coltellino. Se ripassavi dopo un tot, lo ritrovavi a lavoro ultimato, con un bel fuscello liscio, pronto per l'uso. Si metteva appoggiato al muro, sempre alla medesima inclinazione. Tirava fuori dalla tasca dei jeans una pallina magica, di quelle che quando le fai rimbalzare a terra schizzano in ogni direzione. A lui, però non sfuggiva mai. Con il pezzo di legno, la faceva rimbalzare decine di volte, sempre più veloce. Sfido chiunque a provare qualcosa di simile. Ripensando al "Palleggiatore dei semafori", credo che insieme formerebbero una coppia geniale, imbattibile. Sarebbero i re dei semafori. Altro che lavavetri! E forse, a noi automobilisti, prenderebbe meglio beccarsi qualche rosso ogni tanto. 

04/10/10

Ci siamo rivisti a Villa Bonucci con il nono biennio per il commiato finale. Il decimo incalza, comincia fra un paio di settimane. Saranno venticinque, come noi. HannoVilla Bonucci superato le medesime prove. Faranno le stesse cose che abbiamo fatto noi. Speciale radio sulla Formula uno incluso. Cazziatoni di Bassi allegati. Pipponi di Lucio compresi. Insulti di Petrollini acclusi e amici di Redmont a gogò. Tutto identico.
Pensavo ai direttori, alle segretarie, ai tecnici, a tutti gli operatori della Scuola Rai di Perugia che una volta ancora cominceranno tutto daccapo. Stesse battute, massime, e avvertenze da parte loro, stesse domande da parte dei nuovi praticanti. Come in un imbuto cosmico. E in ognuno del decimo troveranno qualcosa di qualcuno del nono. Così diranno: quello è il nuovo Wiki, quello è il nuovo Lisi, e via discorrendo. Ogni due anni, a metà ottobre, anzi prima per i test d’ingresso, tutto per loro  ricomincia uguale. Poi ogni biennio è una storia a sé, normale. Ci si affeziona più o meno, ci si incazza più o meno. È un po’ come per i menù della signora Citti. Da un paio di decenni, pare, non sono mai cambiati. Un ingrediente nuovo qua, uno in meno di là, un contorno abilmente spostato da un secondo piatto a un altro. Tutto nel segno della continuità. Un biennio si sfila, un altro che avanza, cambia il vestito, ma non la sostanza.

03/10/10

Io corro. Appena posso, se ho una mezzoretta – e soprattutto tendinite cronica volendo -, infilo un paio di scarpe da tennis e mi concedo una sgambata. In città esploro parchi, al paesello vado sempre lungo l’argine del fiume Chiani. Cambio i percorsi, perché così mi passa meglio. Il fiume muta così tanto col passare delle stagioni. È vivo. Corre con me, all’andata nella stessa direzione, al ritorno nel verso contrario. Io, invece, cambio solo abbigliamento. Oggi ero ancora in tenuta estiva, ma non durerà. L’autunno ha già mandato avvisaglie. Oggi il fiume era malinconico e stupendo. Sul sentiero, un tappeto di foglie multicolori. C’erano pecore che pascolavano lungo l’argine controllate da un montone scuro e aitante. In particolare, questi sono i giorni dei lumaconi arancioni e dei nugoli di moscerini da frutto. Entrambi ostacolano in modo diverso la mia corsa. I lumaconi si riuniscono in gruppi ai lati del sentiero, ma a volte si nascondono fra i ciuffi d’erba e non è facile evitarli. Alcuni sono lunghi una decina di centimetri, perlopiù snelli. Altri sono più corti e tozzi, panciuti. Ho sempre paura di acciaccarli. Ho un profondo rispetto per la loro vita strisciante. Di tanto in tanto, invece, un ostacolo alla mia corsa viene dall’alto. Orde di moscerini mi investono come una tromba d’aria, con quel movimento a mulinello perfettamente sincronizzato. Inevitabilmente, finisco per mangiarne alcuni. Come stamane. Mentre ne sputavo una modica quantità, ho distolto gli occhi dal sentiero. La mia scarpa è calata sopra una strana consistenza. Mi sono fermato a controllare, perché avevo capito. C’era un groviglio arancione piuttosto malconcio. Scusate, lumaconi.

01/10/10

Mi dispiaceva salutare Roma, così ho cincischiato un po’, girettando, prendendomela comoda. Sbrigando qualche faccenda. Tipo comprare un libro. “Il giornalista italiano”, mitico “bignami” o supercompendio del giornalista, indispensabile in vista dell’esame da professionista.
Così sono in auto, proprio in viale Giulio Cesare, a un paio di semafori dalla Feltrinelli, quando becco un rosso. In mezzo alla strada appare un tizio strambo. Un centinaio di chili ambulante in calzoncini da calcio e maglietta tutta impataccata. Ha una pelata bella lucida che luccica al sole di Roma. Lo intravedo fra le auto che ho davanti mentre attraversa le strisce. Si ferma in mezzo. Per un attimo immagino stia per tirare fuori il kit classico del lavavetri, e invece mi stupisce esibendo un pallone. Lo lancia in aria e comincia a palleggiare di testa. Un fenomeno, giuro. È andato avanti per un paio di minuti, lasciandomi di stucco. Ridevo, chiaro. E di gusto.
Finito lo spettacolo, è passato per le auto a ritirare il compenso. Sapevo che me ne sarei pentito al momento del parcheggio, quando mi sarebbe servito qualche spiccio per il biglietto, però gli ho dato tutte le monetine che avevo. “Sei un grande”, gli ho detto. Al semaforo seguente speravo in un’altra sorpresa. Invece è arrivato il solito lavavetri. Non avevo più niente per lui. E poi, a dover scegliere, allo stesso prezzo preferisco premiare chi mi ha strappato un sorriso. E girare col vetro sporco.


30/09710

È un periodo che ricevo chiari segnali di star lontano dagli ascensori. Prima questa redattrice dell’All news che rimane intrappolata in un elevatore del Giornale Radio ed è liberata dopo una mezzoretta di angusta e claustrofobica solitudine. Buon per lei che fosse un’ora trafficata. Poi, mentre scrutavo le agenzie, mi passa sotto gli occhi la notizia che la cosa più sporca del mondo non è la banconota, come avevo sempre pensato, ma il pulsante dell’ascensore. Tre giorni fa, monto nel mezzo e mi trovo, a sardina, con due persone che parlano di quanto gli interisti siano merde e di quanto Vucinic che ci ha purgato sia un grande. In ultimo, tornato a casa ieri notte dal calcetto e dalla consequenziale birra, un rumore sinistro mentre la cabina discendeva le guide. Ce n’era abbastanza per rinunciare, e infatti ho gettato un’occhiata possibilista verso le scale. Mentre l’ascensore arrivava, mi sono detto che non l’avrei più preso. Poi invece ci sono salito, eccome. Era tardi. E io abito al quinto piano…

28/09/10

Stamane, per strada, c’era questo vecchietto tutto azzimato che camminava lento e ingobbito. Indossava le scarpe della domenica e pantaloni con la piega perfetta. Ho immaginato sua moglie che da decenni, ogni mattina o quasi, glieli stirava. Di sicuro era diretto verso la sua missione quotidiana. Comprare il giornale, ho pensato, oppure il pane. Su una camicia chiara, il vecchio portava una cravatta rossa e una giacca scura, a quadretti larghi. I capelli radi erano lisciati indietro. Aveva orecchie molto pelose. Sul marciapiede, all’altezza del semaforo, si è fermato nell’attesa di attraversare. Accanto a noi c’era questa mamma col passeggino, che imprecava al telefono. Il vecchio, come di nascosto, si è affacciato per entrare in contatto visivo con il bimbo. A quel punto ha messo le dita a mo’ di pistola e ha fatto finta di sparare, emettendo pure il suono “pum”. Il bambino ha ridacchiato e il vecchio pure, mentre la mamma, ignara di quel gioco segreto, continuava a imprecare al telefono. Questa scena mi ha messo subito di buonumore. E ancora non mi ha abbandonato.

26/09/10

 

Ieri sera, al matrimonio del mio bassista, abbiamo alzato in cielo queste mongolfiere in miniatura con scritti i nomi degli sposi: Riccardo e Leda. Sono fatte di un materiale simil-cartaceo, e in basso c'è una piccola struttura in ferro dove agganciare la diavolina da bruciare. Ci vuole un po' per riempire di aria calda la mongolfiera, poi con uno scossone comincia a salire verso l'alto e se ne va in fuga. Ne avevamo liberate una decina. Vedere questo codazzo luminoso allontanarsi seguendo lo stesso persorso, orientati dalle medesime correnti d'aria, era davvero uno spettacolo. Eravamo in campagna, a metà strada tra Bolsena e la Rupe. Mi sono chiesto cosa avrebbe pensato un contadino della zona, sul portico a fumare, vedendo passare questi lumi alieni. Di sicuro, il giorno seguente, avrebbe raccontato a tutti, in paese, di aver visto degli ufo sorvolare la campagna di Sugano. Mi sono anche chiesto dove sarebbe finito, nella notte, il volo di quegli splendidi oggetti non identificati. Forse, il contadino che aveva sparso la voce degli ufo se ne sarebbe trovato uno in giardino, o nell'orto. Avrebbe capito, più o meno, che si trattava di una mongolfiera. Avrebbe anche letto i due nomi scritti sopra. Con nonchalance, poi, avrebbe raccolto i resti di quel volo concluso per gettarli nel secchione. Sì, perché agli amici, in futuro, avrebbe ancora parlato degli ufo che un giorno sono passati sopra casa sua, mica di mongolfiere alzate in cielo come gesto d'amore. 

25/09/10

BaschiPercorrendo l'autostrada del Sole, nel tratto che si allunga da Roma a Fabro, ci sono un paio di paesi arroccati con una parete che sporge sulla carreggiata. Uno è all'altezza di Magliano Sabina, l'altro di Orvieto. Passandoci accanto, mi viene in mente sempre la stessa immagine. Un pallone che dal paese spiove e cade tra le auto sfreccianti. Immagino questi bambini che sulla piazzetta davanti alla chiesa, oppure ai giardinetti, calciano troppo forte e fanno cadere il pallone giù dalla rupe. Questi centri abitati arroccati mi danno un'idea di precarietà; come se non riuscissero a trattenere al loro interno le cose. Come se queste dovessero essere, prima o poi, inevitabilmente sospinte verso l'esterno. Lungo la via di Settebagni, oggi, c'era un cartello provvisorio con scritto "Attenzione, animali vaganti". Mi ha fatto sorridere. Non riuscivo a figurare che tipo di animali potessero vagare per l'autostrada.  Mi piacerebbe, un giorno, vedere nei paraggi di quei paesi arroccati un cartello con scritto "Attenzione palloni vaganti". 

23/09/10

Io sono un “baricchiano”. Nel senso, Baricco, in genere, mi gasa. Non ho apprezzato “Senza sangue”, ho mal digerito la sua versione dell’Iliade, ma per il resto, digressioni sociologiche e letture narrativo-analitiche della modernità comprese – vedi i “Barbari” e “Next” – è uno dei miei autori preferiti. Una predilezione che però, nel tempo, si è un po’ affievolita. Soprattutto dopo averlo incontrato. Ho appena finito di leggere “Emmaus”, la sua ultima fatica letteraria. Ho indugiato a lungo, prima di comprarlo. Poi, dopo una recensione negativa apparsa su un giornale di destra, ho pensato che era il momento di prenderne una copia. Le prime pagine mi hanno appassionato, poi sempre meno, e alla fine ho chiuso il libro con una delusione di fondo. Alcuni dei suoi romanzi per me sono pietre miliari. Parlo di “Oceano mare”, “Castelli di rabbia”, Seta”, “Novecento”. Poi ci sono quelli godibili ma non eccelsi, come “Questa storia” e “City”. “Emmaus”, per difetto, entra in quest’ultima categoria. Lo consiglierei? Non credo. C’è troppo professorino, in quello che dovrebbe essere un romanzo. Dopo averlo “conosciuto”, non mi stupisce. Lo ricordo a Torino, alla sua Scuola Holden. Ero lì per l’esame di ammissione, nel giugno del 2008. Passai la selezione ma rinunciai perché il corso si scoprì troppo costoso. Preferii andare a Perugia, a fare la scuola della Rai. Lui, romanziere di eccezione, ci esaminò sulla lirica, e sull’immagine. Aveva questo modo di parlare un po’ saccente, quasi infastidito, da artista snob. Un professorino, appunto. In “Emmaus” ci ritrovo un po’ quel Baricco che ho incontrato a Torino. Peccato. Preferivo il sognatore poetico e romantico dalla penna che disegna visioni, anziché frasi.

22/09/10

Questi gabbiani cittadini mi affascinano. Roma ne è piena. Di notte, camminando per le strade vuote, riempiono le vie con i loro garriti striduli. Volteggiano in stormi sopra le pattumiere cittadine. Si nutrono degli avanzi di ristoranti e dei rifiuti delle discariche. Coi rostri distruggono sacchetti dell’immondizia sparpagliandone il contenuto in terra. Fanno baccano coi becchi chiassosi, mentre spiegano al volo le grandi ali. Non trovano più i pesci nei mari, non come una volta almeno, così hanno abbandonato la vita di costa per venire all’Urbe a fare i cittadini. A Roma, questi volatili urbanizzati, sono i re incontrastati dei cieli.

20/09/10

C’è questo cane, di nome Ismaele, che è veramente un personaggio. Abita a pochi passi da casa mia, a Fabro, ed è un “Lilli il vagabondo” moderno. Non è randagio, ha padroni e perfino il collarino, ma è abituato così, ad andarsene a zonzo. Chiamalo scemo! Se è a casa, di solito, è legato al garage, con pochissimo spazio di movimento. Sarebbe bianco ma è spesso molto sporco. Così il suo colore è in realtà un marroncino sbiadito. È piccolo, ha il muso col barbetto, le orecchie lunghe e le zampe di dietro piuttosto corte. Quando corre, sembra sempre scoordinato, come se avesse un  passo che non si adatta alle reali possibilità del suo fisico. Lo incontro a orari strani, in posti diversi. Sempre a rischio d’essere investito da qualche automobile. Il mattino viene spesso al negozio di mio padre, a scroccare qualche tortellino e un cannellone se gli va bene, o dal macellaio lì accanto. Fa colazione, poi se ne fugge verso le sue avventure canine. Ha amanti, sparse per il paese. Alcune hanno già trasformato in cuccioli il suo seme. Una volta, proprio perché si andava a infilare nel cancello di una casa dove si trovava una cagnetta in calore, è stato visto e riportato dai padroni che lo hanno tenuto legato per mesi. Poi tutto è ripreso secondo l’abitudine. Ovvio. Ieri sera l’ho incontrato di notte, che correva con quelle sue zampette scoordinate. Ho tirato giù il finestrino dell’auto e lo ho chiamato. Si è voltato verso di me. Una leggera scodinzolata ed è ripartito. Ismaele, il vagabondo.

17/09/10

Villa AureliaPassando lungo via Gregorio VII avevo sempre notato questo parco. Stamane mi sono deciso ad andare, versione footing. Esco di casa e respiro smog fino al cancello di quella scopro essere la classica villa romana con allegato parco. Si chiama "Villa Aurelia". Entro di corsa, mi faccio tutta la salita e mi stupisco di vedere tanti seminaristi con i loro libretti sacri in mano. Faccio un giro ma non mi sembra il classico parco da footing. Torno indietro e trovo, guarda un po', il cancello elettrico chiuso. Intorno non c'è più nessuno. Figuriamoci il guardiano. Do un'occhiata alla sistemazione delle telecamere e scelgo un posto per scavalcare il muro di cinta. Trovo un appoggio e mi arrampico. Una volta in cima, mi volto di lato e mi trovo una telecamera puntata contro. Saluto. Salto.

16/09/10

Miracolo a Trastevere. Ieri notte fila di auto parcheggiate, chilometrica, con la mia in coda. Io che da Piazza Trilussa mi avvicino e intanto noto sui vari tergicristalli "simpatici" cartoncini della municipale. Non ho fatto il biglietto. Auto ferma da tre ore e passa. Non ho scampo. Rassegnato, mi faccio gli ultimi cento metri. Le auto tutte multate. Tranne la mia, l'ultima della fila. Un mio amico mi fa notare che all'università avevamo un trucco. Mettevamo le multe trovate sulle altre auto sul vetro delle nostre, così i vigili credevano di averci già castigato e non infierivano ulteriormente. Se fosse così, sarebbe la prova della legge del contrappasso. Intanto, però, è piace.vole cullarsi nell'idea, forse illusione, di aver avuta, per una volta, una grandissima, sfacciata, fortuna..

15/09/10

Tornare in via Tuscolana è sempre un'occasione di memoria. Ieri ero da un amico, per il martedì di coppa. Partita e birra. Da piccolo, invece, andavo dai miei nonni, che avevano casa sopra la fermata metro di Numidio Quadrato. Davanti casa c'era un negozio di musica. Il mio tempio. A undici, dodici anni, calcolavo il denaro in "cassette degli U2". Di cd ce n'erano pochi, le cassette andavano ancora per la maggiore. davo una mano a mio padre al negozio di pasta fresca e lui mi dava un extra che io dedicavo, appunto, al comprare musica. Mentre arrotolavo umbrichelli, pensavo a quante cassette degli U2 mi sarei comprato. Ancora oggi ho concerti registrati forse male ma dalle copertine sgargianti. In prima media, mi presentai al primo giorno di scuola con lo zaino vuoto di libri e pieno di cassette degli U2 e del mio fedele walkman nero e rosso.
Pensate che delusione, quando ho visto che al posto del negozio di dischi c'è ora un gelataio...

13/09/10

Le ultime estati sono orfane di farfalle. Da piccolo ne trovavo a bizzeffe. A volte ne se seguivo affascinato il volo. Altre volte le inseguivo per l’orto con il retino. Ora, al limite, trovi in giro le cavolaie, quelle bianche dalle ali piccole che sembrano le sorelle racchie delle altre, multicolori e stupende. Stamani, però, mentre ero a spasso con Zac, il mio fedele pastore maremmano, ne ho trovate due, e dico due, di bellezza davvero notevole. Principesse dei lepidotteri. La prima che ho visto aveva le ali di un rosso sbiadito e struggente, con due grandi occhi disegnati sopra simmetrici uno all’altro. Quando richiudeva le ali, invece, queste apparivano nere e rugose, simili a frammenti di carta bruciata. Si è attardata un poco su un fiore, infastidita dal mio avvicinarmi continuamente, e poi si è persa nel campo fitto di pannocchie. La seconda era molto simile, sempre con gli occhi disegnati sulle ali, ma di colore giallo e nero, molto affascinante. Mi sono chiesto, infine, se fossi io, prima d’oggi, ad aver smesso di cercarle, anziché loro ad essere sparite.

12/09/10

Per la prima trasferta dell'Orvietana abbiamo calato il poker. Nel senso che siamo andati in quattro. Io, Federico, il Maestro e Toni. Due di Fabro e due di Sferracavallo. Nessuno della Rupe. Buffo, no? Aperitivo, pranzo di pesce, alle due e mezza ci eravamo quasi scordati della partita. E infatti siamo arrivati che eraUltrà Orvietana già iniziata. Lo stadio di Arezzo è enorme, per noi abituati al Muzi di Orvieto o meglio ancora al calcetto del lunedì sera. Siamo andati in curva ospite. Venti poliziotti tutti per noi. Ridevano pure loro, al nostro arrivo. "Mi raccomando, niente casini". La curva era deserta. Dalla parte opposta gli aretini cantavano senza sosta. Fumogeni, bandieroni. Roba seria, insomma.
Ci siamo messi a prendere il sole nell'attesa che in campo cominciassero a fare sul serio. Eravamo una caricatura di tifoseria. Dalla tribuna laterale, nel gabbiotto della stampa, un paio di ex colleghi alla Nazione di Arezzo mi hanno chiamato per dirmi quanto fossimo pittoreschi e per lamentarsi della loro squadra che stava perdendo 1-0 e che aveva sbagliato un rigore proprio sotto la nostra curva.
Alla fine della gara, una macchina dei carabinieri ci ha scortato fino al casello, che non si sa mai.
Ah, per la cronaca, la partita è finita in parità, 1-1, con l'Orvietana che ha sbagliato due rigori e preso un palo proprio sotto la nostra curva. Però ora non dite che portiamo sfiga...


11/09/10 ore 16.25

Ci sono giorni, momenti della nostra storia passata, che ognuno, precisamente, ricorda dove si trovava e cosa stava facendo. Vicende globalmente rilevanti, fatti topici, accadimenti che hanno cambiato il corso della storia. Verissimo. Chi, per esempio, non ricorda dove e come è venuto a conoscenza di quello che era accaduto a New York l'11 settembre 2001? Io ero a Osimo, nelle Marche, per un concorso musicale di cui non ricordo il nome. Ero insieme alla mia band, i Nonzeta. Suonavamo ancora in cinque. Io, Leo, Riccardo, Massimo, e Yari. Ero partito da Perugia, dove frequentavo l'università e abitavo con la mia ragazza di allora. Gli altri mi avevano raggiunto da Orvieto, per partire assieme.
Arrivati a Osimo, ci eravamo fermati in un bar al centro del paese. In tv passavano le prime immagini dagli Stati Uniti. Le Torri gemelle in fumo. La disperazione e l'incredulità dipinta sui volti degli americani. Le facce contrite dei cronisti. Gli avventori commentavano quelle immagini provenienti da un altro mondo. Io, al tempo, non sapevo nulla di Al-Qaeda, terrorismo, non avevo idea di chi fosse il presidente americano né sarei riuscito a indicare New York in una cartina geografica. Sembra trascorsa un'eternità.
Quella sera non suonammo. Il concorso fu rimandato al giorno dopo proprio per quello che era successo a New York. Non riuscivo a comprendere come un avvenimento così lontano potesse influenzare la mia vita. Cenammo in un pub di Osimo, poi tornammo io a Perugia e gli altri a Orvieto. Ritornammo il giorno seguente. Non vincemmo il concorso, però suonammo da dio; ricordo che una giurata salì sul palco e mi diede un bacio, scusandosi per non essere riuscita a farci arrivare in finale; in platea c'era anche un produttore, Antonio Piazza, che ci propose di registrare un disco nello studio che stavano avviando a Senigallia: il Red House Recordings. Il primo album dei Nonzeta, "Quello che conta" nasce così, nel weekeend tra l'11 e il 12 settembre 2001. Un pezzo di quel disco, che s'intitola proprio come questa specie di blog "Mi passa per la testa" parla proprio di quel giorno di nove anni fa. Sì, sembra proprio che da allora sia trascorso un secolo.


11/09/10 ore 04.30

Lollo era stracotto. Giuro, si addormentava ovunque, pure al Club degli Artisti. Mario scroccava birre all'Init del Pigneto, quella forte, doppio malto, trappista al cento per cento. Che spettacolo. Abbiamo provato in varie lingue. Francese, spagnolo, inglese. Era chiaro che eravamo a fine serata, ridevamo di noi stessi. Lollo dormiva, intanto. Cotto da far schifo. Allora, caritatevole, l'ho portato a casa. Mentre dormiva, ho messo su i Part Time Sofà, autocelebrando la solitudine di chi guida con un passeggero insonnolito. Il problema è sempre evitare la tangenziale est, chiusa dopo le undici di sera. Ho preso per il centro, sono finito a Palazzo Grazioli. Sbirri che mi guardavano storto, giustamente, ero pure senza targa. Ho fatto il giro del palazzo, il navigatore perso, maledetto. La patente sempre più a rischio. E il presidente del consiglio? Dormiente, senz'altro. Con la D'Addario di turno. Lollo sempre mezzo addormentato, ostentava ottimismo. Sulla patente, dico. Alla fine scopro che abita vicino casa mia. Un paio di chilometri. Uno sputo, per Roma. Chi l'avrebbe mai detto? Mi sono fermato per un caffé, giusto per avere più rincorsa. Un bar aperto alle 4.23: miracolo. Ora sono nella mia singola di via Marcello II. A un passo da San Pietro. Bello, no? Notte mondo.

10/09/10

Ieri sera, al Celio, vicino al Colosseo, i giovani virgulti della destra (Azione Giovani) hanno invitato alla loro festa Atreyu (nome preso da quello del protagonista de "La storia infinita"), il cantante di sinistra Max Gazzé. Dopo il concerto, si sono scatenati a pizziche e tarante, innaffiando le proprie danze con vino rosso a un euro. E accompagnando il nettare nero con la destrorsa piadina romagnola. Se avessero cotto pure qualche fegatello, e contestato un sindacalista, magari tirandogli un fumogeno, avrei creduto d'essere alla Festa democratica di Torino.

09/09/10

«Cara, il tuo cuore non investe più nella nostra relazione».
«Caro, io sono una banca di sentimenti, ma in tempi di recessione affettiva…».
«Cara,le mie passioni non sono mutui subprime, che cedo a chiunque, così, senza garanzie. Ti giuro che sei l'unica».
«No, tu sei un evasore sentimentale, l’affetto che mi dovevi è tutto su conti off-shore».
«Cara, credevo il nostro amore fosse un contratto a tempo indeterminato. E invece eccomi qua, un cuore cassintegrato».

04/09/10

Il Papa ha detto ai giovani che l'importante non è il posto fisso ma la fede in Dio. Beh, detto da uno che il posto fisso ce l'ha a vita...

 

 


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