La Gelosia

La Gelosia

di Gabriele Martelloni
(
Racconto del 2006, giunto secondo al premio nazionale L'Angelo)

Recensione della Giuria del Primio "L'Angelo": La gelosia, di Gabriele Martelloni, si vale di un linguaggio spigliato e quotidiano, di notevole impatto ed efficacia, per rendere un intreccio avvincente e spassoso. L'azione è resa con realismo "boccaccesco" e sviluppa il tema della gelosia, trattato sul versante tragicomico e in chiave di nemesi giocosa. In tal modo, vittima e colpevole finiscono col coincidere evidenziando come i confini del dramma e dello scherzo siano labili e indecifrabili.


Ciclicamente, e per diverse eco, la gelosia faceva capolino, con occhio sbarazzino, e mi stordiva rapida, in uno schiocco di dita. Costretto nel perimetro periglioso dell’istinto, sembravo bestia priva di raziocinio. Allora armeggiavo tra i flutti impervi di una specie di sogno, audace e stolto, alla maniera del sonnambulo che si piega mansueto a una volontà recondita, imperscrutabile. Avete presente una marionetta? Eccomi qua, né più né meno, primordiale e senza riserve, natante di un oblio di cartapesta, in balìa del sommo burattinaio celato nelle segrete delle mie inclinazioni profonde.
Da quando Dafne mi aveva lasciato, ero addomesticato a un appuntamento fisso. Ogni sera lei staccava alle undici dal suo impiego giornaliero presso il bar della stazione di rifornimento del paese, appena fuori dall’imbocco dell’autostrada, un bugigattolo che faceva caffè di merda e vendeva ancora sigarette sfuse. Nonostante tutto, in quanto logistico, il viavai all’interno era pressoché continuo. Davanti all’entrata principale c’era un ponteggio piazzato lì da una sedicente impresa edile e stazionario da tempi immemori, che nascondeva un costrutto incompiuto, arresosi infine al diniego di erigerlo. Alle dieci e tre quarti ero già sopra le assi dell’impalcatura a consumare il mio delirio quotidiano, spiando senza essere scorto i dettagli di fine lavoro di Dafne.
Non ero solo.
C’era infatti chi era più risoluto e meno riservato di me: il vecchio Barnaba Caradonna. Costui era un’arzilla cariatide del posto, praticamente un senza tetto, e se ne stava qualche metro più sotto, completamente immerso nelle acque torbide dell’ubriachezza molesta, pedinando a sua volta le mosse del miraggio amoroso di turno. Niente di cui stupirsi: i suoi cicli di frégola monogama erano ben noti e altrettanto temuti da tutte donzelle più avvenenti del circondario. La sfortunata del momento, in auge perlomeno fino a quando Barnaba non si fosse dimenticato d’esserne infatuato, era nientemeno che Sara, l’amabile collega di Dafne. Bionda e formosa, allettante e speciosa, era senz’altro un bocconcino prelibato; ma per quanto il suo nome fosse caro alle ambizioni di molti, restava in uno stato contemplativo e quasi mistico di  ferma inavvicinabilità. Barnaba non era uno che si scoraggiava facilmente: a modo suo era un incorreggibile romantico.
 Tra me e lui vigeva un’inoppugnabile legge di coesistenza: totale indifferenza reciproca e ognuno per i fatti suoi. Parole da spartire? Giammai. Per dirsi cosa poi? Chili di vane parole da evitare? Meglio lasciar perdere. Sconsiderati sì, ma anche ragionevoli, all’occorrenza.
Fu così per qualche giorno. Poi, una sera che l’alcool sgroppava allegramente nell’ippodromo delle sue vene all’etanolo – vale a dire una sera qualunque di quelle che gli furono concesse –, la mia controparte decise di contravvenire inspiegabilmente al patto silente che ci accomunava. Io ero arroccato nei recessi protetti della solita postazione, del tutto concentrato sulle movenze della troia fedifraga che armeggiava sicura con il registratore di cassa. Barnaba era altrettanto solerte, appostato come un falco, e sembrava fregarsene altamente di qualsiasi cosa avesse forme diverse da quelle sinuose e invitanti di Sara. E d’altronde, come dargli torto?
 Improvvisamente un’imprecazione ispirata ascese fino all’avamposto che occupavo.
«Ma è mai possibile che quest’uccellaccio si debba appollaiare sempre qua sopra? Un giorno o l’altro finirà col cagarmi in testa!».
Stoccata dritta a destinazione, la sua, touché. Nell’indifferenza del mondo potevo pure annacquare la mia consapevolezza di follia, più o meno ignorandola, ma ora? Il disonesto m’aveva gabbato, davvero. Attesi che l’eco della sua voce gracida da avvinazzato si stemperasse pian piano, e infine, con calma estrema, realizzai. Eh già, perché una volta raggiunto dalla sferzata pungente, il velo come per miracolo si tolse, cadde a terra, e mi sentii di colpa un idiota; non per questo meno ligio alla missione, sia beninteso, ma pur sempre un idiota.
Avevo pure altre grane. Il solo pensiero che tra qualche minuto si sarebbe materializzato il re del tete-à-tete, sua maestà del vis-à-vis, l’imperatore del bon ton, insomma il nuovo ragazzo di Dafne, mi faceva letteralmente spruzzare di acredine.
Il copione era bello che scritto.
 Lui si sarebbe esibito nel solito ingresso trionfale con il suo fuoristrada ultimo modello rosso fiammante dai cerchi in lega e dallo stereo perennemente a palla; il motore rombante avrebbe annunciato il suo arrivo come il fulmine fa con la pioggia, poi, una volta  ormeggiato il bolide davanti all’entrata, ne sarebbe sceso con sicurezza sprezzante. Lei, istantanea come un  riflesso, gli sarebbe corsa incontro stampandogli un caldo bacio di umido rossetto su quelle impalpabili labbra d’ermellino. In quel momento avrei sentito dolore: nudo e pieno, ma solo per un attimo. Furtivamente sarei scivolato fuori dal ponteggio brandendo le chiavi del vecchio Maggiolone come se fossero state armi efferate. E via all’inseguimento.
Sapevo tutto circa la routine del loro rapporto. Monotonia assoluta e scevra d’imprevisti. L’abitudine eretta a sistema. Un immutabile canovaccio che si confermò pure la volta che Barnaba sfregiò irrispettoso il nostro patto taciturno.
Messomi al volante, mantenei una distanza di sicurezza tale da non farmi scoprire. La destinazione era un luogo che conoscevo più che bene: casa di Dafne. Quando fui certo che fossero già saliti, mi avvicinai a fari spenti nei dintorni di quell’abitazione che per lungo tempo era stata anche la mia. Conoscevo ogni centimetro del posto, e sapevo a menadito i punti adatti per meglio scrutare la loro intimità. Acquattato dietro ai fasti di un pioppo silenzioso, attesi dunque che lei fosse uscita dalla doccia.
Ero un torvo avvoltoio avvolto nella volta volubile delle tenebre.
La finestra del bagno semiaperta mi consentiva persino di sentire lo scroscio diligente dell’acqua, e la voce stonata di Dafne che intonava un’improbabile hit del momento. Finito lo strazio canoro mi concesse nudità senza pudore. Si avvicinò allo specchio e per un attimo sparì dalla visuale. Quando riapparve aveva in mano un piccolo pettine che usò per acconciare l’intricata peluria sul monte di Venere. “Sgualdrina!” pensai con tutte le forze. Chissà se aveva mai fatto lo stesso anche per me? Una risposta negativa avrebbe potuto fare male, e in un lampo mi convinsi che fosse proprio così. Intanto due schizzi di profumo scesero in gocce minime fino alle sue calde cavità. “Questo è veramente troppo!” convenni mestamente rifacendomi al MUDAF ( “Manuale Universale Dell’Amante Ferito”).
Quindi si mise una sottana bianca e aderente di pizzo che mi fece vacillare ulteriormente; di sicuro era nuova, o almeno con me non l’aveva mai indossata. Sistemò anche i capelli in modo che sembrassero più selvaggi, si concesse un’ultima sbirciatina allo specchio, e poi uscì caparbia dalla toletta: fu il nulla profondo per le mie palpebre annichilite. In preda a un livore accecante strisciai fino ai bordi del lato attiguo della casa, portandomi appena sotto alla finestra della sala da pranzo. Lei amava quella stanza. Il sesso vero si faceva là. Sul tavolo, in terra, rotolandosi sui tappeti o contro le pareti, non c’era alcuna differenza. Feci appena in tempo per gustarmi le prime schermaglie amorose: la maglietta del bellimbusto volò quasi subito in un punto imprecisato della sala, le mani di lei esplorarono ansiose il torace di lui, la bocca seguì. Venni infine risparmiato dalla visione del damerino mezzo nudo quando questi si accasciò sul divano per consentire a Dafne di esprimersi nel linguaggio universale della fellazione, opera magna della suddetta, e dalla quale - posso affermarlo con coscienza di causa - non potevano che scaturire ottimi godimenti. Tra l’altro ebbi l’onore di assistere a una delle rappresentazioni più riuscite in materia. Niente da dire, da rimpiangere forse, la cara Dafne era una vera star. “Troia maledetta”! “Frocio impotente”!, biascicai fra i denti.
Mentre fuggivo in ritirata ingloriosa ebbi il lampo di una percezione suprema ed esatta. Accelerai quindi il passo fino a raggiungere la mia vecchia carcassa in lamiera. Dall’interno della bagagliera estrassi la cassetta degli attrezzi e ne scelsi uno decisamente appuntito. Breve occhiata alla notte e poi dritto verso l’acme delle preoccupazioni momentanee: quante ruote bucargli? Decisi che nell’incertezza gliele avrei forate tutte. Fu proprio in quell’istante che una gioia perversa mi percorse con scariche di sadica soddisfazione. Così andai giù con il primo affondo: “Questo è per quello che avremmo potuto essere insieme”, poi il secondo “Questo è perché sei soltanto una lurida troia sifilitica”, e infine gli altri a seguire. Avevo occhi infernali.
 Perso nei fumi di quella perniciosa eccitazione rischiai un eccesso di zelo nell’opera di distruzione. Riuscii a stento a contenere le mie pulsioni da cavernicolo, e solo allora convenni a ritirarmi fra le quattro mura della mia abitazione per trangugiare in ampie sorsate fiotti di meritata vergogna. Ma non fu l’unica avventura notturna del genere, e tanto meno l’ultima.
 Dopo quella sera pensai seriamente di aver toccato il fondo ma in realtà, la mia, non era che una pia illusione. Nei giorni successivi riuscii, di fatto, a dare il peggio di me. La follia senza scopo che guidava ogni mia azione di quel periodo era un concentrato di rigorosa stupidità e spontanea crudeltà. Vieppiù, il fatto che conservassi ancora una copia delle chiavi di casa di Dafne influì non poco sull’acuirsi di questa stoltezza sconsiderata. Entrare nel suo feudo e frugare i segreti adagiati in esso era l’unico punto di contatto che avevo ancora con lei, oltre a spiarla quando possibile, naturalmente. Sapevo tutto della sua nuova convivenza: quello che mangiavano, dove, come e quanto trombavano, i regali che le faceva il mio antagonista e la marca di preservativi che usavano.
Avevo imparato a conoscere il lato oscuro dell’odiato cicisbeo e me ne pascevo abbondantemente, articolando speranze di futuri e analoghi riscontri da parte della mia indimenticata ex. Intanto, nel corso di un’attenta ricognizione del bagnetto, avevo scoperto che il vagheggino dei miei stivali pisciava fuori dalla tazza. Il bordo del water non mentiva: tavoletta alzata e dinamiche incrostazioni di urina rappresa qua e là. Non che io non l’avessi mai fatto, intendiamoci, ma era comunque una cosa da non sottovalutare; soprattutto visto che Dafne si imbestialiva letteralmente per quella che soleva definire una vera e propria mancanza di rispetto.
E poi, cosa ancora peggiore, leggeva valanghe di volumetti della serie “harmony”. Sul comò della camera da letto c’era una pila ragguardevole di quelle melense letture che non appartenevano di certo alla nostra comune amata. Un uomo quello? Pfui. Semmai un finocchio, altro che! Magari latente, ma pur sempre un ricchione. Mi sollazzavo al pensiero lo fosse. Che presto Dafne avrebbe realizzato il potenziale di effeminatezza di colui che quotidianamente le entrava nelle mutandine; così, mi dicevo, l’avrebbe scaricato rimpiangendo l’unico vero uomo della sua vita: che ero chiaramente io. In completo visibilio per quella visione celestiale mi misi a sfogliare distrattamente le pagine di un “harmony” intitolato: “Il ragazzo copertina” – oh santi numi! - quando mi raggiunse il clangore di una chiave che rovistava nella toppa della serratura.
Panico completo.
Con un balzo felino da spigliato ginnasta precipitai sul parquet, dove rotolai come una palla da boowling fin sotto il letto a una piazza e mezzo. I due erano in anticipo, e di lì al grottesco fu solo un istante. Dafne e il suo favorito fecero tappa immediata in camera da letto, e le loro effusioni giunsero dall’alcova al mio nascondiglio a guisa di risate e voluttuose allusioni. Me tapino! Pochi minuti più tardi era in corso un libidinoso ciuga-ciuga che faceva corrispondere a ogni impetuoso molleggiamento del materasso un’imperiosa testata del sottoscritto sulle piastrelle sottostanti. A loro l’estasi e a me il dolore. Esiste una punizione peggiore di questa? Ne dubito. Senza contare che ci diedero giù, eccome! Dagli e dagli, a furia di capocciate, ero talmente sconvolto e in stato confusionale che fui lì lì per affrontare il pubblico disprezzo rivelandomi ai due contorsionisti del sesso che mi sovrastavano; a frenarmi dall’intento fu solo l’immorale consapevolezza di poter sperare in una ulteriore possibilità di vendetta.
Ero precipitato nel fondo più profondo, e la rivalsa era l’unico paracadute in grado di attutire la caduta che mi infliggevo. C’era pure dell’altro. L’ardire sottocoperta del mio antagonista sembrava aver fatto decisamente breccia nella bramosia amorosa di Dafne, tant’è che lei non mancava mai di farglielo notare, adducendo peraltro rovinosi paragoni che mi vedevano regolarmente nel ruolo dello sfigato. «Oh, questo non me lo faceva mai!», «Tu si che sei un vero uomo, non quell’invertebrato con cui stavo prima!», «Dimmelo che sono la tua troia!». Oh, pensai, finalmente la parola magica. Mi resi conto che nonostante tutto avevamo ancora molto in comune. A causa di qualche astrusa combinazione astrale stavamo infatti riflettendo entrambi sul fatto che fosse una troia, come poteva essere solo un caso?
 Surclassato e umiliato, contuso e vilipeso, attesi atterrito il concludersi della copula.
 Quando il kamasutra non ebbe più posizioni da suggerirgli, il mattino mi fece un cenno insperato dalle serrande semichiuse, portando con sé un po’ di coraggio per le mie stanche membra. Così, quatto quatto, sgattaiolai alla chetichella lasciandomi dietro rancore a iosa. Inutile dire che a lavoro feci schifo. I colleghi mi guardavano con un misto di curiosità e disprezzo e il capo mi fece una lavata del medesimo nel momento in cui mi colse a sonnecchiare davanti allo schermo impassibile del personal computer. Giornata di merda. Ma non per questo mi scoraggiai. La tigna, insieme alla calma, è senz’altro la virtù dei forti. Così, dopo un’inesauribile pennichella pomeridiana, mi ritrovai nuovamente nei paraggi della casa del peccato. Stavolta non ero nemmeno sicuro dell’ora in cui sarebbero tornati ma, in preda a una sorta di misticismo fondato sui pilastri dell’ira e della rappresaglia, mi scoprii a bissare lo stesso percorso del giorno precedente.
La casa era avvolta in un silenzio assordante.
Per scaramanzia evitai di intrufolarmi nella camera da letto e girai così per le stanze in cerca di un tiro birbone da giocare alle mie vittime predilette. Giunto in cucina aprii il frigorifero e frugai il frugabile. Fu in quel mentre che un’illuminazione felina scese repentina a darmi ispirazione. Un minuto dopo ero lì che pisciavo beatamente dentro una vaschetta di sugo alla puttanesca cercando di colpire con il getto le olive sparse, e irrigando così la salsa al pomodoro già di per sé acquosa. Intanto fischiettavo. Avevo preordinato sul tavolo della cucina alcuni vasetti aperti presi dal freezer. Quindi vi sgrullai con sollazzo crescente il mio valoroso augello impenitente, depositando qualche goccia di calda urina su ognuno di essi. Finito il lavoro mi sentii svuotato, e non solo a livello di vescica. Un vago senso di piacere irridente avviluppava in una morsa soffocante l’intero spettro del percepire, appagandolo. Così salii sul Maggiolone che attendeva paziente in sosta e me ne andai in centro a comperare un disco da “Musica e Musica”. Ogni volta che mi sentivo in vena di festeggiamenti, perenne come un tic, acquistavo infatti un nuovo cd.
Durante il tragitto canticchiai un insulso motivetto fregandomene del traffico. Ero di buonumore. Parcheggiai appena sotto alle mura della città e m’incamminai fischiettando sui ripidi scalini che s’arrampicano fino al centro. Davanti all’ingresso del negozio un barbone mi chiese una sigaretta, gliene lasciai due. L’interno del locale era rassicurante. Una melodia soffusa riempiva le casse sparse per la sala dandomi una specie di pace pervicace. Mi chiesi quale fosse l’umore da glorificare con una spesa musicale appropriata. Quindi scartai il reparto indie rock e ignorai altrettanto risolutamente la new wave. E’ risaputo che odio la dance. A volte comprendo la fusion ma diffido in genere del jazz. Insomma, tirate le somme, sono il classico cliente che odiano i commessi: indeciso, vagamente impossibile, ovviamente cagacazzi.
Spinsi a fondo il soliloquio, valutai, scelsi infine di ponderare con attenzione le nuove proposte underground, ripromettendomi solennemente di cedere al primo nome che mi fosse suonato perlomeno come “esotico”. Trovai conforto in un’autoproduzione scandinava. La ghermii. Piuttosto soddisfatto ciondolai fino alla cassa con invidiabile nonchalance. Fu lì che il destino mortificò la mia pretesa di fermezza. La donna che ritirava lo scontrino dopo aver corrisposto il contante richiesto era nientemeno che il mio dolce amore violato. Lady Dafne in carne, ossa, zigomi da scandinava, e nuova pettinatura: con tanto di frangetta spiovente e un luccicante fermaglio per trattenere chioma ed evidenziare al tempo stesso la diafana collottola. Lo sguardo mi si perse proprio fra le pieghe lievi di quella nuca bianca da accarezzare. Quante volte avevo seguito quel percorso con le dita? Infinite, mi dissi. Poi vidi con stupore la mia mano chiudersi in presa decisa sulla scapola di lei che si voltò altrettanto sbalordita e prese a sondarmi curiosa. I suoi occhi frammisti ai miei. Mi abbracciò senza sconti e pencolai. Un misto di colpa e vergogna gigioneggiò fino a riempirmi, e allora dovetti foderarlo sotto un sorriso incompiuto, falso come una banconota del monopoli,
«Allora, che mi dici?» profferì lei per prima.
«Tutto alla grande. Stavo appunto festeggiando», risposi cercando il tono.
«Ah già, quando sei su di giri santifichi il momento con un nuovo cd. Che ti compri stavolta»
«Una robetta “noise”. Rumore, approssimazione, voci catarrose e cose così».
«Sembra un ottimo acquisto».
«Beh direi proprio di sì. Tu invece? Anche tu festeggi?».
«In un certo senso. Sto cercando un regalo musicale».
«Per mister fuoristrada?».
«Anche fosse?«.
«Niente, mi è venuta così, spontaneamente. Non mi ha fatto filtro».
«In che senso?».
«Tipo quando un pensiero ti scivola fuori dalla bocca senza essere stato vagliato in alcun modo dal buon senso. Manca il filtro, capisci? La procedura è simile a quella del riflesso».
«Mmmh… A ogni modo non è affare tuo. Ma non mi pare il caso di litigare, in fondo non ci vediamo da un sacco di tempo. Che fai adesso?».
«Nella vita?».
«No, in serata».
«Credo che andrò a casa a confezionare un frugale pasto improvvisato alla “quello che c’è”».
«Sei messo male in dispensa?».
«Diciamo che ultimamente non sono stato particolarmente accorto nelle provvigioni».
Mi fissò per un istante lungo come un dispiacere, poi si diede al propositivo, con occhio languido.
«E se venissi da me? Qualcosa rimediamo. E poi non mi va di cenare da sola».
Neanche dieci minuti più tardi eravamo da lei. Mi trovai a considerare il fatto che l’ultimo a uscire da quella porta ero stato proprio io. Un ghigno perfido comparve subitaneo.
«Accomodati in sala»,  disse lei vagamente giuliva.
«Come no», Le risposi acquiescente.
Appena sprofondato nei meandri dell’ampio divano della sala da pranzo un indizio di novizia cognizione si fece largo allertandomi. Rinvenni la scena di qualche sera prima. Mi volsi alla finestra incredulo. Ero finito esattamente nel loro lembo privilegiato per l’accoppiamento. La topografia della finestra non mentiva. Stupito e schifato mi alzai di scatto.
«Che succede?» disse lei entrando puntuale nella sala.
«Niente, mi sono appena ricordato che ho lasciato le sigarette in macchina, scendo un secondo a recuperarle». – inventai sul momento.
«Ma figurati, prendi una delle mie, anzi, perché non fai su una canna mentre io preparo il pranzo?, l’occorrente lo trovi nel solito posto».
Detto questo s’avviò ai fornelli spostandosi indietro una ciocca di capelli ribelle. Compresi la magnitudine del gesto allegandolo alle cadenzate fluttuazioni del suo culo illustre che s’allontanava, tenue come il sole all’orizzonte nei fastigi del crepuscolo. Poi, appena ella sfuggì alla visuale, mi rassegnai comprensivo a farne momentaneamente a meno. Niente m’era parso mai così esclusivo.
Procedetti spedito verso il “solito posto”. Questo era il cassettino di un “porta cd” in legno lavorato che avevamo comprato io e Dafne un paio d’anni prima in una delle rare vacanze per le quali eravamo riusciti a trovare compromesso. Riviera adriatica: una settimana di sesso, litigi e incomprensioni (non necessariamente in quest’ordine). All’interno del cassetto c’era il necessarie completo del “piccolo rollatore”: due pacchetti di “smoking oro” avviati, una collezione di ricevute del pagamento al casello autostradale – ideali per confezionare filtri di qualità – piccolo cyloom marmoreo - retaggio anch’esso di un comune viaggio - e, dulcis in fundo, un pezzetto di nero fumo della grandezza di un pocket coffee. Presi il minimo indispensabile e principiai. Le mani sudavano e la cartina scorreva male, tant’è che al momento di chiudere la mista “a bandiera” mi accorsi di quanto fosse peccabile il risultato dei miei sforzi. La sigillai con saliva copiosa e scossi la testa prodigo d’insoddisfazione. Non per questo mi peritai d’accenderla. - Valà che la canna deve essere bella dentro - mi consolai in barba agli esteti intransigenti del “rollo”.
Ultimata la transizione trangugiai boccate di THC fino ad ammansirmi. Mossi placido verso la cucina dove Dafne stava salando l’acqua della pasta. Come cuoca non era mai stata un granché, pensai.
Allungò meccanicamente due dita fra le quali incastrai prontamente il prodotto bazzotto della mia recente lavorazione. Dopodiché iniziai a rovistare nei cassetti per reperire il necessario all’apparecchiatura della tavola. Lei parve apprezzare e mi sorrise benevola.
«C’è una bottiglia di vino rosso dentro la busta per la spesa, mettila in tavola», m’ingiunse la cuciniera.
Obbedii. Ma feci anche un passo ulteriore stappando con schiocco a seguire la sommità della bottiglia suddetta. Indi, ne versai parte del contenuto nei due bicchieri che avevo posizionato in tavola. Sembrava buono. Mancava solo un po’ di musica, così tornai verso il “porta cd” ed estrassi da uno scomparto ciò che al momento ritenevo musicalmente più appropriato: Massive Attack. Lo stereo sparò un volume eccessivo che stemperai abbassandolo opportunamente. Ogni nota raccontava un qualcosa che ci riguardava e tutto ciò mi affraliva. Pessima scelta. Stavo quasi per cambiare il sottofondo quando Dafne sopraggiunse e mi bloccò il ghiribizzo.
«Ottima scelta – disse – mi hai letto praticamente nel pensiero».
Mi passò la canna consunta e ne aspirai avidamente le ultime possibilità. Giunto al filtro sentii un pessimo sapore e un calore eccessivo sulle labbra. Sicché spensi ragionevolmente il residuale sul fondo del primo posacenere che mi capitò a tiro.
«Allora? Hai fame spero», disse Dafne.
«In effetti un certo languore lo sento. Che c’è di buono?», rilanciai.
«Sorpresa. Nel frattempo che la pasta si cuoce potremmo però fare un brindisi, che ne dici?».
«Perché no… agli incontri occasionali?», buttai là.
«Agli incontri occasionali e alle cene estemporanee», puntualizzò lei.
I bicchieri tintinnarono e i nostri sguardi s’incontrarono perché così si fa. Lei svicolò nuovamente nella stanza attigua per rimanere fedele alla consegna dello scolar la pasta e così, frattanto che scomparve, mi concesse una simil-tregua da permutare in modalità introspettiva, per cercare intimamente di capire la gelosia. Già, cos’è in fondo questa vile tenaglia? E’ il cul-de-sac dell’amore o la fiamma incesa che lo ravviva? E in qual misura? Intanto è una tormentosa ansia che sa tanto di rosura interiore, un’imponente glorificazione dello specifico che ci rende schiavi semi-permanenti della particolarità. E’ un dolente deliquio, che al tempo medesimo ci costringe a fare i conti col dettato dell’imperfezione e dell’impulso.
Nella mia vita ero stato spesso geloso. Mai comunque all’inizio di una relazione, quando la fiducia è d’obbligo e il dubbio non si palesa ancora. La gelosia è infatti una passione sonnolenta, che prima di erompere si carica per bene a molla, e che spesso coglie di sprovvista il beneficiario proprio per quest’attitudine all’estemporaneità. La gelosia va covata, schiusa e poi esposta. Se fosse paura ne prenderemmo volentieri un sorso, ma non sublima, e resta solamente un timido timore da serbare. Per questo la disprezziamo, perché rimane incompiuta come una mèsse non mietuta, o come un abito acquistato e subito dismesso. E non desta stupore ch’io acconsenta al suo terrore, giacché anche questo sa farsi amare. C’è tutta una vita da ammansire con tanto di tenebra e lucore, e la gelosia si perde nella prima, impossibile da nobilitare.
Fu Dafne a smorzare questo mio resoconto di un’emozione, sopraggiungendo con una padella fumante bell’e pronta da intavolare.
«Eh voilà», disse altèra e superba insieme.
Una volta seduto, un’ipotesi funesta mi scosse con la sua mira di concretezza. Sbirciai il ripieno della padella con crescente apprensione e indomito sospetto. Quando realizzai il sofisticato destino che m’attendeva nelle cavità di quei tortiglioni rigati, mi sfuggì un sospiro affranto. Lei lo colse e mi chiese innocente:
«Qualcosa non va?»
«Niente», risposi con scarsa convinzione.
Chinai la testa, francamente impossibilitato alla missione di guardarla in viso. Così decisi di adeguarmi alla sacra legge del contrappasso, e armato dell’utensile da pasto iniziai a rimestare, soppesare, internamente imprecare e infine a imboccare rassegnato forchettate intere del mio cupo misfatto. Alla preparazione del sugo, a sua insaputa, avevamo contribuito entrambi e ora, mentre io inghiottivo rapido le olive incriminate, lei non poteva che fare altrettanto. Se anch’ella allegò smorfie di disgusto al suo mangiare, questo non lo posso rimembrare; io ero a capo chino, smorzavo col vino, annusavo vapori acri e pungenti ch’erano scorie fumose delle mie azioni precedenti. Fu una lunga cena, un supplizio di bocconi incommestibili, ognuno dei quali era al contempo una testimonianza culinaria e sociologica insieme: eh già, in quel mentre ne fui certo, la gelosia, edera nera che occlude le vie del cuore, possiede pure un brusco sapore.

FINE


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