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Mi Passa Per la Testa (simil-blog)
22/02/2012
Il paradosso è che si è più ingiusti con chi ha meno difese. Con chi ha risorse in quantità viene più facile soprassedere sui difetti, lasciar correre sui torti, perdonare un errore, essere amichevoli. Ci pensavo oggi vedendo quel tizio grasso che correva qualche metro davanti a me in attesa che lo raggiungessi, superassi, doppiassi. Era caracollante, sofferente, incongruo nella tenuta da footing, debordante nella maglietta rorida. Gli altri due che correvano tra me e lui, e che superandomi avevano lanciato un cenno di saluto complice, nei confronti del ciccione avevano solo risa di scherno. Mentre gli si facevano sotto, lo sfottevano, dandosi il gomito. E passandolo hanno accelerato, come per fargli vedere il vero modo di correre, senza accennare un minimo saluto. Ora, vabbè che ‘sti due erano chiaramente un bel paio di stronzi, però non mi pare che in genere funzioni troppo diversamente da così. Basta guardare l’insofferenza della maggior parte delle persone nei confronti dei venditori di rose, dei lavavetri, di chi chiede abitualmente l’elemosina.
E poi, tornando al nostro corridore panzone, mi viene anche da pensare che uno come lui sia ancora più deriso e odiato se cerca di superare in qualche modo la sua condizione, e segnatamente la ciccia in eccesso. Come se ci aspettassimo che chi ha meno difese rimanga per sempre indifeso, così da permetterci di sentirci superiori, così da lasciarci esercitare un poco nel talento dell’essere ingiusti.
21/02/2012
Guardavo le infradito, sperse nell’armadio, e il mio era un occhio completamente diverso, c’era un certo possibilismo. D’inverno nemmeno le notavo, anzi, mi facevano rabbia. Il primo sole dà alla testa, certo, ma scalda anche il cuore. E allora me ne sono andato a passeggio per le strade assolate, occhieggiando anziani sulle panchine a fare le lucertole. In giro indossavano tutti i cappotti e le sciarpe, perché alla primavera bisogna darsi con un certo tatto, evitando le sbandate frettolose, però coglievi in ognuno un prurito dovuto all’abbigliamento, un’insofferenza per il proprio vestiario, la voglia di gettare tutto il guardaroba invernale nel primo cassonetto. Dopo un inverno breve ma brusco, ho annusato la primavera ieri, per la prima volta, quando uscendo da lavoro c’era ancora un po’ di sole. Un fiotto di luce gentile, che stana il buonumore. L’accorgersi delle giornate che si allungano è una delle cose per le quali vale la pena essere al mondo.
19/02/2012
Non se ne parla, eppure è un personaggio epico, portatore di una storia che merita attenzione. Si chiama Khader Akdan ed è un ragazzo palestinese. Un militante della jihad. Per i suoi trentatre anni ha scelto di mettersi in croce da solo. Sono sessantaquattro giorni (64) che per protesta ha smesso di nutrirsi. Contro cosa protesta? Contro l’ingiustizia di una detenzione senza un formale atto d’accusa e la brutalità dei suoi carcerieri. Khader è un palestinese prigioniero nelle carceri israeliane. Ha due figli e un terzo in arrivo. È stato arrestato nel dicembre scorso a Jenin e non gli è stato concesso alcun processo, nessuna possibilità di difendersi, non conosce nemmeno le proprie imputazioni. Si sta lasciando morire. Se non interromperà subito lo sciopero della fame potrebbe non arrivare alla fine della settimana. I media sembrano ignorare la sua vicenda.
18/02/2012
Dopo l’ennesima sconfitta di questo scorcio di 2012 calcistico già da dimenticare, un commento sull’Inter mi tocca farlo. Intanto dico che il vero interista sa bene che questo momento sarebbe arrivato dopo la sbornia di vittorie degli ultimi e che ha in sé gli anticorpi per non farsi investire dallo sconforto. Siamo una squadra pazza, che tocca il fondo e poi raggiunge picchi. Periodi come questo sono fisiologici per l’Inter. Tocca rassegnarsi e aspettare che passi. In fondo, il vero interista si sente ancora più attaccato alla squadra quando questa prende sberle incomprensibili come quelle di questi tempi. Siamo nati per soffrire.
Però, Ranieri con noi non c’entra proprio un bel niente. Il vero interista è fondamentalmente mourinhano. A noi ci piace quel tipo di allenatore, e i vari Gasperini, Ranieri, Leonardo possono solo distrarci con rapide infatuazioni, non avranno mai il nostro amore. Specie Ranieri, che di Mourinho era il rivale perdente. Il coro di ieri allo stadio per Josè non era mica per nulla.
E quanto mi sono ritrovato in quello spettacolare striscione di un bambino nerazzurro che mi ha tanto ricordato la mia infanzia da interista. “Potete vincere per favore? Così a scuola non mi prendono in giro. Grazie”.
15/02/2012
Se passi una serata con due belle ragazze, e all’una di notte, di ritorno a casa, senti un messaggio sul telefonino, ovviamente pensi sia una di loro che, accompagnata a casa l’altra, abbia voglia di fare tardi. E allora già cominci a speculare, a valutare i tempi, visto che fra tre ore devi alzarti. «Faccio tutta una tirata?» ti chiedi. «Quale delle due sarà? » ti domandi. Diversi pensieri nello spazio dei pochi secondi che intercorrono fra il suono del telefonino e la mano che si allunga per afferrarlo sul comodino. Poi apri il messaggio e scopri che è in realtà un MMS. Aggrotti le sopracciglia con delusione e sospetto, quando vedi il mittente. Non te lo ha mandato una ragazza in cerca di compagnia, ma tuo padre che voleva mostrarti il nuovo iPhone. No comment.
14/02/2012
Un paio di volte la parola “cazzo”. Un insulto mirato ad Aldo Grasso. Una presa in giro sull’altezza di Pupo. Diverse banalità sulla vita e la morte. Una crociata contro la Consulta che boccia il referendum – non mi pare sia il tema più importante del momento -. Direi che stavolta Sanremo, con il “Messia” Celentano può finire anche alla prima puntata, almeno per me. Però la canzone dei Marlene Kuntz è bellissima.
13/02/2012
La notte è stata clemente, la neve ha permesso all’operatore di raggiungermi a Tempio Pausania e agli ospiti della trasmissione di venire. Solo non capisco due cose. Uno: perché negli alberghi dove sono l’unico ospite continuano a darmi stanze all’ultimo piano. Due: perché quando dormo in albergo sogno sempre le mie ex. Facciamo la diretta all’ospedale tempiese per Buongiorno Regione e poi ci spostiamo in paese a registrare una trasmissione sul Carrasciali Timpiesu, il famoso Carnevale di Tempio.
Questo centro della Gallura è una piccola Viareggio. Tutti, ragazzi e adulti, sono impegnati a costruire i carri per la sfilata. Lavorano duro. Il Comune mette loro a disposizione una struttura con dodici hangar. Tanti quanti i carri. Il Carnevale è un impegno che dura tutto l’anno.
Sei giorni senza regole. Sei giorni senza inibizioni. Una tradizione del passato. Una volta, le donne, che si mascheravano da capo a piedi, durante i sei giorni invitavano al ballo l’uomo con il quale volevano fare l’amore. E spesso l’uomo si accorgeva solo l’ultimo giorno di chi fosse in realtà la donna con cui aveva ballato nei giorni precedenti. A volte poteva essere anche la moglie. Oppure un buontempone maschio che voleva prenderlo in giro.
Oggi, le coppie di Tempio Pausania, spesso trovano scuse per mollarsi prima di Carnevale, così da godersi appieno la festa.
Giorni di vino e allegria, di eccessi e convivialità, di spettacoli e prese in giro, di satira e balli.
Un simbolismo particolare è chiuso nella figura di Re Giorgio. Costui arriva il giovedì grasso ed è accolto con tutti gli onori. Si invaghisce di una popolana, Mennea, e la sposa. Tutti sono felici, eppure il martedì grasso, il re diventa capro espiatorio di tutti i mali – i festeggiamenti stanno per finire e arriva il mercoledì delle ceneri – e viene prima giudicato da un tribunale che lo condanna e poi ucciso al rogo.
Ah, i tempiesi sono assai suscettibili sul Carnevale. Per esempio non ditegli che l’arte di lavorare la cartapesta l’hanno imparata dai viareggini, come invece è.
Qui, il carnevale, è una cosa seria.
12/02/2012
Il fatto è che non ero vestito per la neve. Calze leggere. Scarpe poco rinforzate. Non ero stato previdente. Mi chiama l’operatore mentre sono ancora nella stanza d’albergo. Dice che mi passa a prendere subito. Sento una certa premura. Scendo e capisco. Olbia è coperta di un manto bianco uniforme e vien giù una neve che pare di stare dentro a una di quelle palle di vetro a souvenir. Con la jeep andiamo all’aeroporto, bloccato. Entriamo in pista, facciamo il servizio da lì con gli aerei di Meridiana coperti di neve. Poi ce ne andiamo a Porto Rotondo. Un paesaggio irreale. Posti che avevo visto durante la mia prima volta in Sardegna, diversi anni fa. Piazza San Marco, il punto di ritrovo dei vip era tutto bianco. E così il molo, e la spiaggia. Il pomeriggio parto per Tempio Pausania su strade semighiacciate, fra pareti innevate. Incontro il proprietario di una televisione locale che mi fa da Cicerone. Il giorno dopo dovrò fare due servizi da lì. Comincia a nevicare di nuovo in modo prepotente. Speriamo che smetta, o domani salta tutto. Intanto mi guardo sconsolato i piedi dopo una giornata sulla neve senza calzature adeguate. Sono blu.
11/02/2012
Coast to coast della Sardegna da Cagliari a Olbia, e poi da lì fino al Sassarese. Un viaggio infinito, perché mezza regione è innevata. Uno spettacolo così strambo. I problemi sono cominciati prima di Oristano, lungo la strada statale 131 che congiunge Cagliari a Sassari. Ottanta chilometri dalla partenza. Nevicava forte, la strada trasformata subito in un manto bianco. Con il Land Rover della Rai mi sentivo tranquillo. Il primo posto di blocco all’altezza del bivio per la 131 d.c.n. che conduce a Olbia. La polizia rimandava indietro chiunque non avesse le catene. Io non ne avevo, ma il mezzo mi permetteva di proseguire prendendomi qualche rischio. Lungo quella strada in genere trafficata c’ero solo io. Intorno, tutto bianco. Sull’asfalto giusto una striscia di pneumatici di una fantomatica macchina passata prima di me. Cento chilometri così, guidando piano, sperando in una svolta. Ho rischiato solo uno stop per pisciare sulla neve. Quel bianco ottuso meritava d’essere violato. A sessanta chilometri da Olbia la strada era miracolosamente libera, nonostante sulla carreggiata opposta i mezzi fossero tutti fermi. Credevo di avercela già fatta quando a quindici chilometri dal traguardo mi si è abbattuta contro una bufera di neve che non mi faceva vedere a un metro. Non mi era mai capitato nulla di simile. Bella paranoia.
A Olbia lascio l’auto e parto con gli operatori incontrati là, verso Ozieri, nel Sassarese, dove dobbiamo registrare una trasmissione per san Valentino nella cittadina del Logudoro che custodisce le reliquie del santo. La strada è pressoché sgombra, solo le cime dei monti innevate. La neve in realtà ci rincorre, viaggia nella stessa direzione ma è partita leggermente dopo di noi. Siamo fortunati. Arriviamo a Ozieri dove non nevica più dopo l’exploit della notte prima. Ricomincerà quando ce ne stiamo andando. Al ritorno scopriamo il passaggio della neve sulla campagna che avevamo percorso quand’era sgombra. Tutta un’altra roba.
10/02/2012
Il baseball è senz’altro uno sport romantico. Oddio, non perderei un solo pomeriggio a guardare una partita, ma certe storie legate a questo sport mi toccano i precordi. Eccezionale, quella raccontata nel film “L’arte di vincere”, ripreso da una storia vera, il protagonista interpretato magistralmente da Brad Pitt. Lui è il direttore generale della squadra di Oakland, fondamentalmente un perdente, ma di quelli che perdono perché partono con handicap e che arrivano comunque a un passo dal raggiungere per primi il traguardo. Di quelli che non puoi fare a meno di tifargli a favore. Un eroe tragico. Uno che non si accontenta di vincere perché vuole cambiare in meglio lo sport che ama. Uno vero, insomma. Il film dura un paio d’ore ma vola via che è un amore. Fortemente consigliato soprattutto in queste sere d’inverno che fuori si gela e al cinema invece si sta da dio.
09/02/2012
Venti libri che mi hanno cambiato la vita e che consiglierei a un amico:
Infinite Jest – David Foster Wallace
La confraternita dell’uva – John Fante
Il profumo – Patrick Sunskind
La breve favolosa vita di Oscar Wao – Junot Diaz
L’uomo autografo – Zadie Smith
La versione di Barney – Mordecai Richler
Tre cavalli – Erri de Luca
Oceano Mare – Alessandro Baricco
Le città invisibili – Italo Calvino
Il piccolo Principe - Antoine de Saint Exupéry
L’insostenibile leggerezza dell’essere – Milan Kundera
Il viaggiatore notturno - Maurizio Maggiani
Il gabbiano Jonathan Livingston - Richard Bach
L’opera struggente di un formidabile genio – Dave Eggers
Le correzioni – Jonathan Franzen
La compagnia dei Celestini – Stefano Benni
Il vecchio e il mare – Ernest Hemingway
Il lupo della steppa – Hermann Hesse
La casa del sonno – Jonathan Coe
Il buio oltre la siepe – Harper Lee
Ne avrò dimenticati alcuni, ma questi non dovrebbero mai mancare in una buona libreria.
07/02/2012
E insomma a Cagliari ci sono i senegalesi parcheggiatori. Si mettono in un parcheggio, sia a pagamento sia gratis, e ti indirizzano verso il posteggio libero per poi piombarti addosso con la loro mercanzia appena scendi dall’auto. Si sono inventati un lavoro, tanto di cappello. Però succede che questo servizio diventa per alcuni un quotidiano balzello, perché se dopo che ti hanno trovato il posto – che il novanta per cento delle volte avresti trovato da te – non gli dai niente si offendono, ci scappa pure che ti tocchi battibeccare un po’, e chi ne ha voglia. Così finisce che in molti, pur di non andare dove indicato loro dai senegalesi, preferiscono girare in tondo all’infinito nell’attesa di scovare da sé il parcheggio. Così si crea un certo sentimento empatico-solidale-cospirativo tra automobilisti, per il quale se uno che sta andando via dal posteggio ti vede in cerca dello stesso, ti corre incontro e sottovoce ti dice di seguirlo, così da evitarti il pagamento del senegalese di turno. Il parcheggio diventa territorio di caccia e fuga allo stesso tempo. Sono dinamiche assai interessanti, in effetti.
06/02/2012
Ti accorgi di certe cose solo quando devi mostrarle ad altri. Io, per esempio, noto certe particolarità del mio appartamento solo quando ho ospiti in casa. Che so, i dipinti alle pareti, certi soprammobili ereditati dai proprietari. È come se mi sentissi responsabile dell’arredamento nei confronti di chi ne fruisce visivamente per la prima volta. Lo stesso accade quando invito amici di fuori a venirmi a trovare nei luoghi dove sono cresciuto. Guardo questi posti con attenzione centuplicata, me ne accollo i difetti come esistessero per mia colpa. Perché, a voi non capita?
04/02/2012
“In this world” è un film quasi documentario, il racconto di un viaggio della speranza di due pakistani che vogliono raggiungere Londra in cerca di una vita migliore. Peripezie a non finire, frontiere attraversate, respingimenti e rinculi, ripartenze, fregature di balordi, grinfie di aguzzini, squarci di ospitalità, amicizie istantanee, disperazione e sprazzi di gioie. Quando la pellicola arriva in Italia, a Trieste, è impossibile non riconoscere il nostro atteggiamento nei confronti degli immigrati, di cui ignoriamo le vicende spesso travagliate che li hanno condotti dalle nostre parti. “In this world” ci insegna proprio questo. Ci mostra le difficoltà dell’altro, la sua personalità che troppo spesso spersonalizziamo. Una pellicola interessante e ben girata. Ce ne vorrebbero di più.
03/02/2012
Da appassionato di calamari giganti - da piccolo, con un amico ragionavamo di fare il calamarologo per andare in mari fondi a caccia di questi bestioni del mare per studiarli – non posso che commuovermi di fronte al ritrovamento di un gambero lungo trentaquattro centimetri. Lo hanno scovato a sette chilometri di profondità, nei dintorni delle coste neozelandesi. A vederlo, così grosso, fa anche un po’ schifo a dire il vero. Sembra una specie di maxi scarafaggio marino. Ma tant’è. Come condimento per la pasta dovrebbe essere fantastico.
01/02/2012
La vicenda di Lusi, senatore Pd ed ex tesoriere della Margherita, che si è intascato tredici milioni di euro del partito, mi fa tornare in mente una vicenda occorsami anni orsono. Ebbene. Il mio approccio alla politica, dopo essere cresciuto nelle Feste dell’Unità, è stata l’iscrizione alla sinistra giovanile. Il nostro giovane segretario era un amico, non stretto, ma comunque un vicino di casa con cui ero cresciuto, che conoscevo bene, più grande di me di qualche anno. Gestiva le tessere, aveva le chiavi della sezione del partito nel paesello. Era responsabile di quella situazione. Non tanto per i meriti, quanto per “l’anzianità”. Dunque, quando ha fatto il salto al partito vero, degli adulti, pensò bene di lasciare il testimone della segreteria e ne parlò a me e mio fratello.
La prima lezione che ci fece, davanti al nostro sbigottimento assoluto, fu su come fare la cresta sulle tessere e intascarsi qualcosa. Piccoli Lusi in divenire.
Io e mio fratello non facemmo mai il segretario della sinistra giovanile, che nel nostro paese morì quel giorno stesso.
31/01/2012
Sto imparando troppe lezioni ultimamente. Rischio di diventare esageratamente saggio. Oggi ho imparato che se fai la spesa non dovresti mai, MAI, riempire fino all’orlo un sacchetto di roba rotolante. Può accadere, è accaduto, che tale sacchetto, evidentemente appesantito, si rompa nel manico, e un po’ di questa roba rotolante, nella fattispecie mandarini e mele, si riversi nel traffico. È un qualcosa di ipnotico, a guardarlo. E assai seccante, ovvio.
30/01/2012
Cose che ho imparato sulla pioggia in questi due giorni.
- Mai lavare accappatoi, asciugamani, lenzuola, e altra roba difficilmente asciugabile e poi stendere tutto fuori di sera senza aver prima controllato il meteo. La mattina si potrebbero avere brutte sorprese.
- Per una volta che nella vita si sceglie di investire qualche moneta in un ombrello, e lo si prende per andare a fare un servizio, bisogna ricordarsi, una volta abbandonata la casa dell’intervistato, di riprendersi l’ombrello dal portaombrelli. Altrimenti, il tuo acquisto che credevi per sempre o quasi, diventerà monouso.
29/01/2012
Il vero orgoglioso è quello che preferisce perdere una persona importante, piuttosto che ammettere con lei di avere sbagliato. Il vero orgoglioso è quello che nella querelle tira alle lunghe il risentimento per farlo durare almeno un secondo più dell’altro. Il vero orgoglioso è convinto che se non ottiene la ragione crollerà tutto il resto. Il vero orgoglioso non torna mai indietro alle decisioni prese, per quanto questo richieda sacrificio. Il vero orgoglioso è ottuso fino in fondo. È un irrazionale cronico. Il vero orgoglioso ha almeno il buon senso, dopo aver perduto quello che gli stava a cuore, di non piangersi addosso.
28/01/2012
Sarà un caso che appena mi iscrivo a Twitter arriva l’annuncio di una prossima censura contro i cinguettii non graditi? Certo che sì, però è una novità che mi fa già amare meno un social network che stavo imparando ad apprezzare a poco a poco. Il sito fa sapere di aver messo a punto una tecnologia per bloccare alcuni tweet, un po’ come fanno tutti i social network che puntano a ingrandirsi e sbarcare, magari, sull’ampia fetta di mercato cinese. Che sia questa la ragione? L’obbiettivo Cina?
27/01/2012
Se chiedi a una ragazza cosa le abbiano risposto i genitori quando lei ha annunciato loro di volersi rifare il seno, e la ragazza ti risponde "A mio padre piacciono le tette grandi", c'è qualcosa che non va, o no?
25/01/2012
Oggi per radio c’erano The Vaselines, band di Glasgow, li ho beccati per caso, su RadioRai, mentre tornavo da Olbia. Sono in tournèe in Italia, la loro prima. Un gruppo storico, pre-Nirvana, che fece un solo disco prima di sciogliersi. Kurt Cobain era un loro grande fan. “Jesus wants me for a sunbeam” è loro, e i Nirvana la pubblicarono nel mitico unplugged. Tutti credono sia di Cobain e soci. Si sono riuniti dopo vent’anni, The Vaselines, hanno pubblicato un nuovo disco, il loro secondo, un anno fa. Che strano sentire per radio “Son of a gun” e “Molly’s lips”, canzoni scritte da loro ma che i Nirvana pubblicarono su Incesticide. Peccato, che la giornalista speaker non avesse studiato a dovere e non sapesse nemmeno che quelle canzoni stavano su un cd dei Nirvana. Faceva di continuo riferimento a Cobain e company ma le mancavano proprio i fatti fondamentali. Non all’altezza. E comunque, con tutto il rispetto dei Vaselines, le loro canzoni le suonavano molto meglio i Nirvana.
23/01/2012
Mi piace questo Rapheal Rossi, giovane manager torinese specializzato nelle strategie di raccolta rifiuti porta a porta e gestione rifiuti in generale. A Torino ha denunciato i maneggi di personaggi legati all’azienda dei rifiuti, Aniat, controllata del Comune con duecento milioni di fatturato e duemila dipendenti. Lui era nel consiglio di amministrazione e a differenza degli altri, si studiava carte e approfondiva le tematiche prima di approvarle. Così, ha smascherato quei maneggi e li ha denunciati, rifiutando offerte di soldi per entrare nel giro di chi lucrava con l’Aniat. Un cittadino modello, fatto fuori per questo dal consiglio di amministrazione, e poi chiamato a Napoli da De Magistris. Sembrava una bella storia. E invece, nonostante all’Asìa di Napoli Rapahel stesse facendo molto bene, portando addirittura il porta a porta a Scampia, De Magistris se ne è liberato per motivi ancora tutti da capire. Ora lo hanno chiamato a Foggia, dopo soli 23 giorni di inattività. E speriamo che stavolta lo facciano lavorare e portare a termine il suo compito. Io sto con Raphael Rossi.
22/01/2012
Amore mio, sei in frantumi, lo vedo. Non dirmi che sei a pezzi, lo so. Chiedi il mio sostegno, certo, perché no. E te lo darei se potessi, davvero. Peccato solo che io con i puzzle non ci abbia mai saputo fare.
21/01/2012
Giorgio Canali è il rock. Attempato, magari, ma sempre cazzuto, mai compromesso. Sempre se stesso. Alcolizzato, blasfemo, portatore di una poesia non aulica, semmai attaccata alla terra e alle persone. Ieri era a Cagliari, in un locale di medie dimensioni. Non era pieno, e ne ero contento, perché questa è musica di nicchia, non deve riempire i locali. Giorgio Canali non è uno che se la tira. A Orvieto veniva a suonare per due lire in un bar piccolissimo, da solo, con la sua chitarra e la sua poesia di gola raschiata. Suonava davanti a qualche decina di persone come se fossero migliaia. Concedeva confidenza a chiunque gliela desse per primo. A volte si appoggiava ai gruppi del posto per eseguire le sue canzoni, anche se non ci aveva mai suonato prima. Così, roba estemporanea, come il rock deve essere. Sarebbe dovuto toccare a me e ai Nidi di Ragno accompagnarlo qualche tempo fa, ma la serata saltò perché a Orvieto hanno deciso che la musica dal vivo non ha più futuro e che l’importante è che quattro anziani in pensione dormano senza distorsioni di chitarre e schiamazzi notturni che ne disturbino il sonno. Ieri Giorgio era in gran forma, anche se mi fa troppo caso accanto a quei nerd dei Rossofuoco, peraltro tutti e tre bravissimi, in particolare il batterista. La frase migliore? Eccola, detta mentre accordava per la millesima volta la chitarra: «Con tutto ‘sto progresso non hanno ancora inventato una chitarra che si accorda da sola. È dalle piccole cose che si capisce che ci stanno fregando».
20/01/2012
Leggevo, su un quotidiano online del mio territorio natale, di questa operazione dei carabinieri del posto contro lo spaccio. Non era un articolo, ma uno di quei comunicati sbirreschi, scritti con quei termini orrendi che usano solo nelle caserme. La chiamavano maxi-operazione. E in effetti sembrerebbe tale, per chi leggesse il numero delle pattuglie utilizzate – venticinque -, e soprattutto degli arresti, che sono undici, tutti ragazzetti tra i venti e i ventisette anni. Poi vai avanti nel comunicato e leggi delle 800 ore di pedinamento, 500 ore di osservazione, 400 servizi di pattuglia e già ti immagini un sequestro di droga senza precedenti. E invece eccoli, i numeri che giustificano lo spiegamento di forze di un centinaio di carabinieri e di un sacco di soldi pubblici: venticinque grammi di hashish e cinquanta di marijuana. E ci si vantano pure. Mah.
19/01/2012
La notte dell’ultimo dell’anno, mentre mi concedevo un pensiero di quelli classici, scontato al massimo, del tipo: «Quale potrebbe essere il mio buon proposito per l’anno», ho pensato che mi sarebbe piaciuto riallacciare i rapporti con una persona. Un amico molto importante della mia tarda adolescenza, che ho perduto e mai più ritrovato, uno che ha contato tanto e che ora, a distanza di anni, non riesco più a ricordare nemmeno il motivo per cui abbiamo smesso di frequentarci.
Sicuramente una serie di cose, ma niente di tragico, voglio dire. Quella sera, mi sono autoimposto di chiamarlo il prima possibile. Incredibilmente, nonostante non lo avessi ancora fatto, qualche giorno fa mi arriva un messaggio di mio fratello che mi dice che questo amico, nel frattempo trasferitosi da anni a Roma, è tornato a Orvieto e che ha chiesto in giro di me. Una coincidenza troppo potente per essere ignorata. L’ho chiamato. Ci vedremo la prossima volta che tornerò a Orvieto.
18/01/2012
Che Paese è quello in cui uno diventa un eroe solo perché fa il suo dovere e un altro si deve sorbire tutta la gogna mediatica per un errore? Io non solidarizzo col comandante Schettino, e ci mancherebbe, però bisogna andarci piano, prendersi tempo per capire meglio la dinamica del tutto, e cercare anche di capire l’uomo dietro al ruolo che occupa. Sarà pure capitan Codardia, magari un incompetente, ma vogliamo forse spingerlo al suicidio? Pagherà quel che c’è da pagare, ma farne lo zimbello e il capro espiatorio dei peccati di una nazione mi pare eccessivo. Così come bisogna andarci piano con la creazione di un modello da seguire. Il capitano De Falco che richiamava all’ordine Schettino faceva il suo lavoro, nulla di eccezionale. E prima di farne un modello bisognerebbe capire che tipo di persona sia in generale, io penso. E comunque, fin quando continueremo a prendere per eccezionali certi atteggiamenti che dovrebbero essere la normalità, saremo sempre la conferma vivente degli stereotipi che ci affibbiano in genere come popolo.
15/01/2012
Ho appena finito di leggere “Libertà” di Jonathan Franzen. Un romanzo che parla delle scelte individuali, di come si decida di vivere, potendo scegliere. Ma che parla anche della complessità dei legami, della loro apparenza in contrasto con la natura reale, di come gli equilibri famigliari possano diventare banderuole in balia di folate improvvise, dei singoli episodi. Non è la scrittura a trascinare, non la vena ironica pressoché assente, è più la forte caratterizzazione dei personaggi, il loro uscire quasi dalla pagina, la drammatica familiarità con il tangibile, il modo in cui i personaggi stessi diventino finestra sul mondo reale e sembrino riempirlo con le loro vite fittizie. Un bel libro, accidenti. Uno di quelli che non rileggerei, ma che sono felice di aver letto.
14/01/2012
Il mito romantico del capitano che affonda con la nave si è sfaldato tutto insieme con questa specie di Titanic chiamato Costa Concordia, la città galleggiante affondata ieri a due passi dall’isola del Giglio. Altro che “capitani coraggiosi”. Altro che “lupi di mare”. Il capitano vero, non quello letterario, se si accorge di aver sbagliato prova a mascherare l’errore, nega l’evidenza, e non attende certo che si siano messi in salvo tutti i suoi passeggeri. Si salva per primo, magari alzando anche i gomiti nella fuga. E viene così naturale, col senno di poi, immaginarlo al timone, orgoglioso e altero, tutt’uno con la divisa eppure pronto a farsi beffe de codice d’onore marittimo. Provo pena, per il suo arresto, pover’anima umana e impaurita che prometteva al mare più di quanto potesse dare. E il pianista che suonava non sull’oceano ma sul mare? Ha continuato a suonare per un po’, poi si è tuffato in mare, salvandosi.
13/01/12
Credevo che il romanzo fosse finito. Avevo già cominciato a spedirlo. Eppure ho deciso di rimetterci mano, di aggiungere parti, sviluppare personaggi. Insomma, a quanto pare “Le Inutili Metà” non era finito neanche per un cavolo. Superato lo sconcerto di riaprire un lavoro che consideravo concluso e che mi soddisfaceva appieno, adesso sono solo felice di prolungare ancora l’esperienza impareggiabile dello scrivere una storia che mi fa compagnia da un anno e due mesi, ormai. E chissà a questo punto quando vi metterò davvero la parola FINE. E in fondo, lo ammetto, sono anche contento perché non riuscivo a cominciarne un'altra, di storia. Chissà, magari era proprio perché prima dovevo finire di lavorare su questa.
12/01/12
Dopo vari tentennamenti, ho attivato un profilo su Twitter. L’impressione iniziale è lo spaesamento di quando ti imbatti in un social network nuovo, per quanto conosciuto indirettamente. Una goffaggine di fondo, l’incertezza sul migliore utilizzo, l’impressione di essere un po’ un intruso. Un po’ come quando, qualche anno fa, la mia ex mi aveva creato un profilo su Facebook. Allora in Italia non lo usava nessuno. Era una cosa statunitense. Lei lo utilizzava come bacheca dove scrivevano in pratica tutti i suoi colleghi dell’università dell’Arizona. Una cosa interna, dove io ero, appunto, un intruso. E infatti gli unici contatti che avevo, una decina, erano tutti i suoi amici, alcuni dei quali assolutamente sconosciuti. E infatti non lo usavo mai. Nel giro di un anno e poco più era ormai un social network di massa, e anche in Italia lo avevano ormai tutti, così iniziai ad usarlo. Se facebook lo vedo più come un momento sociale extralavoro, Twitter mi interessa più dal punto di vista lavorativo. Sono curioso di capire come riuscirò a integrarlo con il lavoro, in che modo utilizzarlo per rendere più completi i miei servizi, più veloci certe ricerche, cose così. Intanto, però, mi accontenterei di sentirmi un po’ meno impacciato quando ci navigo dentro.
10/01/12
È inutile, ci casco sempre. Ciclicamente, a distanza di sicurezza dalla volta precedente, mi convinco a dare un’altra chance a Ferrara. Mi capita di trovare una copia del Foglio in giro e mi leggo un editoriale, oppure nello zapping mi imbatto in Radio Londra su Rai Uno e mi sorbisco il suo delirio quotidiano con rinnovata curiosità interessata. E ogni volta che commetto tale errore me ne pento subito, eppure vado fino in fondo. Non mi fermo a metà articolo, non cambio canale prima della conclusione. Come in attesa di una frase, un pensiero, un qualcosa che riscatti tutto quello ciò che il panzone ha scritto/detto in precedenza. Ed ero davvero assorto, stasera, mentre consumavo la mia cena in piedi, camminando fra una stanza e l’altra, capitando davanti al televisore proprio quando cominciava Radio Londra. Oggi il Nostro parlava di Malinconico e delle sue dimissioni. Me lo sono sorbito tutto. E al solito me ne sono pentito. Giuro che non ci casco più. Almeno fino alla prossima volta.
09/01/2012
Mi incuriosisce molto il linguaggio dei cultori del culturismo, gli assidui della palestra. Segnatamente, mi incuriosisce il fatto che usino assai il termine “allenarsi”. Voglio dire, ci si allena in vista di qualcosa, di una finalizzazione atletica. Eppure costoro dicono “Mi sono allenato due ore”, “Oggi voglio allenare i pettorali” e roba simili. Qual è la finalizzazione di questo allenarsi? È come se i loro “allenamenti” fossero una preparazione a un qualcosa che non si compie mai. È un inghippo linguistico che mi intriga molto, e infatti non riesco a scioglierlo.
08/01/2012
La prima sorpresa è stata trovare il locale pieno. Cioè, con la fila fuori discretamente lunga, tutta gente senza prevendita, che come me aveva sottovalutato la cosa. Un locale piccolo, ma quattrocento prevendite sono comunque tante per un gruppo underground come gli Zen Circus. La seconda sorpresa è che sono effettivamente riuscito a entrare grazie a un gran colpo di fortuna. Un collega della carta stampata con accredito e agganci. La terza sorpresa è stata che oltre ad essere pieno zeppo di gente, il “live” era molto partecipato, del tipo che metà gente canta davvero le canzoni. La quarta sorpresa è stata che in effetti, seppure non sia un grande fan degli Zen Circus, la prima parte del concerto mi è parsa addirittura esaltante. Ho apprezzato i testi caustici e ironici, a tratti volgarotti, mi è piaciuta la verve dei musicanti. Non è durato tutto il tempo. A metà circa ho perso attenzione. Non riuscivo più a incarnarmi nella parte dello spettatore e mi sono defilato, più attento alle chiacchiere dei miei compagni di serata e al profilo di una barista assai intrigante.
07/01/2012
Perché è più proprio dire “buona” musica rispetto a “bella” musica? Perché la musica è una pietanza, non una figurazione. Può essere sapida o scipita, non estetica o antiestetica. Una buona musica ti riempie la bocca, non solo le orecchie. E ne senti il gusto, davvero. Una buona musica, se tale è, va assaporata lentamente, masticando bene. E all’occorrenza, se non se ne ha ancora abbastanza, bisogna prepararsi a far scarpetta.
06/01/2012
Mattina. Ore 5.30. Verso lavoro. Con l’ombrello aperto sarei volato fino a lavoro tipo Mary Poppins dal vento che c’era. Sacchetti della spazzatura che volavano contro le auto, cocci di vasi caduti in strada, foglie in vorticosi movimenti ascensionali dall’asfalto, i miei capelli dritti come un punk. Freddo.
Semi-Mattina. Ore 13.00. Verso pranzo. Vento sempre sfacciato, ma sole indomito, ruggente, quindici gradi almeno.
Primo pomeriggio. Ore 15.00. Verso Poetto, missione caffè. Grandina col sole, chicchi grossi come biglie. Vento prepotente e ghiacciato. Tutto assolutamente incongruo.
Pomeriggio. Ore Quattro. Di ritorno dal Poetto. Completamente nuvolo. Piove a dirotto. Vento a scudisciate. Che cazzo sta succedendo?
Pomeriggio. Ore cinque. Niente vento. Cielo sereno. Non so se i Maya hanno ragione o meno, ma qui c’è davvero qualcosa di strano.
05-01-2012
Un pacco di biscotti – scaduti – e una confezione di caffè. Questo è quanto corrisposto da un finanziere a un mio amico per il lavoro che gli ha fatto in casa,segnatamente la stesura del parquet nelle stanze. E chissà quanti artigiani aveva fatto piangere quello stesso finanziere con multe salatissime per una fattura non emessa, un lavoro eseguito al nero. Queste storie non si possono davvero sentire. A me, francamente, a parte questo caso limite, fanno però arrabbiare in generale gli insolenti della non fatturazione, gli incorreggibili del non scontrino. Capisco che la tassazione sia percepita come iniqua e che la gente si incazzi perché i grandi patrimoni vi sfuggono e i piccoli artigiani, imprenditori, commercianti sono vessati. Però, ricevendo una tassazione alla fonte, direttamente sullo stipendio, che aumenta ogni volta che servono risorse allo Stato, e quindi anche quando aumenta l’evasione, ogni volta che non mi fanno una fattura mi incavolo. Facendo avanti e indietro da lavoro all’aeroporto di Cagliari, in questi giorni ho preso due volte il taxi. In entrambi i casi, appena arrivato a destinazione, il taxista ha provato a non farmi la ricevuta. “Ah le serve ricevuta?” diceva infine, facendomi pure sembrare quello che chiedeva la luna, tentato forse di aumentarmi pure il prezzo della corsa. Non è che serve a me. È che la devi proprio fare.
04-01-2012
L’essere supercritici nei propri confronti, di fronte agli altri, può nascondere il massimo narcisismo. Sembra un paradosso, ma tant’è. Ci sono persone che in questo hanno un’abilità davvero notevole. Le senti parlare, sventolare al pubblico i propri difetti, ma intanto, oltre a sposare l’attenzione su di sé, riescono a infilare nei racconti dettagli quasi subliminali su altri pregi che sembrano risarcire, se non oscurare, le mancanze appena esposte. Senza ignorare che c’è chi si concede blande autocritiche, sorvolando su quelle più pregnanti e significative, proprio per mostrare di essere uno sa fare autocritica. I più bravi riescono a infilare questi resoconti di difetti o di insuccesso in contesti di successo. “Non sono riuscito a piazzarmi tra i primi, alla finale dei migliori al mondo nella mia specialità sportiva”. A fare attenzione alle parole, di costruzioni di frasi simili se ne trovano in quantità industriale, tra i cosiddetti “autocritici”. Certe autocritiche, insomma, sono il capolavoro dell’autocompiacimento.
03-01-2012
Fanno più tenerezza che rabbia questi poveri diavoli del calcioscommesse. Calciatori finiti che pur di non farsi sballottare fuori dal giro che conta, di non abbandonare la Milano da bere e le feste cafone dello star system sono pronti a rischiare qualche anno di carcere. E nelle telefonate fra loro non sono sprezzanti, ma impauriti. Sanno di rischiarsela. Fanno un po’ pena, diciamocelo. Magari hanno scialacquato tutti i soldi racimolati fin là, e a soli trentacinque anni non avranno più modo di guadagnare come prima. Poveri cristi. Fosse mai che si dovesse abbandonare lo star system per fare una vita più normale, magari con una moglie che non sia una velina, magari con gli amici d’infanzia. Fosse mai, preferirebbero piuttosto finire come la Vanoni, anziana e rincoglionita, ma che non si perde mai una festa del cosiddetto giro che conta, drink in mano sparando roba sulle celebrità amiche tipo: “Da quando ha smesso di bere De Gregori è una persona molto più piacevole”, oppure “Quando ci siamo conosciuti con Gino Paoli lui pensava fossi lesbica e io che fosse frocio”. Poveri noi, società dai valori e modelli così insipidi e volatili. Poveri loro.
02-01-2012
Forse chi non crede tende più a conquistare la vita e chi crede a lasciarsi conquistare da lei. Chi non crede, chi non trascende, chi non considera l’aldilà è forse più propenso a farsi predatore di momenti, portato al ratto e alla fame insaziata, comunque e sempre devoto al propri appetiti. Chi crede preferisce invece offrirsi alla vita come banchetto, si concede come antipasto sperando di addentare pietanze più succulente in seguito. Rinuncia all’ora per non pregiudicarsi il dopo. Per fortuna l’umanità si divide tra gli uni e gli altri. Non ci sarebbe stato da mangiare per tutti.
01-01-2012
“Mi piace la bravura ma a volte il jazz serve solo per il mio mal di testa” cantava qualche tempo fa Morgan dei Bluvertigo. Io invece non ho particolare sensibilità per la bravura, nel senso di tecnica, a livello musicale. Mi piace di più l’impatto generale, il formato canzone, l’improvvisazione è ok, ma non necessaria, semmai accessoria, per me. In compenso il jazz non mi dà alcun mal di testa, anzi, me lo allevia, ed ecco perché ogni primo dell’anno mi vado a vedere un concerto di jazz; così attenuo l’intontimento postumo del brindisi multiplo, lo stordimento del sonno perduto per aver prolungato al mattino la sera dell’ultimo dell’anno. Ad Umbriajazz c’era Paolo Fresu, il trombettista sardo che quest’estate per festeggiare i suoi cinquant’anni si è esibito gratis in cinquanta diversi concerti. Un mito. Con lui, oltre al quintetto classico - la sola eccezione il contrabbassista che era l’immenso Enzo Pietropaoli anziché l’ammalato Attilio Zanchi - , c’era anche il quartetto d’archi. Musica alta e raffinata, toccante, ed evocativa. L’ideale per cominciare l’anno nuovo col piede giusto. Prima di loro si è esibito Gianluca Petrella, con un progetto molto sperimentale e dinamico, dedicato alle musiche di Nino Rota – La Dolce Vita, Amarcord, La Strada - , accompagnato da sette ragazzacci tra i quali il mitico John De Leo dei Quintorigo, una voce che è più uno strumento.
Tutto molto bello. Peccato solo che l’unico bambino under six della sala, uno dei più irrequieti e fracassa-timpani/maroni che abbia avuto mai la sfortuna d’incontrare, si fosse seduto proprio accanto nel posto accanto al mio. Quello sì, caro Morgan, serve solo per il mio mal di testa.
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