Semere Kesete: rifugiato

Incarcerato dal regime eritreo, è riuscito a fuggire
Una patria da cui fuggire... la storia di Semere Kesete
Nel suo paese, nel frattempo, niente è cambiato

Semere KeseteQuando la polizia eritrea bussa alla porta di Semere Kesete Negasi, presidente del sindacato degli studenti universitari del suo Paese, il ragazzo sa che non è una visita di cortesia. Fuori c’è un’auto con una portiera aperta e tre ufficiali della sicurezza che lo “invitano” a salirvi. Lo portano al quartier generale del ministero dell’Informazione, per poi imprigionarlo dopo uno sbrigativo interrogatorio.

Siamo ad Asmara, capitale dell’Eritrea. È il 28 luglio 2001. Dice Semere: «Mi rinchiusero in uno spazio angusto, respiravo con difficoltà; per un anno mi tennero in completo isolamento, con la luce accesa ventiquattro ore al giorno». Semere se lo aspettava, da quando tre giorni prima, alla chiusura dell’anno accademico, ha tenuto un discorso infuocato davanti agli universitari. Si è laureato in legge da poche ore, quando accusa il regime di Isaias Afewerki di costringere gli studenti a lavorare gratis per il governo, durante tutta l’estate, per costruire luoghi che diventeranno campi di concentramento per gli oppositori all’ultima dittatura comunista dell’Africa.

Posti come Ghelalo, nel deserto eritreo, dove vengono portati gli altri tremila ragazzi arrestati insieme a Semere. Per lui, il regime ha in serbo un’altra soluzione. Semere Kesete e Mahari Kohannes«Fui condotto in quest’edificio che dall’esterno sembrava una normale costruzione e in realtà era un carcere speciale per gli oppositori, poteva contenere una quindicina di persone». Chiede un regolare processo, Semere, ma non gli concedono nemmeno un avvocato. Non può parlare con nessuno. Anzi, con una personaSemere Kesete soltanto: il suo carceriere. Questi è un ragazzo come lui, si chiama Mahari Kohannes. Semere gli parla quotidianamente, fino a convincerlo alla sua causa. Un giorno, Mahari apre la cella del suo coetaneo, imbraccia il kalashnikov, e si allontana dal carcere di sicurezza  con il suo prigioniero. È il 2 agosto 2002. Chi li vede crede sia normale. Non immagina che i due siano d’accordo.

Dice Semere: «Sembrava che mi avesse arrestato e mi stesse portando in prigione». Si allontanano da Asmara con riserve di cibo esigue, solo qualche biscotto. Viaggiano cinque giorni, armati del kalashnikov e di granate che non useranno. «Avrei ucciso per la mia libertà», dice Semere. Per dormire vanno in cima ai monti, e si muovono nei boschi, ospitati anche da una famiglia di contadini. Alla fine arrivano al confine con l’Etiopia. «All’inizio nessuno i militari etiopi erano sorpresi, non credevano alla nostra storia, poi ci hanno aiutato».

L’Etiopia e l’Eritrea, dal 1998 al 2000, sono stati protagonisti di una guerra sanguinaria. Il governo di Asmara, quando scopre la fuga di Il dittatore eritreo Isaias AfewerkiSemere, ne arresta il fratello, e lo rilascia solo un anno e mezzo dopo. L’università è smantellata. Oggi, Semere abita a Phoenix, negli Stati Uniti, dove segue un master sui diritti civili. Il suo ex aguzzino, diventato compagno di fuga, abita in Svezia. Entrambi sono rifugiati politici. Ma non hanno mai abbandonato la speranza di ritornare nella propria terra.


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