Fausto Minestrini: pittore

Fausto Minestrini è un affermato pittore perugino
Una vita da incorniciare
Le sue opere si rifanno alla cosiddetta "arte Informale"

Fausto MinestriniPezzi di automobili sfasciate, chiavi, pelli, nidi d’uccelli, libri rilegati, perfino un paio di mutandine azzurre, ricamate. Nelle tele dell’artista perugino Fausto Minestrini non c’è spazio per una figurazione che non sia fisica, tangibile. Le uniche forme che trovano posto nelle sue opere sono infatti quelle tridimensionali degli oggetti reali. Il resto sono esplosioni di colore e giochi di luce. «Voglio dipingere l’emozione; il calore del sole, il rumore del vento, il silenzio della luna».

Di notti a osservare lune silenti, Minestrini ne ha passate molte. «Per me è un’inesauribile fonte d’ispirazione» ammette. Sua nipote, proprio per questa ragione, è stata chiamata Luna. Il suo primo dipinto, quando aFausto Minestrinincora si affidava alla figurazione per raccontare impressioni e stati d’animo, è appeso nel suo studio fra le opere più recenti, e ritrae una donna che osserva la luna, di spalle a un uomo volto in direzione opposta. Sembra una metafora dell’incomunicabilità fra i due sessi, e del sentimentalismo femminile, eppure Minestrini si ritiene l’ultimo dei romantici, uno che cerca l’alchimia, un innamorato della femminilità.


Abita in un vecchio mulino ristrutturato, in un luogo suggestivo, immerso nella campagna umbra. Lo ha scoperto nel 1989, quando era solo un rudere rassegnato al logorio del tempo, con le poderose macine aggredite dagli sterpi e dalle foglie di capelvenere. Lo ha rimesso a posto, ne ha fatto un piccolo gioiello. Un luogo ideale per scomporre il mondo nella propria mente e ricomporlo magicamente sulla tela, trasformando realtà e sogni in pennellate e segni. Con lui abita tutta la famiglia: la moglie, compagna di scuola e di vita sposata a diciotto anni tra mille difficoltà, il figlio e la figlia ormai quarantenni con rispettiva prole, ed Ettore, l’ultimo rampollo di una Fausto Minestrinistirpe di boxer che da trentacinque anni gironzola per i suoi giardini. Quella di Minestrini è una sorta di famiglia estesa, vecchia maniera, quasi patriarcale. «Per modo di dire, perché l’unico che non comanda un cavolo sono io» chiarisce il pittore perugino. Il paese dove abita si chiama Casa del Diavolo, e anche Minestrini non è certo un santo. Dice: «Di peccati ne ho commessi tanti; senza di quelli che vivresti a fare?».


Nato e cresciuto a Perugia, Fausto Minestrini ha da poco perso il miglior amico, il pittore Enzo Barbacci, e il padre, al quale era molto legato. Un artigiano costruttore di biciclette, direttore sportivo di diverse squadre ciclistiche. «Da lui ho preso la tenacia, la “tigna”, la combattività». Come il padre, ama la velocità e ne fa una ragione di vita. «Da giovane avevo una Cinquecento Abarth, oggi una Porsche d’epoca, ma corro sempre allo stesso modo». La passione per la pittura è addirittura antecedente. «A quindici anni, con il primo stipendio di trentamila lire, mi comprai tela, pennello, cavalletto, e colori». Ha sempre lavorato, Minestrini. Da giovinetto nell’ufficio tecnico di un’azienda meccanica. Poi da rappresentante di prodotti siderurgici, e infine come funzionario di vendita per una multinazionale dell’acciaio. Si è ritirato quattro anni fa, poco prima della pensione, perché non riusciva più a conciliare pittura e lavoro. «L’amministratore delegato della multinazionale a volte mi chiamava per chiedermi cosa stessi facendo, e io rispondevo “sono a casa, dipingo”, e lui allora mi diceva “dovresti fare solo quello, ti riesce meglio”».


La sua svolta pittorica avviene agli inizi degli anni Ottanta, quando incontra Walter Coccetta, pittore della corrente artistica “Informale”. Fino ad allora,Quadro di Fausto Minestrini Minestrini si era sempre espresso attraverso un’arte figurativa fatta di paesaggi, scorci, e colombi che si abbeverano alle fontanelle. Il confronto con le opere dell’artista ternano gli fa mettere in discussione il suo stile e il proprio repertorio. «Abbandonai la figurazione proprio quando avevo imparato a farla, dedicandomi al segno, alla materia, al colore». Questa nuova dimensione artistica lo ha portato a conoscere Alberto Burri, maggiore esponente dell’Informale materica italiana. «Lo incontrai in una tipografia di Città di Castello, nel 1987. Stavo facendo una selezioni di colori per un catalogo. Per me era come trovarsi davanti Gesù Cristo. Vide i miei lavori e mi propose di fare una foto insieme; la scattammo con la Polaroid e mi chiese di firmarla. Non ci ho capito niente, non riuscivo a dire nulla. Così il tipografo mi disse “bella figura, non hai spiccicato parola”, e io risposi “ora devi darmi del lei perché Burri mi ha chiesto l’autografo, sono un maestro”». Al mulino ristrutturato, Minestrini dorme in una casetta distaccata dove sulla porta c’è la scritta: “Qui risiede il Maestro”. Oggi è un artista affermato. Arriva a vendere ottanta quadri l’anno, a prezzi che vanno da mille a diciottomila euro. Ha una galleria a Marbeja, in Spagna, e due mesi l’anno li passa lì. In carriera ha vinto 148 premi, anche internazionali, di cui uno fra 1500 partecipanti. «Ero sulla tazza del bagno quando mi chiamarono; mi dissero che avevo vinto quattromila euro». Le sue opere sono state esposte ovunque nel mondo: New York, Pechino, Dubai, Los Angeles, Messico, Thailandia. È un viaggiatore, Minestrini. Per lavoro, e soprattutto per diletto. Nonostante questa tensione verso il nuovo, Quadro di Fausto Minestrinigli amici sono sempre quelli d’infanzia. «Li conto sulla punta delle dita, persone che magari non sento per mesi, ma ci sono sempre per me come io per loro». Con loro ama giocare a golf, a biliardo, a poker. Oppure organizzare qualche scherzo, o una cena ovviamente cucinata da lui.

È uno specialista di amatriciane e spaghetti al tonno. Se è da solo va a cogliere asparagi, si dedica al giardinaggio o ai nipoti che con lui fanno tutto ciò che vogliono. Le sue giornate non devono mai sembrare vuote. «La vita va vissuta pienamente, giorno dopo giorno». Poi, quando le luci si abbassano e la luna sale a fare compagnia ai sogni dell’uomo, Fausto Minestrini accende lo stereo e lascia che le note dei cantautori italiani che ama riempiano stanza insieme al fumo del suo sigaro alla vaniglia. Si alliscia i lunghi capelli ingrigiti e la barba curata come un vezzo, poi guarda la tela vuota e si promette di riempirla prima che torni l’alba. «A un certo punto sarà il quadro stesso ad arrendersi, a dirmi basta. Solo allora smetterò di dipingerlo».

 

 


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