Il cacciatore di teste
Luigi Tartarelli è il proprietario dell'azienda Multibank
Il cacciatore di teste... che le taglia pure
Un head hunter diventato head chopper

Come immaginare un tagliatore di teste? Come il George Clooney di “Tra le nuvole” o come un bieco individuo dallo sguardo arcigno e dal sorriso beffardo? Luigi Tartarelli non sembra né l’uno né l’altro. Indossa un gessato impeccabile e guarda l’interlocutore sempre fisso negli occhi, come in quei giochi che si fanno da bambini, per vedere chi li abbassi prima. Ha una voce calma e monocorde, ideale per le ninnananne. A tavola, tra un tortino di zucchine e un’entrecote al sangue, rivela di voler rivoluzionare il mondo degli head hunter. Sì, perché lui, prima che head chopper, tagliatore di teste che licenzia per conto terzi, è cacciatore di figure professionali: head hunter, appunto. Spiega: «In Italia c’è una pessima qualità, ognuno si crede un padreterno, in realtà, se vai dai loro clienti, sono in pochi a ritenersi soddisfatti». Di Multibank, la “creatura” messa in piedi da Luigi Tartarelli nel 1980 a Sansepolcro, in provincia di Arezzo, non si lamenta nessuno. O almeno così dice il nostro cacciatore/tagliatore di teste. «Non sono un mago, ma se un’azienda mi chiede un manager in Florida io ho metodi e strumenti per soddisfarla. Lo vado a cercare. Lo trovo. Gli altri “head hunter”, benché si ritengano internazionali, non vanno là, ma prendono il primo candidato che capiti, utilizzando il loro network di banche dati».
Luigi Tartarelli è un cacciatore di teste anomalo. Dice di aver reso questo lavoro nobile. Di sicuro lo ha reinventato. La sua azienda, infatti, non caccia soltanto, ma taglia e ricompone. Come se i lavoratori di cui si deve occupare fossero radici, lui li “sradica” dal proprio posto di lavoro e li reimpianta in un altro. Senza che essi si rendano conto di essere parte di un gioco orchestrato dai piani alti della propria azienda. Tutti, infatti, scelgono volontariamente la nuova destinazione. Sembra una boutade, e invece, assicura Tartarelli, è proprio la realtà. «Alla persona da licenziare, mi presento come cacciatore di teste, ma non dico
di avere un incarico da parte della sua azienda; può capitare che all’inizio buttino giù il telefono, ma alla fine riesco sempre a fissare un appuntamento». Sempre? Così dice Tartarelli. Tra i motivi di tale successo, c’è il detto che lui stesso mi ricorda sorseggiando il suo bicchiere di vino rosso: «Meglio un cacciatore di teste come amico che come nemico».
Le cose funzionano più o meno così. L’azienda chiama la Multibank ed espone il suo problema: Mario Rossi va licenziato senza che vi sia vertenza o grane di questo tipo. L’head hunter, chiamato a fare l’head chopper, rintraccia il lavoratore e lo contatta al telefono, invitandolo per un caffè. Gli dice: «Intanto conosciamoci, poi si vedrà». Non tutti accettano. Le donne, soprattutto, sono piuttosto restie. Gli dicono: «Io non la conosco, non so chi sia, e mi invita allo Sheraton alle otto e mezza di sera?». «A quel punto – spiega Tartarelli – lascio i miei riferimenti per essere rintracciato e faccio passare un paio di settimane; poi chiamo ancora, e stavolta si fissa un incontro». Se durante il colloquio il lavoratore ha il sospetto che il cacciatore di teste sia lì per conto dell’azienda, questi sgombra il campo da ogni dubbio, in modo sottile, facendo ampio uso di artifizi psicologici, con i quali Tartarelli mostra una certa dimestichezza. «Insieme alla strategia di guerra, la psicologia è lo studio che ho portato avanti per passione, mentre all’università avevo seguito più che altro corsi economici».
Nel parlare con la testa da tagliare, l’head chopper, che ha già ottenuto informazioni personali su di lei grazie a investigatori privati, si fa un’idea della sua attuale situazione lavorativa, ma soprattutto cerca di capirne i desideri inespressi. E su quelli insiste, in cerca della motivazione che possa giustificare un cambio di lavoro. La Multibank lavora solo con impiegati specializzati e manager, o direttori del personale. Mai operai. Spiega Tartarelli: «Con loro queste strategie non funzionano, personalmente ho avuto brutte esperienze. Una multinazionale che produce lampadine voleva licenziare qualche centinaia di operai, e ne aveva affidati una cinquantina a noi. Non ne abbiamo ricollocato nemmeno uno. Anzi, un operaio ha minacciato di denunciarmi, e un altro, quando gli ho suonato il campanello, mi ha attaccato al muro». Con il nuovo target, invece, Tartarelli assicura un risultato positivo al cento per cento se è lui a occuparsene, e una percentuale leggermente più bassa se a farlo è uno dei suoi sette collaboratori. Si potrebbe obiettare che questi risultati possono essere ottenuti solo ricattando i propri clienti
sui punti deboli della loro vita privata, dopo averla ben investigata. Tartarelli sgombra il campo dagli equivoci. «Nel nostro lavoro non c’è niente d’illecito, nonostante qualcuno provi a dire il contrario; personalmente, mai avuti problemi con la giustizia».
Il lavoro, in un periodo di crisi come quello attuale, non manca davvero. Alla Multibank, dotata di cinque sedi di cui la centrale è Sansepolcro e la più importante Bologna, sono costretti a rifiutare diverse commesse. Ogni anno seguono un centinaio di clienti. Eppure, dal momento della sua fondazione, l’azienda ha attraversato momenti cupi, e solo dal 2000 in poi ha preso piede. Il boom c’è stato con la decisione, nel 2006, di trasformare l’head hunting in qualcosa di diverso, senza smettere di cercare in giro per il mondo figure professionali specifiche, ma anche aiutando le aziende a tagliare le teste in eccesso, per poi ricollocarle su altri colli. «A forza di sentirmi dire “a me non servono persone, ma dovrei buttarne fuori uno”, ho capito che avrei dovuto fare un doppio servizio, far uscire le persone da un lavoro e farle entrare in un altro».
Spesso, racconta Tartarelli, le aziende tagliano le teste migliori per meri motivi personali, magari per uno screzio, e sono disposti a pagare molti soldi per ottenere il risultato, fino un intero anno di stipendio. Mentre gli head hunter lavorano, le loro “prede” fanno lo stesso, ignari delle trame dei vertici aziendali. Il suo più grande successo professionale, Luigi Tartarelli lo ha ottenuto qualche mese fa. La direttrice di una casa editrice di Bologna, già sua cliente, lo aveva chiamato per cacciare un manager da trecentomila euro l’anno, contratto superblindato, ogni tipo di benefit. La donna gli telefona ogni giorno per ricordargli la consegna. «Lo voglio fuori domani stesso». Caso vuole che questa persona sia una vecchia conoscenza del nostro cacciatore di teste. Tartarelli chiama un grosso gruppo editoriale e il presidente della holding gli dice che cercava proprio quel tipo di figura professionale. Restava “solo” da convincere il manager a far fagotto. Tartarelli lo incontra, gli dice che gli è capitata fra le mani una buona opportunità di lavoro e che la vuole proporre a lui prima che siano altri a sfruttare l’occasione. Un discreto aumento di stipendio, buone prospettive future. Insomma, il manager accetta.
«Un colpo di culo» ammette Tartarelli. Un’operazione così costa a seconda delle varie componenti. L’età, il ruolo, le competenze. Da un minimo di trentamila fino all’80 per cento dell’ultimo stipendio. Nel caso del tipo della casa editrice: stipendio totale. Quella di Luigi Tartarelli, cinquantaduenne di Sansepolcro, scapolo che vive ancora con la madre, è una storia davvero particolare. Figlio di contadini, per la sua famiglia l’impiego ideale dopo il diploma in ragioneria sarebbe stato alle poste. «Il mattino avrei lavorato come impiegato alle poste e il pomeriggio coltivato i miei terreni. Questa cosa non mi garbava molto».
Un amico di famiglia lo aiutò a entrare in Ford, dove avrebbe seguito un corso pagato dall’azienda, si sarebbe laureato per poi diventare funzionario della Società. «Dopo dieci giorni mi volevano mandare a casa, ma io avevo litigato con i miei e non volevo tornare. Alla Ford mi dissero che non ero adatto a fare questo lavoro, tenere la contabilità e occuparmi di gestione. Piansi, feci compassione. Il responsabile disse, “sì, ti tengo ancora un po’ ma per te non c’è spazio”». Dopo qualche giorno si apre un’opportunità in area marketing. Tartarelli, ventitreenne, si laurea in America grazie ai soldi della Ford. Intanto conosce un collega che gli parla dell’head hunting. «Ero convinto di venire
in Italia e trovare mille opportunità. Invece è stata durissima. Quindici anni senza successi. Prima è stata mia nonna a mantenermi, poi i miei, quando ci siamo riappacificati». Con l’invenzione di questo nuovo modello di head hunting, le cose migliorano. Tanto che oggi c’è già chi lo sta copiando. «Ma non gli riesce tanto bene, da quanto so» dice Tartarelli. Qualcuno dei suoi collaboratori, però, non ha accettato il cambio e si è fatto da parte. «Altri, un gruppo di dieci persone, prima di andarsene mi hanno rubato soldi, copiato il database clonandomi il server, poi hanno aperto una cosa in proprio». Tartarelli sceglie personalmente i suoi collaboratori, li caccia per assumerli. Tutte persone adulte, con grinta, cattiveria, e l’autorità per parlare con manager di cinquant’anni. Debbono avere l’indifferenza per non somatizzare tutto e l’attenzione per leggere bene le persone; abilità di gestione della conversazione per farsi dire sempre ciò che si vuole sapere in modo indiretto.
Ma nel tempo libero, cosa fa un cacciatore di teste? Luigi Tartarelli si definisce una persona umile, un ragazzo di campagna, eppure i suoi hobby dicono dell’altro. «Gioco a golf, frequento alcuni club come il Lyons, e anche cose più “occulte”, leggo riviste di psicologia, cose tecniche, o magari “Il cavallo”». A farsi una famiglia non ci pensa, Tartarelli, perché il lavoro non glielo consente e l’abitudine di non dover rendere di conto a nessuno è dura da estirpare. Nella penombra della sala da pranzo, si accende una sigaretta e tira una boccata decisa. «Io non soffro di solitudine, anzi la desidero».