La Scarzuola, una città ideale
L'opera folle e geniale di Tommaso Buzzi Non è Diomira, dalle sessanta cupole d’argento, statue in bronzo di tutti gli dèi, teatri di cristallo e vie lastricate di stagno. E non è Moriana, con le porte d’alabastro trasparenti alla luce del sole e le colonne di corallo che sostengono i frontoni incrostati di serpentina, né Smeraldina, città acquatica, reticolo di canali e di strade che si sovrappongono e s’intersecano. Somiglia forse un po’ a Eutropia perché anche qui, il viandante che vi si rechi, troverà dinanzi a sé molte città racchiuse in una, o a Tecla, in perenne costruzione, destinata rimanere incompiuta perché la fine dell’opera coinciderebbe con l’inizio del suo sgretolamento. Equivale in meraviglia alle città invisibili che Italo Calvino fa raccontare a Kublai Kan, imperatore dei tartari, per bocca di Marco Polo; ma a differenza di quelle visitate dall’esploratore veneziano nella finzione calviniana, questa città ideale, che si chiama Scarzuola, non ha un nome di donna, bensì di pianta.
La Scarzuola, una città ideale
Quando un convento francescano diventa visione architettonica 
La scarza è infatti un’erba palustre che una volta essiccata serviva in passato a coprire e rivestire le capanne. San Francesco d’Assisi la utilizzò per costruirsene una vicino Montegiove, frazione di Montegabbione, dove tutt’ora sorge il convento dedicatogli dai conti di Marsciano accanto all’opera fiabesca di Tomaso Buzzi, architetto geniale e visionario che nel 1956 acquistò la proprietà dall’ordine dei frati minori per costruirvi la sua città ideale.
Ci si arriva per strade sterrate, di campagna, che fiancheggiano pascoli e casali in pietra fino a raggiungere un’area boschiva dove il convento, cinto da mura, appare alla visuale come uscito da un sogno. Il portone d’ingresso è in fondo a un viottolo steso in mezzo a due file di cipressi che proiettano sui ciottoli le loro ombre filiformi. Per avvisare della propria presenza bisogna tirare una corda bianca che fa capolino dal muro e genera uno scampanio che risuona per varie eco nelle colline intorno. Ad aprire è Marco Solari, nipote ed erede di Buzzi, con i suoi occhiali da sole griffati e il viso scavato; ricorda un po’ Pier Paolo Pasolini e un po’ Massimo Troisi, è irrequieto, scattoso, parla in modo concitato, modulando la voce dal tono squillante al falsetto, abbandonandosi d’improvviso a scoppi di risa nervosi perlopiù scollegati dal discorso e dal contesto. Le sue citazioni sono dotte e precise, le esternazioni spiazzanti e mai retoriche. Cose tipo: «La Scarzuola è un’enorme supposta». Oppure: «L’arte del Buzzi era spontanea, senza mediazioni, come il vomito». E’ stato il caso a spingere Tomaso Buzzi a costruire la sua città ideale a Montegiove anziché ad Acapulco, dove aveva pensato di realizzarla in origine. L’architetto milanese cercava per la sua opera un luogo intriso di energia tellurica, ed era convinto di trovarlo proprio nel centro balneare più grande del Messico, dove era in villeggiatura insieme agli amici Teo Rossi, Gianna Elisa Feltrinelli (madre di Giangiacomo, che col suo occhio di vetro sconcertava Buzzi che non capiva mai dove stesse guardando) e il marchese Paolo Misciatelli. Fu proprio quest’ultimo, proprietario di alcuni terreni della zona, a suggerire all’amico di acquistare la Scarzuola.
«Qui viene eliminata ogni linearità; le coordinate di spazio e tempo non esistono più», spiega Marco Solari, che alla morte dello zio, nel 1981, si è fatto carico di un’eredità che nessuno voleva per portare a compimento quello che era destinato a polverizzarsi nel logorio del tempo e degli agenti atmosferici. Tomaso Buzzi aveva costruito la sua cattedrale nel bosco anziché nel deserto affinché preservasse, fino alla disgregazione, il suo “io” pietrificato, una sorta di “mandala” o archetipo di individuazione, immagine della psiche e dell’universo al tempo stesso, sintesi di istinto e inconscio collettivo, edificato in tufo perché ritornasse terra dopo il suo disfacimento. Buzzi si era rassegnato all’idea che la sua autobiografia in pietra sarebbe estinta anch’essa dopo la sua dipartita, ma invece gli è sopravvissuta, si è espansa, sempre più allucinata, perlopiù fedele a come lui l’aveva immaginata e poi disegnata sui block notes che riempiva con entrambe le mani nelle sue t
rance artistiche durante le quali, diceva, si trasfigurava in Didimo, il doppio che prendeva il suo posto nelle interferenze di questo mondo con gli altri paralleli. Per Marco Solari la Scarzuola è arte della memoria composta sulla base di una semplice ricetta: «Prendi un posto isolato e riempilo di stranezze; dentro a queste infila le tue memorie». L’attiguità con il convento – dove nell’abside della chiesa, dieci anni fa, dopo i restauri, è stato possibile recuperare un affresco raffigurante San Francesco in levitazione – rende ancor più surreale l’impatto visivo con l’opera buzziana. «Non esiste un percorso dato per visitare la Scarzuola, così come non esiste un’unica via per arrivare all’illuminazione» spiega Marco Solari.
Lasciandosi alle spalle il convento si arriva al giardino segreto che ospita la Fontana del Tempo, dove si narra che Francesco d’Assisi piantò un cespuglio di rose e di lauro facendo sgorgare miracolosamente una fonte d’acqua. Ci si trova davanti a tre porte di verzura topiata: la Gloria Dei, sbocco verso la vita contemplativa che riconduce il visitatore al convento; la Gloria Mundi, che indica la via per la gloria terrena in una spirale che gira su se stessa, simbolo della vanità della fama e della mondanità alla quale Buzzi, continuamente corteggiato dalla borghesia del suo tempo, non rinunciò mai; e infine la Mater Amoris, viatico per il vascello in pietra, circondato da una vasca d’acqua, che rievoca in arte visiva quella letteraria espressa nel romanzo allegorico di Francesco Colonna “Il sogno della battaglia d’amore di Polifilo”, descrizione del viaggio dantesco, onirico ed enigmatico del protagonista alla ricerca della ninfa Polia. Un mito, questo di Polifilo, ripreso anche dall’architetto Pirro Ligorio al momento di ideare del Parco dei Mostri a Bomarzo. 
La dimensione iniziatica e la fitta rete di simboli intrecciati continua dopo un breve percorso in leggero declivio, che accompagna lo spirito nella sua prima discesa attraverso un pergolato di verzura, una sorta di atrio ingannevole che fa da preludio all’apoteosi architettonica buzziana. Ed eccola spalancarsi alla vista, ammirabile dai palchi del sole e della luna, al tempo stesso metafore dell’universo femminile (yin) e maschile (yang) e rappresentazione degli occhi dello spettatore comune, alla quale fa da contrappunto il “terzo occhio” o sesto chackra, incassato sotto il palco di fronte, idealmente al di fuori del tempo e dello spazio, incarnazione del punto di vista dell’autore e della consapevolezza illuminata. «Il giardino è una macchina teatrale e quelle che vedi sono solo scenografie. A Buzzi piaceva questa chiave narrativa perché facile da apprendere» racconta Marco Solari indicando sotto i nostri piedi il Teatro all’Aperto, con le gradinate adagiate su un pendio naturale, che domina il labirinto del Teatro Mundi e la scena rialzata, racchiusa tra il Teatro delle Api a sinistra e l’Acropoli sul lato opposto. Quest’ultima è un compendio architettonico inteso come termitaio, olimpo e sole dell’illuminazione, dove non esiste l’uomo ma solo la divinità e dove convivono, affastellati, il Partenone e il Colosseo, il Pantheon e l’Arco di Trionfo, la piramide e la Torre dell’Orologio di Mantova, il Tempio di Vesta e la Torre dei Venti. Il tutto è preceduto dall’Arco di Costantino, unico pezzo originale della struttura, proveniente dal palazzo di Diocleziano a Spalato e trasportato in treno da Venezia a Fabro e poi alla Scarzuola grazie agli argani e al carro a motore forniti al Buzzi dal marchese Misciattelli, tra lo stupore e la meraviglia della gente del posto. Dopo la rivelazione di questo primo scorcio lo spirito scende ancora, costeggiando le mura che cingono l’Acropoli fino alla Torre del Tempo, dove le ore scorrono in senso inverso, per poi trovarsi, girato l’angolo, dinanzi alla Dea Madre, un nudo e maestoso corpo femminile che racchiude in sé molteplici significati. E’ l’architettura, è madre terra, è la polena alla prua del grande vascello che l’intera costruzione rappresenta. E’ Iside, portatrice di luce o “lucifera”, come dimostra la fiaccola che ha al posto della testa. E’ la guardiana di due porte: quella che introduce al mondo dell’arte e della scienza e quella che si apre alla dimensione fantastica.
La discesa dello spirito non si arresta: passa per la Torre Triangolare del Sonno e si prepara a essere inghiottito dalle fauci di una balena, che potrebbe essere quella biblica di Giona o quella profana di Pinocchio, ma che segna comunque l’avvio di un percorso iniziatico verso la consapevolezza. Lo spirito attraversa le fauci spalancate del cetaceo pietrificato e si materializza uomo, come se fosse appena uscito dall’utero materno. Ad attenderlo c’è la caverna di Platone, da dove solo chi ha dentro di sé una fiammella può sperare di uscire, svelando le ombre per quel che sono e scorporandole dalla realtà che le proietta.
Si nasce imbrigliati, la libertà fa paura, e allora bisogna intraprendere la via che porta alla Torre della Solitudine e della Meditazione, per fare tesoro di queste qualità e iniziare la risalita verso la montagna del Purgatorio, attraverso una scalinata incorniciata da coppie di pilastri e colonne che incarnano le dodici fatiche di Ercole e conducono a un’ampia porta monumentale che reca l’incisione della scritta “Amor vincit omnia”, che Marco Solari spiega così: «Il processo di salita non passa più attraverso la testa ma dal cuore».
Da qui il percorso si riavvolge su se stesso mostrando la parte retrostante di ciò che si era visto in precedenza. Il Tempio di Flora e Pomone è eretto in un giardino di delizie dove viene lenita ogni sofferenza, e anticipa di pochi passi il Teatro delle Acque, nel cui bacino si specchiano il Teatro delle Api e l’Acropoli, riflessi in modo perfettamente simmetrico dal manto acquatico sottostante. E’ il mondo alla rovescia, come appariva a Dioniso e alle baccanti dopo che si erano abbandonati ai piaceri del vino e alle loro frenetiche danze orgiastiche. Costeggiando l’Organo Arboreo, le cui canne sono i fusti e le chiome sempreverdi dei cipressi, si arriva alla Porta d’Oro, che introduce il visitatore nella città ideale dall’anticamera del Tempio di Apollo, punto di massima energia della struttura, dove si erige un cipresso spoglio e altissimo che sembra la pianta di fagioli usata da Jack per salire fino in cielo dal gigante assassino di suo padre, ma che in realtà funge da meridiana.Tomaso Buzzi diceva: «Se madre terra mi dà una scrollatina ben venga perché crea arte».
La natura deve averlo ascoltato, scagliando sul cipresso un fulmine quanto mai opportuno che ne ha rimodulato la forma e il campo energetico. Dentro il Teatro di Apollo, sintesi dell’armonia tra natura e cultura, si sta in silenzio e si reprime a fatica un groppo denso come un cumulo nembo, col naso puntato in alto per scorgere la fine di questo tronco che sembra un ponte tra il terreno e il divino, e che forse lo è davvero.Dai giardini di Babilonia si risale attraverso la Torre di Babele lungo la scala elicoidale delle sette ottave. In cima c’è l’Acropoli, l’empireo architettonico che accoglie chi sia arrivato fino al sole dell’illuminazione.
Alla fine del viaggio, che in questo gioco di specchi e rimandi potrebbe ancora nascondere infiniti inizi, lo spirito è in balia di sensazioni contrastanti: appagato eppure malinconico, addirittura nostalgico, come accade a chi tocchi con mano l’incanto e non possa risolversi ad abbandonarlo.