La Collina dei Frutti Perduti
Mele del castagno e pere marzole nell’orto archeologico di Lerchi
La Collina dei Frutti Perduti
Isabella Dalla Ragione salva le piante da frutto a rischio d’estinzione
Nel percorrere il sentiero che si snoda lungo i morbidi terrazzamenti di San Lorenzo di Lerchi, sul versante occidentale di una collinetta che domina Città di Castello e San Sepolcro, quasi ci si dimentica d’essere in un frutteto. E se non fosse per le scarpe che affondano un poco nel suolo umido per la pioggia recente, o per le gazze che aggirano gli spaventapasseri e si fiondano a terra in cerca di tesori, ci si potrebbe pure convincere di camminare per le stanze di un’insolita biblioteca che ordina tra i propri scaffali frutti anziché libri, tutti rarissimi, considerati perduti oppure introvabili.
Spogliati dall’inverno, e riconoscibili solo dalle etichette colorate fissate sui rami o dai cartelli impiantati nel terreno, compaiono, l’uno di seguito all’altro, l’albero della mela pagliaccia e quello della pera moscatella, il ciliegio di Cantiano e il fico dottato, l’albero della mela zitella e quello della pera del curato, il fico gigante degli zoccolanti e la pianta della susina verdacchia. Una collezione unica al mondo di circa quattrocento varietà, alcune piantate più di vent’anni fa mentre altre appena l’anno scorso. C’è anche la pera briaca, adottata a distanza dall’attore francese Gérard Depardieu. L’archivista di questa biblioteca incantata è Isabella Dalla Ragione, agronomo, che della collina di San Lorenzo è - insieme a due cani piuttosto esuberanti e a una colonia di gatti che amano affilarsi le unghie sul fusto del giuggiolo e arrampicarsi sull’albero di Giuda e sul pesco della vigna bianca – l’insostituibile custode. Orfana da due anni del padre Livio, le cui ceneri sono sparse ai piedi della sua quercia preferita in fondo al pendio occidentale della collina, Isabella si prende cura di quelle che lei stessa definisce piante “orfane”: varietà di frutti in cerca d’autore, abbandonate da chi le aveva volute e coltivate, rimaste nascoste per anni o secoli in monasteri di clausura, antichi nuclei abitati, poderi abbandonati e orti parrocchiali.
Racconta Isabella: “Quando mio padre decise di trasferirsi qui, all’inizio degli anni Sessanta, aveva in mente un progetto: fare di queste terre un luogo di memoria, dove portare tutte le piante della sua vita e con loro gli odori e i sapori della giovinezza”. Era ancora bambina quando iniziò a seguire Livio nelle sue prime ricerche in giro per le campagne umbre. Un’infanzia, quella di Isabella, vissuta come una sorta di caccia al tesoro continua. “Ecco la prima varietà che ho recuperato – dice prendendo dal “fruttaio” un esemplare di mela dalla buccia verde e lucida con sfumature violacee –, la trovammo in una zona di montagna verso Casalini: è la mela del castagno!”.
Il fruttaio è stato spostato momentaneamente nella “casina degli sposi”, una foresteria che Isabella affitta per brevi periodi ma che serve ora a conservare la frutta per colpa di un topo che si aggira nei locali dove in genere vengono messe a maturare le mele e pere raccolte. Tra queste c’è anche la mela rosa in pietra, che si raccoglie a novembre e si comincia ad assaporare in gennaio, e quella del castagno, una delle più preziose per i contadini di una volta perché si conserva fino a maggio ed è quindi disponibile per tutto l’inverno. A pochi metri dalla foresteria c’è la casa di Isabella, una costruzione rustica ristrutturata da Livio quando acquistò il podere e che in passato era stata convento, pieve, e infine parrocchia del paese di Lerchi. Sulla parete occidentale dell’abitazione è stata fissata l’intelaiatura di un erpice a denti rigidi le cui punte di ferro sono utilizzate come ripiani per gli attrezzi agricoli, anch’essi da collezione: vanghe, zappe, falci e pale. La casa è anche la sede di “Archeologia arborea”, l’associazione fondata vent’anni fa da padre e figlia per ricercare e salvare dalla probabile estinzione le varietà di frutta a rischio e il sapere e le tradizioni popolari legate ad esse. Ma come avviene, in pratica, il salvataggio delle piante? E’ Isabella a spiegarlo: “Basta prendere un rametto provvisto di gemme dalla pianta madre e innestarlo. Ormai, di alcune varietà, come della pera garofina, esiste solo l’albero da frutto della nostra collezione, e quindi la pianta figlia”.

Una volta innestate, le piante vengono coltivate in modo tradizionale, senza prodotti chimici e solo con concimi naturali. Niente fertilizzanti, tanto meno diserbanti. Le insidie dell’ambiente, in particolare quelle portate da certi tipi d’insetti, vengono contrastate anche con piante dette “antagoniste” come la lavanda, il tanaceto e l’achillea. E così anche la pera marzola e la pera fiorentina, ultime arrivate sulla collina dei frutti perduti, giungono a maturazione dopo essere state coltivate con metodi rigorosamente naturali. Cosa che farebbero anche il fico rondinino e la pera carovella – antichissima, conosciuta e coltivata sin dal periodo rinascimentale -, se solo Isabella fosse riuscita a scovarli. Li cerca da anni, senza sosta, nelle campagne umbre e nei villaggi di montagna, nelle ville padronali abbandonate e nei vecchi conventi; ma come un orizzonte che ad avvicinarvisi s’allontani sempre più, anche queste piante sembrano sfuggirle di mano ogni volta crede di averle finalmente individuate. Come quella volta a Bevagna, quando Isabella, entrata nel convento dove si riteneva esistesse uno degli ultimi esemplari di fico rondinino, scoprì che le suore l’avevano sostituito con una pianta di kiwi. Mentre il sole scende dietro le colline a occidente, disegnando un cono d’ombra che attraversa tutto il frutteto, Isabella indica i lunghi filari di vitigni all’inizio del pendio: “Nella vigna ci sono uve da tavola come quella delle vecchie o da vendemmia come il moscatello e l’uva parlàno; qui in azienda produciamo anche un vino molto buono, che si chiama San Lorenzo, proprio come questa collina”.
Oltre alle piante da collezione ci sono anche quelle destinate alla vendita, tutte appoggiate lungo le pareti della “casina degli sposi”. Alcune interrate nella sabbia, come la sanguinella e la natalina, il cotogno maliforme e il giuggiolo dai rami spinosi. Altre messe nei vasi e incellophanate, come l’albicocco paviot, il ciliegio durona di Cesena, il pero decana d’inverno e l’albero della mela annurca. Le piante costano in media 25 euro e sono molto richieste soprattutto da chi possiede piccoli frutteti famigliari. “Nel podere ci sono anche quattro arnie – racconta Isabella - e sono proprio le nostre api a provvedere all’impollinazione dei fiori”. Tutt’intorno, i gatti si godono gli ultimi scorci di sole sdraiati sulle panchine o sui macchinari agricoli da collezione sparsi per la proprietà; mentre un nugolo di mosconi assalta un grappolo d’uva appassita che pende da una vite d’uva delle vecchie cresciuta a ridosso della casa d’Isabella. Ci sono degli alberi che oltre all’etichetta di riconoscimento hanno anche cartelli con indicati sopra nomi di persone. “Sono i nomi delle persone che le hanno adottate - spiega Isabella - i soci di Archeologia arborea possono farlo anche a distanza, ma devono visitare la propria pianta almeno una volta all’anno recandole un simbolico omaggio, altrimenti l’adozione decade”. Ogni socio ha naturalmente diritto al raccolto della pianta di cui è tutore, salvo tre frutti: uno per il sole, uno per la terra, uno per la pianta. Deve inoltre provvedere direttamente alla raccolta dei frutti, che altrimenti vengono lasciati a disposizione degli uccelli, degli insetti e degli abitanti del bosco. “La durata dell’adozione - continua Isabella – è condizionata dalla vita naturale della pianta. In caso di morte naturale, il socio ha diritto prioritario ad adottarne un’altra”.
Ad andarsene da questo piccolo paradiso si sente subito salire un groppo di malinconia. Un’edicola in pietra che si trova all’entrata della proprietà segna l’inizio della strada sterrata che scende fino in paese. E’ intitolata a una fantomatica Maria santissima della mela. Questa l’iscrizione: “O passegger che passi per la via, non ti scordar di salutar Maria; o passegger che varchi questo bivio, non ti scordar di salutare Livio”.