Facendo Zapping con il Cuore

Il romanzo Il romanzo "Facendo zapping con il cuore" di Gabriele Martelloni è ordinabile, senza spese di spedizione, sul sito della casa editrice Firenze Libri, oppure in qualunque libreria.

Sintesi
Giugno 2006, Italia nella fase finale dei mondiali di calcio. Dopo sei mesi trascorsi in Spagna con la “scusa” dell’Erasmus, Lapo Saverio ritorna a Campo di Mingo, a casa dei genitori, per riprendere contatto con una realtà che continua a sfuggirgli di mano sotto ogni aspetto. Nessuno sembra aver sentito la sua mancanza. Non i genitori, infatuati di Igor, un ex pugile ucraino assunto per fare da badante a nonno Franco, né Numa, il suo ex fedele pastore maremmano, anche lui stregato dal nuovo inquilino di casa Saverio. Sugli amici poi non può fare proprio affidamento: ognuno sembra nascondersi dietro a un segreto che non può essere rivelato.

Incapace di avere una relazione stabile, scoprirà che per trovare l’amore bisogna smettere di cercarlo, e che il tradimento, per quanto si provi a nasconderlo, non rimane mai impunito. Lapo è un ragazzo istintivo, addirittura precipitoso, con una naturale predisposizione alle disavventure e al cacciarsi in situazioni scabrose e tragicomiche di difficile soluzione. Antieroe per definizione, ogni sua azione si sviluppa lungo il confine che separa il dramma dallo scherzo, in un intreccio avvincente e spassoso che il destino si diverte a scomporre e ricomporre a piacimento.


Alcuni brani del Romanzo


Buongiorno Lapo


Tesi i sensi in cerca di percezione. Il mattino, con tutto l’oro che aveva in bocca, non riusciva a favellare. Né io avevo orecchie per starlo ad ascoltare. Se avesse potuto, probabilmente avrebbe detto: “Buon giorno Lapo, alzati e datti da fare che sparirò fra breve”. Sarebbe stato un ottimo consiglio, e di sicuro l’avrei portato a compimento, se non ci fosse stato qualche piccolo intoppo tecnico ad impedirmelo. Ero un tutt’uno col materasso. Inguainato come un membro dentro un còndom di nylon. Se aprivo gli occhi mi attendeva in agguato Seurat e il puntinismo tutto. Il mal di testa annichiliva ogni mia capacità intellettiva. E scosse di brividi gelidi sussultavano come pesci guizzanti nelle ossa: ero in lotta contro i postumi di una sbronza.
Pigramente, desistei dalla ricerca di una svolta e mi arresi a quell’immobilità statica. Lo feci per gradi, in tre diverse fasi, che si susseguirono senza transizione percepibile.
Resa...
Inerzia…
Ristagno…






 Carla

- Io ti desidero – era stato il mio esordio.
- Perché invece non ti vai a fare un giro? – aveva replicato lei, dedicandomi uno scoppio di gomma che le si era impiastricciata sgraziatamente su tutta la faccia.
Quel rifiuto, quantunque perentorio, non sarebbe certo bastato a farmi demoralizzare. Figuriamoci. In fondo la mia sfacciataggine non era mica un salto nel vuoto, macché, tutt’altro: stavo seguendo una personale tattica. Quando l’obiettivo a cui si mira è mero sesso senza troppo corteggiamento, bisogna chiarirlo subito, con smagliante impudenza. Lei vi fenderà con una battuta caustica, farà un po’ la snob insieme all’amica con cui balla, lancerà una prima occhiata storta per poi fingere di ignorarvi, ma non per questo dovrete avvilirvi: in realtà si tratta solo della normale dialettica tra i due corpi, e se state bene attenti all’universo del non-detto noterete, nel suo modo di fare, pure minimi cenni affermativi, concessi di sottecchi, e state ben certi che, se anche lei ne ha voglia, non si lascerà sfuggire la cosa. Alla donna piace fare la preziosa, ma questo non significa che sia stupida, o rinunciataria. E’ solo che il suo tempo non corrisponde mai a quello del compagno, necessita di un diverso ritmo, viaggia quasi di traverso, ed è questa l’origine dell’eterno fraintendimento di un sesso con l’altro. Un uomo che non consideri l’inghippo dovrà rassegnarsi a non capirci mai un tubo e, per quanto possa essere alto, bello e furbo, rimedierà sempre ben poco in rapporto alle sue reali possibilità.
Il trucco, nel metodo d’approccio, è più o meno questo: puntare subito alto e tenersi pronti a incassare un diniego, ma stare poi in allerta per cogliere un qualsiasi segno di cedimento che pure arriverà, e sferrare quindi un attacco meno diretto, ma ponderato, abbassando il tiro, fino a quando, come per miracolo, non si invertiranno le parti del corteggiamento. A quel punto bisognerà farla rosicare un po’, con sagacia e dando fiato alla ripicca, cocendola nel brodo dove avrebbe voluto far bollire voi, a fuoco lento.
Riscosso lo sberleffo avevo finto una ritirata ingloriosa barcollando fino al bancone del locale, in fondo alla sala da ballo, dove avevo ordinato l’ennesimo rum ciofeca e chi se ne frega. Mi guardavo attorno, con aria disinvolta, e controllavo l’orologio preconizzando un massimo di dieci minuti di attesa; lei era giunta al settimo, sola.


Effetto autoradio

Mi sentivo una merda. Molto più della sera prima. Stavo sperimentando quel tipo di cristallizzazione emotiva che si ottiene solo dopo aver dormito sopra all’episodio su cui tale cristallizzazione agisce. Un fenomeno abbastanza comune, più noto come Effetto Autoradio.
Per vedere le cose come sono realmente, bisogna prima disfarsene, o meglio, prenderne le opportune distanze. E’ come quando, saliti in macchina, accendiamo lo stereo dotando il suono di un certo volume, a noi congeniale. Dapprima lasciamo fare, concedendo alle note di vibrare secondo quel tono iniziale, liberamente; ma con l’andare del viaggio, e al susseguirsi delle canzoni, ci renderemo conto di quanto sia basso l’effetto sonoro, e ci accingeremo quindi a spostare più in su la barra del volume. Sono cambiamenti minimi, una tacchetta prima, una dopo, ma perlopiù continui, che durano fintanto che non otteniamo nuovamente un suono ideale. E lì, in genere, ci fermiamo. Avviene però, nel tragitto, che una sosta ci spinga a uscire fuori dall’abitacolo per un tot. Al ritorno in auto, quando ripeteremo il gesto di accensione dello stereo, ecco che le casse spareranno decibel insostenibili di ciò che stavamo ascoltando prima. Questo è, in soldoni, l’Effetto Autoradio: la continuità e il coinvolgimento viziano l’udito come qualsiasi altro senso, e anche le emozioni non fanno eccezione. A volte è necessario prendersi una pausa per resettare tutto e riprendere daccapo, con l’orecchio pulito, l’ascolto della vita che ci insiste sui timpani senza che ci facciamo più caso.


Il profilo migliore

«Guida tu» disse lei.
«Nema problema» assentii facendo mostra della mia natura poliglotta. «Sei stanca?»
«No, è solo che voglio guardarti dalla parte del tuo profilo migliore».
Ecco, di fronte a una frase del genere, io non so proprio cosa replicare. Profilo migliore? Mai saputo di averne uno. Né credevo di doverne avere. Eppure era il mio viso, e che diamine!, ed era lecito supporre che avessi una certa dimestichezza circa le sue peculiarità. Evidentemente le cose stavano in maniera diversa. Come potevo esser stato così inavveduto e per così lungo tempo? Mistero. Carla poi sembrava dare la cosa per scontata. Dal suo tono era come se mi avesse detto: “guida tu, così posso guardare il lato destro del tuo volto”. Quella sì che sarebbe stata una realtà condivisa. L’avrei accettata. Ma questa del profilo migliore non riuscivo proprio a spiegarmela. Più, suonava come un’occasione persa, un’arma non sfruttata. Quante foto altrimenti perfette sciupate solo per un grossolano errore di angolatura! Ciò non si sarebbe ripetuto. Promesso. Feci un fioretto di fronte a me stesso.
Dopo quella rivelazione balzai repentino dalla parte opposta dell’abitacolo, pronto a concedere a Carla l’angolo di veduta che preferiva.
«Grazie» disse lei «ora va meglio».
«Figurati» risposi meccanicamente mentre continuavo a fissare il mio riflesso nello specchietto per carpire qualche informazione ulteriore circa l’entità del divario estetico tra un profilo e l’altro; chiedendomi pure come fosse stato possibile fino ad allora vivere senza conoscere il migliore dei due, che era il destro, senza ombra di dubbio.


Avventure Notturne

Mio padre e mia madre avevano occupato i due estremi del letto matrimoniale, dandosi entrambi le spalle, e lasciando nel mezzo una sorta di divisorio, una cuna incavata dalle lenzuola simile a quella formata dalle mani nell’atto del bere. M’intrufolai fra quei due corpi dormienti col tatto di un ladruncolo circospetto, stanco, e in cerca del sonno perfetto; poggiai il cuscino vicino ai suoi simili infilandomi al contempo sotto il soffice telo di cotone bianco.
Presi sonno.
A un certo punto mi svegliò uno schiocco, seguito da un leggero fastidio nella zona del gluteo. Era come se qualcuno mi avesse tirato le mutande da tergo, tendendole come un arco, per poi distenderle allo scocco che le avrebbe rimesse, dopo lo schianto contro il didietro, nuovamente a posto. Mi volsi intorno preoccupato, con occhi a infrarossi. Mia madre stava dormendo, perfettamente immobile in quello stato d’abbandono onirico; mio padre invece si era appena alzato dal letto e ciabattava pesantemente verso il bagno accendendo luci a casaccio lungo il suo passaggio. Non poteva essere stato che lui, sicuro! Ma tu guarda che razza di scherzo, pensai. Il fatto che mio padre giocasse a fare il fromboliere con gli elastici che contenevano le mie parti intime mi riempiva di schietto raccapriccio. Attesi il suo ritorno, indeciso se chiedere spiegazione o meno. Quando stava per rimettersi a letto, ebbe anche lui un sussulto: «ah sei tu?» disse stupefatto.
«E chi credevi che fosse? Non riconosci più nemmeno tuo figlio?» gli chiesi piuttosto indispettito.
«A parte il fatto che oramai sei grandicello per dormire con noi nel lettone… e poi… in verità… ehm… pensavo che fosse tua madre, con tutti questi capelli mi hai confuso. Domani te li taglio. Mi era preso il ghiribizzo di dare a Miranda un po’ d’amore coniugale, poi ho visto che eri tu… e … beh ecco … devo proprio dirtelo figliolo, ti sei salvato per un pelo».


Il Vento

Via le mutande logore, il cielo esibì la santa fica stellata, fino ad allora tenuta gelosamente nascosta.
Una lingua di vento eccitò il clitoride della luna solcando da sinistra a destra la sua intimità luminosa. Mi figurai d’essere quel vento, una lunga lingua oscillante di timido scirocco, rigida e scaltra, scattante come una donnola, rapida ed esatta.
Non sarei stato male, come vento. Mi ci vedevo. Un Eolo lussurioso, che viaggia per diporto, infallibile nell’individuare masse d’aria immote, là dove regna l’alta pressione, per dargli forza cinetica sospingendole con un soffio verso l’utero della bassa pressione. Lungo il tragitto avrei stuzzicato con la mia bava divina la chioma degli alberi e l’acqua marina, le cime dei monti e i cavi per la telegrafia, le banderuole e la pala che mulina, e poi ancora via, a sferzare il viso degli sportivi o a scherzare con la gonna di qualche signorina, ad annoiare chi fuma e ad agitare la fiamma che prelude all’incendio facendone il prologo di una vampa assassina. Infine sarei risalito fino a quella pallida luna, ignara dell’amore e della fortuna che reca, per offrirle la mia lingua mai sazia, facendola gridare di piacere per bocca di un solitario uccello, magari lì di passaggio, inconsapevole portavoce di quel puro godimento, scelto per omonimia e senza regole d’ingaggio, ambasciatore dell’impareggiabile potenza di me, il Vento.


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